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mercoledì 10 ottobre 2012

Caro Ministro, ma davvero pensi alla scuola possa servire un “tablet” in ogni classe?

Rileggo la notizia: «Il Ministero quest’anno darà un tablet ad ogni classe per la gestione del registro elettronico, della comunicazione. Partiamo con scuole medie e superiori, l’obiettivo è creare una filiera complessiva” perché il tablet“ è lo strumento del futuro, l’equivalente di ciò che nel passato è stato il libro».
Prego? La comunicazione di che, a chi? E come funzionerà la cosa? I ragazzi – 30 per classe! - si passeranno uno per uno la magica tavoletta per toccarla e ricevere la “comunicazione”? E che cosa c'entra il registro elettronico con il libro? E la “filiera”? Siamo all'ortofrutta 2.0?

Sembra che stiamo assistendo al solito pasticcio molto italiano in cui con la paroletta magica si vuole dare l'impressione di dare una risposta “aggiornata” ai problemi della scuola, e nessuno sa davvero di che cosa si sta parlando.
Ricordate le precedenti “rivoluzioni”? Gli audiovisivi, e poi le aule informatiche, e appena ieri le LIM? Adesso i tablet! Ovvero, come riempire la scuola di tecnologia in modo totalmente approssimativo, ideologico e inutile!
Non sto qui a parlare degli edifici fatiscenti, degli insegnanti precari e frustrati, dei ragazzi demotivati, dei dirigenti “manager” che non riescono ad avere indietro dallo stato milioni di euro “anticipati” negli anni dalle scuole. Questi sono problemi grossi, e certo non si risolvono con un tablet (che in inglese, per chi lo conosce, vuol dire pastiglia, medicina!)
Parliamo invece di bambini e ragazzi che – dall'infanzia alle superiori, io l'ho verificato costantemente (sarò l'unico?), da decenni - quando riesci a coinvolgerli e a farli giocare, pensare e immaginare con le parole, i numeri, le scienze, l'arte grafica, il teatro, la musica, il disegno, la tecnologia quale che sia, sempre (ripeto la domanda: sono l'unico ad averlo visto?) rispondono con partecipazione, voglia di fare, spesso vero e proprio entusiasmo. Perché il loro problema principale – banalissimo, lo ripetono da sempre gli psicologi ma la scuola come istituzione non ne tiene conto - è di potersi esprimere ed essere ascoltati. Persone che non vivono la scuola come un ambiente estraneo, renderanno poi meglio anche nell'apprendimento e useranno con proprietà la tecnologia che serve (che non necessariamente deve essere quella più di moda!?

Caro signor Ministro, il tablet sarà il “libro” del futuro. Ma la differenza con il passato è che non da oggi, ma da qualche decennio ormai, i libri, come i film, la televisione, la fotografia, i giornali e in definitiva tutto quel mondo di comunicazione in cui i ragazzi di oggi nascono, non solo chiunque lo può consumare, ma anche direttamente fare. A questo servirebbero i computer, e sembra che da 30 anni la preoccupazione più grande, diciamo del “sistema”, è di non farcelo capire! Con i computer ognuno di noi può assemblare in modo “professionale” quei contenuti che poi con aggeggi più agili come i tablet, i telefonini o altro, possono ancora più facilmente essere diffusi e condivisi. Quello che conta ed è significativo però non è l'aggeggio, ma i contenuti; non la possibilità non solo di accesso, ma di produzione!
Credo fermamente che uno dei problemi grandi delle nuove generazioni oggi – ancora prima che si ritrovino senza un lavoro e senza speranza nel futuro – sia da bambini intuire la possibilità grande di essere anche loro, fin da piccoli, usando mezzi digitali intuitivi e facilissimi, protagonisti possibili della società dell'informazione, e poi ritrovarsi in una scuola e in una società che sistematicamente deprimono le loro intuizioni e il loro entusiasmo e li addestrano unicamente al ruolo di beoti e passivi consumatori, condannati a non poter scegliere.
Senza esagerare con le generalizzazioni, il percorso dei nostri figli, dai 5 ai 18 anni, va spesso dall'entusiasmo alla noia. Con conseguenti ricadute sociali a volte pesantissime, dal bullismo alla droga.
E il ministro alle classi regala un tablet, perché è il libro del futuro!

domenica 8 gennaio 2017

La qualità, la sovrabbondanza, il rumore

Il concerto inizia con un canto di questua inglese del 1800, dagli echi celtici, bellissimo, bene eseguito strumentalmente e anche ben cantato. Anche i brani che seguono sono su quella falsariga, spaziando nella suggestiva tradizione della musica popolare dell'Europa nord occidentale, ma... non è un piacere, i suoni arrivano confusi e impastati, le orecchie alla lunga fanno male! Sarà la pessima acustica delle chiese di fine Novecento, dagli esagerati muri di cemento; saranno le due piccole casse acustiche a cui affluisce la gran quantità di microfoni, che a uno sguardo superficiale e maligno sembrano più adatte a un comizio sindacale improvvisato che a non un concerto; sarà il mixer posizionato appena davanti ai musicisti, alla faccia di quello che sentiamo noi venti metri più indietro. Comunque sia, l'effetto finale è disastroso.

Il “rumore” a cui mi riferisco nel titolo non è solo quello del concerto dell'altra sera, ma piuttosto lo intenderei – più o meno come in elettronica e in informatica - come quel qualcosa che “sporca” un messaggio e lo modifica, anche radicalmente, nel suo percorso dall'emittente al ricevente. Cioè: tu mi dici una cosa e io ne capisco un'altra!

Nelle prime file, durante il concerto, intravedo telefonini forse di ultima generazione, comunque potenti e luminosi, con cui alcune signore fanno i video, tutti tenuti rigorosamente verticali, così che la metà alta dello schermo è sistematicamente sprecata a mostrare le pareti vuote della chiesa, mentre nella stretta inquadratura ci stanno solo una cantante o un suonatore per volta e gli altri bisogna andare a cercali con movimenti continui: video rassegnati a non rendere l'insieme di quello che succede, a non apparire mai decentemente in un televisore, quando basterebbe girare l'aggeggio in orizzontale per sfruttare l'ampia visione del grandangolo e per rendere disponibile il tutto magari anche a un montaggio con Steven Spielberg!

Non è poi solo un discorso di qualità del messaggio o del canale di comunicazione (il video in HD, la banda larga), ma soprattutto di codici che occorre avere i comune, di significati denotati (precisi, univoci, quasi inequivocabili) e connotati (quelli viceversa, anche molto diversi l'uno dall'altro, che i singoli o i gruppi attribuiscono, per storie loro personali) che ogni messaggio si porta dietro.
Perché in un mondo come il nostro in cui la ridondanza e precarietà dei mezzi di comunicazione (le cose si buttano via ogni pochi mesi) mettono spesso in seria difficoltà gli umani che quei mezzi si trovano a utilizzare, alla fine il rumore, in senso esteso, analogico, evocativo, è forse la cifra più caratteristica della comunicazione oggi.
Se no non si spiegherebbe come, in presenza di mezzi non solo facili e potenti come mai nella storia, ma praticamente ormai nelle mani di tutti, la comunicazione tra le persone, a tutti i livelli, dai più personali ai più politici, appaia desolatamente povera e difficile.
E non si spiegherebbe l'assuefazione, la rassegnazione, l'abdicazione dei sensi e della ragione di fronte a concerti cacofonici, a video e film dalle immagini deformate, ad aggeggi digitali utilizzati a volte con lo stesso atteggiamento dei cartoni animati “I pronipoti” degli anni Sessanta!
Cioè abbiamo in mano attrezzi molto spesso di una bellezza e qualità assolute (le voci e gli strumenti musicali, così come certe macchine elettroniche e digitali - Apple stores ormai più raffinati di Swarovski! - e software dalle possibilità mirabolanti), ma le modalità con cui siamo ormai abituati a consumarli, oggetti ed eventi, per lo più superficialmente, passivamente, perché “si deve” più che per convinzione, fa sì che ci sentiamo appagati dal semplice fatto di “usarli”, spesso senza nemmeno la cura di verificare se il risultato finale sia conforme alla qualità degli attrezzi o alle nostre intenzioni.
C'è troppo di tutto, non riusciamo a starci dietro, ci vergogniamo ad ammetterlo, e ci adeguiamo alle mode, ai costumi del branco. Mentre la qualità scivola sempre più in basso, come la immagini spazzatura, fotografie e video, che tolgono visibilità a quelle pure belle che qualcuno per fortuna si ostina a pubblicare nei social network, come l'assalto generalmente vincente dei mediocri alla cultura, alla società civile, alla politica, con risultati che – comunque la si veda e la si pensi – rendono la generale insoddisfazione l'altra cifra caratteristica, insieme con il rumore, del tempo presente.
Ricerca eccessiva della qualità dei singoli oggetti (sempre più belli, da rimirare in modo narcisistico, da specchiarsi) e rinuncia generale alla qualità dei risultati (sempre più irrilevanti e deludenti). Metafora riuscita di una società bipolare in cui, per fare un altro esempio, mentre si stabiliscono norme igieniche e sanitarie a volte ossessive nelle mense delle scuole o degli ospedali, si lascia che tutti veniamo avvelenati un poco ogni giorno dall'aria, dall'acqua, dall'alimentazione, lasciate in balia della legge inappellabile del profitto.

Il giorno dopo però, altro evento musicale: chiesa rinascimentale, come pure i cori, del 1500-1600. Niente microfoni o amplificazione, voci limpide e pulite e perfino, da ogni postazione, nonostante le dimensioni ragguardevoli dell'edificio, si capiscono distintamente le parole, pur col quel marcato riverbero che nei software di elaborazione sonora non a caso chiamano “effetto cattedrale”. A parte alcune parti in cui interviene una dulciana rinascimentale, l'antenato del fagotto, l'unico strumento che accompagna è l'organo, il gran padrone di casa, il signore di quella musica.
Io sto in piedi e mi muovo, un po' perché fa un freddo terribile (non c'è alcuna forma di riscaldamento e siamo probabilmente sotto zero) e un po' anche perché mi piace ascoltare da diversi punti della chiesa, osservando anche i soffitti, i dipinti, gli altari: in quell'ambiente, quella musica è perfetta, oggi come 500 anni fa! Il pubblico è coinvolto e attento e se ne sta per tutto il tempo in silenzio, per intervenire solo alla fine con un applauso lungo, forse commosso. Clamoroso, ma perfino i video con i telefonini, in un contesto così generalmente “giusto”, vengono girati tutti orizzontali...
No, per la verità no, non tutti! Un signore proprio all'ultimo momento, con il suo smartphone tenuto in piedi, ci riporta dalla magia senza età alla realtà del presente. Ma forse sarebbe stato chiedere troppo!

photo credit: Rosa Menkman <a href="http://www.flickr.com/photos/68716054@N00/5350243675">PNG</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/">(license)</a>
photo credit: Martin uit Utrecht <a href="http://www.flickr.com/photos/79847371@N00/25406593593">MacBook Pro 15" concept</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>

venerdì 13 novembre 2015

Testuale contro digitale? Ma di che mondo parliamo?

Il convegno che si è svolto a Genova venerdì 6 novembre, Tecnologie e ambienti di apprendimento: documentazione e prospettive”, è stato interessante anche per la formula dei “tavoli”,  ideata da Linda Giannini  e Carlo Nati, per cui un piccolo numero di persone si sedeva insieme con il relatore e la comunicazione ne risultava molto diretta (mentre a un convegno che apre oggi mi pare che siano in 4000! Oltre il delirio!) Belli e anche vari, a Genova, gli argomenti, e disteso e conviviale l'ambiente, a Palazzo Ducale.
Chiedo scusa allora se prendo spunto da una frase introduttiva a uno dei tavoli, per scrivere una volta di più contro l'ideologia che, a mio parere, sta incasinando non poco il mondo presente.
Leggo: “E’ verosimile che la scuola e gli insegnanti di una società digitale siano alquanto diversi dagli insegnanti e dalla scuola figlia della cultura testuale”.
Dunque, vero è che la scuola di quella cultura è figlia ma – questo è l'equivoco su cui si danza spesso e volentieri – la cultura della società da cui veniamo è “testuale”?
No!
Una "star" del convegno di Genova
Da molti decenni, la cultura in cui viviamo è multimediale, a prevalenza televisiva. E la scuola non ne ha mai tenuto conto! La cosa più buffa (se non fosse che comporta uno spreco enorme di tempo, pensiero e denaro, perché si finisce per agire poi in direzioni assolutamente sbagliate) è che, non avendo il mondo dell'educazione mai tenuto conto della televisione, oggi molti pretendono di passare direttamente al “digitale”, ancora non tenendo conto di decenni di televisione. Il che, nella migliore delle ipotesi, è abbastanza patetico!

E la cultura verso cui andiamo è “digitale”?
No!

Digitale non è una cultura, ma semplicemente il funzionamento interno, provvisorio, della tecnologia attuale, che per il resto noi usiamo attraverso interfacce assolutamente analogiche. Domani i computer potrebbero basarsi per es. sulle reti neuronali e per l'utente finale che usa solo le app, probabilmente non cambierebbe molto, come non è cambiata in sostanza la televisione, che prima era analogica e oggi digitale, ma, a parte qualche opzione interattiva e il fatto che la possiamo vedere anche on line, sempre televisione è.

Oggi il “digitale” sono strumenti importanti che rendono possibile un livello di comunicazione e anche di produzione di base senza precedenti, ma che in realtà continuiamo a usare solo per una minima parte delle loro potenzialità, sprecando risorse immense che davvero potrebbero "cambiarci la vita", perché il "digitale è soprattutto una ideologia che si basa essenzialmente sul mercato!
Devono convincerci a cambiare ogni sei mesi aggeggi che fondamentalmente non sappiamo usare e che non impareremo mai ad usare, perché se no smetteremmo di buttarli continuamente via e incominceremmo a farci quello che ci serve davvero, per produrre e comunicare.

Vedo tanto questionare sugli ebook e i libri di carta, sulla “inutilità” della scrittura in corsivo (ma siamo pazzi?) e quasi nessuno che si pone la domanda su come mai, in un mondo con il massimo di potenza di comunicazione della storia, la gente, i gruppi, i popoli e le nazioni riescono sempre meno a comunicare. La conflittualità è diffusa ovunque; la politica si basa come non mai su slogan elementari ed emozioni di pancia; guerre, terrorismo, violenza e integralismi contrapposti si moltiplicano in tutto il mondo; e poi cambiamenti climatici devastanti, crisi economiche a raffica, migrazioni epocali contro cui si innalzano muri!
E il problema dell'educazione è che non è “digitalizzata”? Ma scherziamo?

Le macchine e la tecnologia sono estensione dei sensi, della mente, delle relazioni tra gli umani. E gli umani sono corpo, ambiente, socialità.
La tecnologia ci aiuta a conoscere e condividere la realtà
Negli anni Settanta del secolo scorso, non solo si suonava la musica che va ancora oggi, ma una parola d'ordine agitò per un certo periodo il meglio dell'educazione italiana: a scuola con il corpo! A parte molte situazioni fortemente innovative che hanno mostrato che i miracoli sono possibili (Don Milani, Mario Lodi, Reggio Emilia, senza bisogno di andare in Finlandia!),
l'istituzione scuola però, il cui scopo principale è riprodurre se stessa, non ne ha tenuto conto, e continua a non tenerne conto, inseguendo le mode e la “tecnologia”, che oggi si chiama digitale, e che serve a ben poco nel momento in cui viene da una parte imposta dall'alto a un corpo insegnante che deve continuamente rincorrerla, e dall'altra non si appoggia su uno sviluppo armonico ed equilibrato delle persone.
È dimostrato che con i bambini e i ragazzi, partendo per esempio dall'animazione teatrale, si ottengono risultati in termini anche di apprendimento e produttività assolutamente superiori, con un uso anche delle macchine e della tecnologia naturale, appropriato, non conflittuale.
Forse il problema è che partire finalmente dalle persone, essenzialmente non costa niente. Si fanno i conti con quello che si è e che si ha, non ci si sente sempre inadeguati, e magari ci si confronta l'un l'altro, per scambiarsi le esperienze. Che è poi l'unico modo serio di non “perdere tempo”.
Troppo poco costoso? Troppa poca burocrazia? Troppo facile?

giovedì 26 giugno 2025

Il festival virtuale, per ricominciare

Torno dopo tanto tempo a usare questo mio blog personale, è il momento!

Lo scorso ottobre si è svolta a Brescia, un po' in sordina, la prima edizione della rassegna "I Bambini si Raccontano in Video".

Per chi non ha partecipato di persona, ricordo che sono ora disponibili in rete, nel canale YouTube TheLook of Children, il trailer, le 4 raccolte di opere di varia provenienza, e anche "l'ospite d'onore" Spirit Ship, film bellissimo del 2011, grande esempio di come l'arte può trovare strade nuove e sorprendenti dall'incontro con i bambini. E poi una sorta di "spot", inventato da un bambino di 5 anni, all'inizio dela laboratorio del 20 attobre.

Invito tutti a guardare, iscriversi al canale e magari riprendere insieme un discorso che può essere, oltre che culturalmente importante nel mondo di oggi, anche divertente e carico di speranza.

Era dunque successo, per tornare alla rassegna, che pur avendo raccolto molto materiale dall'Italia e dall'estero, c'era stata nei mesi precedenti una difficoltà di connessione soprattutto con le scuole locali, che corrisponde purtroppo a un problema generale, quando si tratta di coinvolgere il mondo dell'educazione in qualcosa che vada oltre la quotidianità dei programmi e della burocrazia, o l'eccezionalità dell'accesso alle risorse economiche del PNRR. Succede in particolare se ci sono di mezzo la fotografia e il video, in questo strano mondo in cui in cui in nome della "privacy" si sta in molti casi cancellando dalla comunicazione educativa il sorriso dei bambini e dei ragazzi, sempre più associandolo nel sentimento comune al pericolo e alla paura. E se questo serva a "proteggere" le giovani generazioni, oppure sia per loro nel lungo periodo un danno enorme, ingigantendo timori irrazionali e consegnando la gestione delle immagini che tutti, anche i bambini, ormai produciamo e pubblichiamo incessantemente con i telefonini, semplicemente nelle mani incontrollabili del mercato, sarebbe una questione interessante da affrontare.

Molti educatori pensano che sia utile far conoscere meglio le cose buone e belle che succedono nella scuola, mostrare alla società e all'opinione pubblica che non ci sono solo il bullismo e tutti quei problemi e sindromi per cui sempre più bambini vengono etichettati e affidati agli psicologi. Tanto più che oggi lo si può fare, come un tempo non era possibile, attraverso la voce dei bambini stessi che, se stimolati a un uso attivo e consapevole, sono in grado di utilizzare in prima persona e attivamente i mezzi audiovisivi, e in generale la tecnologia, giocando come sanno fare i bambini, con una libertà e una autonomia dagli stereotipi correnti che la maggior parte dei cittadini consumatori in crisi della società dell'informazione nemmeno si immagina.

Il canale e la Community YouTube, così come le pagine web del progetto, possono essere luoghi virtuali efficace per la condivisione dei video e il confronto tra educatori, insegnanti e in generale chiunque sia interessato.


Ho pubblicato dunque in questi giorni il trailer della rassegna, in parte "restaurato" nel video e nell'audio, anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale - suggerisco il confronto con le vecchie immagini cubane SD buie e sgranate della presentazione di 6 minuti di un anno fa, e si può fare di meglio, dato che io so usare ancora in modo approssimativo gli strumenti! - e poi le 4 raccolte per la durata complessiva di un'ora, che avevamo presentato al pubblico presente nella sala a Brescia. YouTube mi dice che "Opere 1" e "Opere 4" sono parzialmente bloccati per problemi di copyright e che in alcuni paesi potrebbero non essere visibili. Dato che sono assemblaggi di lavori altrui, ho cercato di capire invano quali sono i video responsabili, e se qualcuno ha idea di dove e come si possono controllare meglio queste cose, attendo suggerimenti.

In pratica, la parte spettacolare della rassegna è ora tutta disponibile in rete. Ho aggiunto poi una brevissima sequenza in cui in pochi secondi un bambino di 5 anni ci dà una lezione su come la comunicazione audiovisiva oggi può essere in realtà subito un gioco, bello, attivo, entusiasmante, oltre certi stereotipi e banalizzazioni correnti.

E pensavo. Se un progetto ha un suo senso, una possibile utilità per le nuove generazioni e per la società in generale, anche se in alcune fasi trova difficoltà ad affermarsi, non è proprio il caso di rinunciare.

Così torno a mettere in ordine anche le pagine web, con un riepilogo scritto a caldo ancora a novembre, un po' di cose che si potrebbero fare (ma si tratta di vedere insieme, ne potremmo in realtà fare altre), e di nuovo vado a cercare i diversi interlocutori, con cui nei mesi precedenti alla rassegna c'era stato un contatto diretto, augurandomi che ci si possa ritrovare e magari escogitare insieme un modo semplice ed efficace per allargare il discorso..

Sono tempi in cui anche l'educazione, come del resto la politica, più che preparare il futuro sembra inseguire giorno per giorno gli umori più superficiali che agitano l''opinione pubblica, con soluzioni grottesche (e probabilmente illegali) come la proibizione dell'uso di strumenti come il telefono cellulare a scuola, negando di fatto una volta di più una possibile alfabetizzazione a un uso attivo e consapevole della tecnologia, oltre gli stereotipi indotti dal mercato.

Informatevi prima per favore, almeno, studiate! O almeno ascoltate i bambini veri, che hanno tante cose da insegnare!

Dal mio ultimo laboratorio, con molte classi della primaria di un istituto comprensivo, c'è per esempio questo video su bambini e robot che varrebbe la pena di vedere.

Ma più in generale, c'è un'informazione, anzi una comunicazione dal basso che sempre più è urgente che impariamo far funzionare, per riscoprire insieme, adulti e bambini, l'efficacia e il piacere di mettere insieme gioco ed esperienza, natura e tecnologia, cultura e collaborazione tra gli umani, oltre l'ignoranza, la diffidenza, le paura, le risse, la guerra.

domenica 30 dicembre 2018

Invito per una una riflessione comune, necessaria

Ascolto quello che si dice e leggo quello che si scrive della “tecnologia”, in un rimbalzo continuo di luoghi comuni e osservazioni miopi, frammisti a qualche intervento intelligente che si perde di solito nella confusione generale e ovviamente non passa, perché richiederebbe alla gente la fatica di pensare. Il panorama sembra sempre più desolante, al pari delle notizie quotidiane dalla politica (per non parlare delle discussioni su Facebook!), così che per alcuni giorni, approfittando delle vacanze, mi dirotto sulla maratona TV del Trono di Spade, che per anni mi ero ostinato a non guardare. Quando però il Drago non morto distrugge la Barriera spianando la strada all’armata sterminata e mostruosa degli Estranei allora è troppo, il culmine di angoscia, disperazione, pessimismo è raggiunto. Basta!
Vado a rivedermi i due video del laboratorio della scorsa primavera con i ragazzi della secondaria a Siena (della primaria ho già scritto qualcosa qui): il film Continuavano a chiamarlo Don Santino e il “documentario” correlato, gli incontri con i ragazzi, l’invenzione, la realizzazione, il backstage, l’incontro finale con l’organizzatore di produzione RAI che ci viene a trovare e i ragazzi gli parlano insieme come fossero colleghi.

Grandioso! Partecipano a ogni fase con estrema naturalezza, si dividono spontaneamente i ruoli, spesso scambiandoseli, si divertono e scherzano e fanno i buffoni, ma al momento di “lavorare” sono presenti i modo preciso e puntuale, attenti e precisi. E non solo agiscono d’istinto, ma concettualizzano con precisione. Meglio in questo caso, nei risultati e nella documentazione, di molti altri laboratori, ma in modo del tutto analogo, perché è così che abitualmente, regolarmente, rispondono i bambini e i ragazzi, che si tratti di video o computer, di teatro o storytelling, di insetti e ragni o monumenti antichi, o burattini. Così rispondono, nella mia esperienza, in diverse parti del mondo oggi come quarant’anni fa, perché gli umani non si evolvono e non cambiano affatto nei tempi frenetici voluti dal mercato!
Mi domando: dove sono quelle generazioni di mutanti, dipendenti dagli aggeggi tecnologici, persi in confuse realtà virtuali, con cui molti adulti disperano ormai di trovare canali di comunicazione? Dove sono la mancanza di attenzione, il bullismo, le difficoltà di relazione e di apprendimento?
Può essere - è una ipotesi, la butto lì, ma varrebbe la pena magari di ragionarci un poco – che semplicemente, quando invece di descrivere dal di fuori realtà che a forza di descriverle diventano enormi di parole e inaccessibili, dentro quelle realtà invece banalmente ci si entra e ci si sta, allora forse si verifica che sono molto più semplici, più vivibili, meno problematiche. Perché gran parte della difficoltà oggi non sta nella realtà stessa, ma nella nostra rassegnazione a non agire, a non prenderci la responsabilità di toccarla e modificarla, pure in una situazione tecnologica e sociale che oggettivamente darebbe ad ognuno di noi, proprio in questi ultimi anni, magari non individualmente, possibilità di azione che l’umanità mai nella storia aveva conosciuto.
Così propongo una piccola riflessione, osservando quello che per esempio a me succede. E invito gli amici, i colleghi, li invito di cuore a rispondermi, contestarmi, mandarmi anche quel paese, ma tenendo conto di quello che dico, per favore, e con argomentazioni solide. Cioè, io vedo delle prospettive e pongo delle domande, e per capire se sono tutte sciocchezze o illuminanti intuizioni, occorre rispondere a quelle domande!
Dunque, riepilogando: l’osservazione del mondo, o meglio della sua rappresentazione, attraverso i mezzi di comunicazione, la TV, la rete, le pubblicazioni a stampa e multimediali, propone oggi spesso situazioni sempre più intricate e disperanti, che ci rendono infelici e insicuri, esasperano le difficoltà e le tensioni. Quando il riferimento è a quella rappresentazione, anche i rapporti con le persone, in presenza o nelle piazze virtuali, sono difficili e problematici.


L’attività vissuta invece che per esempio vado a svolgere nel mondo, i laboratori nelle scuole, l’incontro con i colleghi durante i convegni e i festival, mi disegnano viceversa un panorama di solito piacevole e soddisfacente, dove le difficoltà esistono, ma sono piccole cose che non pregiudicano affatto il buon rapporto di fondo con persone, i cui comportamenti e azioni non corrispondono affatto a quegli schemi totalizzanti.
Ora, domanda buttata lì: perché mai la “rappresentazione”, nell’assegnare le stelline di gradimento al tempo presente, dovrebbe prevalere sull’esperienza reale e vissuta? Dove non ci siano guerre, fame, situazioni socialmente insostenibili o calamità naturali, davvero viviamo in un mondo così difficile e insolubile, o siamo noi che, gratuitamente, ci complichiamo le cose?
Questo è l’inizio di una riflessione complessa, che intendo sviluppare in modo adeguato, possibilmente non da solo. Si può incominciare con qualche commento qui a questo post, per costruire insieme poi qualcosa di più importante e completo.


continua... 

domenica 25 novembre 2018

I gilè gialli: la rete, la politica, la responsabilità

Stavo incominciando a scrivere queste righe quando sono successi i fatti di ieri a Parigi. Però il senso del ragionamento non cambia.
Da anni tanti parlano di “rete”, ma in pochissimi casi si va oltre la parole. Si fa una confusione tra il web, libero e aperto, e i social network come Facebook o Instagram, privati e commerciali; si subisce una digitalizzazione spesso macchinosa della pubblica amministrazione, dei servizi, della scuola, in cui la tecnologia è mortificata dall’approccio burocratico e miope di umani ignoranti; si scambia per partecipazione la presenza narcisistica e rissosa nelle discussioni on line di individui isolati gli uni dagli altri o raggruppati in rigide tifoserie contrapposte, che si gridano addosso e non si ascoltano, in una competizione continua, improduttiva e frustrante; si spaccia per “democrazia diretta” la politica improvvisata su piattaforme informatiche controllate non si sa come e non si sa da chi; si generalizzano certi comportamenti osservati in settori della popolazione, soprattutto i giovani, con descrizioni che sostituiscono e anzi escludono la comunicazione con i diretti interessati.
Credo che il problema principale, culturale, umano, politico, sia l’incapacità dei più, nelle valutazioni sul mondo e sulla vita, di tenere conto dell’insieme che sta intorno ai singoli episodi, di comprendere proprio, concettualmente, la rete in cui tutti ci muoviamo, di rapporti sempre più intrinsecamente legati, anche quando crediamo di essere e di fare fa soli.

Sull’argomento, sto scrivendo più diffusamente, ma qui vorrei sottolineare in particolare un aspetto, che emerge proprio in questi giorni con il movimento francese dei gilè gialli.
La rete globale ha in sé, intrinseco, un potere enorme. Può bastare una comunicazione veloce sui social network – con tutti i loro limiti, sono un mezzo efficacissimo per far viaggiare l’informazione per tutto il pianeta – e si può mettere in moto un movimento vasto e inarrestabile, la cui forza sta nella sua struttura orizzontale, cioè senza una direzione centralizzata, e per questo difficilissimo da contrastare.
Stefano Mancuso nel suo Plant Revolution fa l’esempio dei conquistadores spagnoli, che con piccolissimi eserciti conquistarono i potenti imperi di Aztechi e Incas, ma poi non furono in grado di sottomettere gli Apaches, le cui tribù non avevano un capo.
Una differenza non da poco è che la organizzazione orizzontale degli Apaches funzionava, cioè era un modo di essere delle loro comunità, mentre la mobilitazione orizzontale dei gilèt gialli è un fatto episodico, che si svolge in un tempo e rispetto ad obiettivi limitati e circoscritti. Non è – come si sarebbe detto un tempo - “organica” a un progetto, non c’è strategia, ma tutto si risolve in una rivendicazione, un grido collettivo: no agli aumenti del carburante, Macron dimettiti! Non a caso, nella protesta popolare di pancia subito si inserisce la destra estrema, che nelle rivolte umorali ci sguazza, così come trae vantaggi enormi dalla politica fatta con i tweet, in cui semplici slogan e parole d’ordine prendono il posto di analisi, visioni complessive, progetti di lungo periodo.
Dato un mondo sempre più complesso e dipendente da ogni forma di tecnologia, in una popolazione di tecnologia sostanzialmente e programmaticamente analfabeta (che ne conosce solo la superficie brillante e ormai facilissima da “usare”, anche per gli analfabeti!) si insinuano la pretesa, l’illusione, l’ostinazione di voler dare risposte sempre più semplici. E allora la realtà facilmente va in corto circuito, con le conseguenze politiche, sociali, ambientali nefaste che conosciamo, comunità e nazioni disconnesse che si ubriacano dell’immagine della connessione, e drappelli di guru digitali che descrivono le meraviglie che con la tecnologia si potrebbero fare, senza accorgersi che quasi nessuno in effetti le fa!

La prima domanda è: dato il fatto comunque indiscutibile che quando le persone si mettono davvero in rete ne può scaturire una forza immane, il carattere episodico e “di destra” dei movimenti che ne nascono è una dato strutturale e intrinseco alla rete digitale stessa, oppure dipende anche dal fatto che questa forza immensa è maneggiata da analfabeti, cresciuti individualisti e passivi con il mercato e la televisione, e che quindi possono usare la rete al massimo per tentativi?
L’altra domanda è: sarebbe possibile, aumentando il livello di consapevolezza civica e tecnica della popolazione, avere dei movimenti in rete “rallentati”, che non scoppino solo su fatti contingenti, ma funzionino in maniera continuativa su problemi più strutturali e riescano a produrre una vera elaborazione collettiva. E questa elaborazione, potrebbe avere una forza paragonabile a quella messa in campo in questi giorni dai gilè gialli?

L’immagine di una forza orizzontale permanente in rete fa paura, perché davvero potrebbe cambiare tutto: la rete è potere! E gli umani, a cui tutto sommato non piace molto cambiare, dopo aver digerito a mala pena nei decenni passati la sbornia da automobile e televisione e essere ancora in piena sbornia da telefonini, istintivamente sembrano rifiutare soprattutto l’altra faccia del potere, cioè la responsabilità.
Che responsabilità sia sinonimo di seccature credo però sia uno stereotipo abilmente suggerito dal pensiero unico mercantile, che ci vorrebbe tutti consumatori passivi e impotenti. In realtà, privati di responsabilità, perdiamo il controllo delle nostre vite, da cui sempre più inquietudini, nevrosi, violenza. E non a caso proprio i bambini e i ragazzi, che ancora non si sono rassegnati a venire espropriati del gusto della vita, quando vengono caricati di qualche responsabilità, cioè si sentono degni di fiducia e di ascolto, di solito reagiscono con attenzione, partecipazione, entusiasmo!