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giovedì 20 agosto 2026

Quando i Bambini ci insegnano il Futuro

 Sto realizzando in una serie di 10 video di 15 minuti l'uno, dal titolo "Bambini Oggi, Educare nel terzo Millennio". Li rendo disponibili su YouTube come un "corso" gratuito, eventualmente introduttivo ad altri corsi più approfonditi, a distanza o in presenza, rivolti soprattutto a al mondo della scuola, se qualcuno li dovesse trovare interessanti.

Sto ricostruendo una storia, un progetto educativo e culturale che si è sviluppato in modo coerente e con risultati che ne hanno confermato la validità, attraverso i decenni, le aree disciplinari, i linguaggi e gli strumenti, di cui i protagonisti assoluti sono i bambini. E così recupero cose antiche, prendo, raduno, classifico, cerco di rendere il senso di esperienze vive e reali in cui, più dello studio, dei libri, della Rete, delle certificazioni, valgono proprio le risposte sul campo dei bambini: migliaia, che in diverse occasioni e paesi del mondo, a certe proposte praticamente sempre hanno risposto con un entusiasmo, impegno, gioco e lavoro, e idee e prodotti che, rispetto a tanti problemi del mondo di oggi, se uno li osserva con un minimo di attenzione e senza pregiudizi, gli viene da esclamare, con un grande sospiro di sollievo: ma allora, si può! 

Recupero non è nostalgia, anzi, è una di quelle cose che impongono svolte importanti oggi, dal punto di vista della professione e del pensiero. Personalmente, alla mia veneranda età, sto cambiando e correggendo quello che faccio e quello che sono, non per adeguarmi all'ennesimo fatuo spot di un sempre più evanescente mercato spacciato per "tecnologia", ma perché così richiede di svilupparsi la mia storia. Socialmente, applicato su larga scala, un atteggiamento analogo costituirebbe probabilmente una ricetta vincente per il futuro.

Cioè, vedere e considerare man mano, o anche distanza di tempo, quello che abbiamo fatto, pensato, prodotto, estrarre le cose che ci hanno dato idee, speranze, e farne cultura, invece che limitarsi per lo più descrivere, come succede da decenni oramai, quello che potremmo fare utilizzando certi mezzi hardware e software che quando finalmente abbiamo imparato a usarli, già non serve più perché ci sono già altri mezzi nuovi da descrivere e imparare - il mercato non si ferma, non ci aspetta! - e ogni volta dobbiamo ricominciare da capo, come se nel tempo non avessimo costruito niente!

Non a caso sui "social" sempre più dal niente ripartiamo, e sempre più nella vita e nella politica è un confronto sterile di opinioni astratte, campate per aria, lontane dalla vita che viviamo, prese da narrazioni altrui, su cui ci schieriamo con sempre maggiore aggressività, e che poi formano, queste aggregazioni di nulla, la confusione assoluta in cui stanno morendo le nostre società. Oltre l'abbondanza e potenza di mezzi a disposizione di ognuno di noi, che ci potrebbero trasformare tutti in dei capaci di controllare ogni attimo del nostro futuro, l'individualismo esasperato, il consumismo, la competizione, il narcisismo arrogante e saccente ci stanno rendendo sempre più incapaci di vedere, capire, comunicare. Stiamo vivendo un orizzonte desolato da cui rischia di essere bandita la speranza e, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini vive inquietudine, isolamento, impotenza, sul pianeta pochi potenti ignoranti e arroganti come non mai, tessono indisturbati e impuniti le loro trame di violenza, odio e guerra.

 Personalmente, mi rendo conto della gravità di un errore ricorrente. Quello di pensare che avendo per esempio fatto schede e relazioni della nostra bella esperienza, basti segnalare, mettere a disposizione, indirizzare altri a quel materiale, perché la comunicazione si realizzi. Come se l’oggetto potesse quasi da solo trasmettere l’esperienza, come se gli altri fossero in grado, da una documentazione, anche ben fatta come un libro o un video, di trarre le stesse emozioni, suggestioni, conclusioni scientifiche di chi quella documentazione ha prodotto. Errore! Il più delle volte gli altri si fermeranno ai titoli, e tutta quella miniera resterà materiale inutilizzato, in un contesto in cui anche i migliori sono assuefatti alla fretta e alla velocità,

Anch’io mi rendo conto per esempio, che in un corso recente con insegnanti, in cui ho mostravo esempi di prodotti stampati, video, siti web, ero andato un po’ a memoria, avevo ripreso cose che mi ricordavo essere importanti, ma non avevo svolto su quel materiale lavoro preliminare di revisione approfondita che mi avrebbe permesso, quelle stesse cose, di proporle con tutta un’altra efficacia e profondità. Come quando ritrovo adesso, e però rivedo con la dovuta attenzione per esempio quei disegni incredibili dei bambini della scuola dell’infanzia, quella volta che avevano osservato gli uccelli in giardino e mi avevano spiegato, con grande efficacia che, quando atterra, il merlo allarga le ali, ma anche la coda!

Mi sto muovendo tra gli scaffali in casa, le macchine nuove e antiche, i dischi rigidi, i CD ROM e i DVD, i supporti video e audio digitali e analogici, la Rete. E sono stato in questi giorni un sacco di tempo a fare fotocopie.

Alla mia età e con la mia storia professionale, questo delle fotocopie è un lavoro per cui magari dovrei avere una segretaria, o uno studente, che lo fa. E mi viene anche da chiedermi anche, visto la carenza clamorosa di versioni digitalizzate di materiale che avevo lì da tanti anni, perché mai non l'ho fatto prima, quando tante volte mi annoiavo o giravo in tondo. L'idea interiorizzata mio malgrado di efficienza mi fa istintivamente rimpiangere il tanto tempo che ho perso. Più o meno come quello che ho passato sul divano anche in questi ultimi due mesi, con il ventilatore a palla, complice il caldo, a dormire di giorno perché era più facile che di notte.

E invece mi accorgo che da questa "noia" dell'acquisire adesso e rinominare la pagine a una a una, insieme con la musica assolutamente casuale che intanto lascio andare, dalla collezione di pezzi rock, pop, classici pure acquisiti in passato e salvati nelle cartelle di musica del PC, man mano che il lavoro procede in un tempo forzatamente lento e senza fretta, emergono memorie, e pezzi di esperienza sparsi si ricompongono, ma non come in un puzzle di cui già si conosce la figura finale. Sarà una composizione del tutto nuova e diversa, che già dal primo incontro casuale dei vari pezzi si illumina e svela punti di vista inediti e inaspettati. La realtà si sta ricostruendo in altri modi, con nuove suggestioni, qui, adesso, come in un altro momento non sarebbe successo: intuizioni, idee, collegamenti con i problemi, i dubbi, le delusioni, le speranze e i progetti proprio di questo presente, o dell'immediato possibile futuro.

Perché poi, se vai oltre l'intuizione che risveglia una curiosità intrigante, ti rendi conto che sono proprio i momenti così che risvegliano la capacità di sentirsi vivi, attivi, in grado forse di procedere oltre, a partire da una storia che mentre la ritrovi ti restituisce le radici su cui far cresce il nuovo albero della conoscenza, e del fare.

 Bello, perché è proprio come nelle esperienze di animazione con i bambini - quelle che sto cercando di rendere nei video e negli altri articoli che sto scrivendo intorno - quando sono contenti di una bellezza che sentono crescere dentro di sé, mentre in cooperazione con gli altri ottengono soddisfazioni che mai potrebbero essere date dalla competizione.

E proprio qui sta il problema principale, la difficoltà ricorrente, data un'esperienza anche ricca e ben documentata, di condividerla con altri disposti a fare altrettanto con una parte almeno della loro esperienza. Non è evidentemente un problema solo tecnico, ma già trovare un modo semplice ed efficace per connettere in rete gli elementi significativi delle rispettive esperienze e combinarli insieme per produrre qualcosa che vada oltre, è una cosa tanto facile da dirsi quanto estremamente difficile da realizzare in pratica. Ci si prova poco e di solito, più che cercare soluzioni, ci si affida pigramente alle piattaforme commerciali di condivisione esistenti, che ovviamente sono state fatte con altri scopi, e dopo qualche timido tentativo si conclude che è impossibile, e ognuno ritorna a barcamenarsi per conto suo.

In realtà, più che una magica app che ci risolva i problemi come per magia, o miracolosi prompt che attivino per noi l'intelligenza artificiale, dovremmo prima cercare seriamente all’interno del gruppo, in un confronto serio e approfondito, le motivazioni che muovono ognuno noi e stabilire presto obiettivi magari inizialmente limitati, ma raggiungibili, per incominciare a porre a chi partecipa e perché no al mondo intero per esempio la domanda:

Davvero è possibile dall'esperienza con i bambini ricavare insegnamenti utili a risolvere certe difficoltà che affliggono oggi le società umane, per esempio trovare un modo sereno e non problematico di interfacciarsi con la tecnologia, come strumento per espandere le nostre vite, in collaborazione e non in competizione tra gli umani?

Da quello che ho visto, sperimentato e sentito in tutti questi anni e da ciò che mi torna mentre dal passato recupero materiale digitalizzato, ricordi e associazioni di idee, per quanto mi riguarda la risposta è certamente sì. Serve però un lavoro ben fatto, con emozione, curiosità, speranza, rigore scientifico.

Già in passato questa intuizione ha attraversato il pensiero e la cultura. A memoria viene in mente Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, che non a caso esce nel 1968, ma l’affermazione più importante di questa verità oggi più attuale che mai la conosciamo tutti, ed è addirittura alla base della cultura cristiana, nel Vangelo: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Ovviamente, non bisogna idealizzare l’infanzia e, se dire che il mondo governato dai bambini sarebbe migliore è una bella suggestione, così come se fosse governato dalle donne, dopo tanti secoli di patriarcato, è importante sapere che non è affatto automaticamente vero, perché i bambini poi, come le donne, prendono esempio dai modelli e comportamenti esistenti dominanti, adulti e maschili. Anche tra i bambini poi esistono paura, prepotenza, aggressività, e come unico splendido esempio possiamo citare Il Signore dello Mosche, Il romanzo originale di William Golding del 1954, lo splendido film di Peter Brook del 1963, la replica del 1990 e la mini serie televisiva che è uscita proprio quest’anno, 2026.

Se si parla di una possibile redenzione dell’umanità, il discorso va riferito a bambini, donne, uomini liberati almeno in parte dalle innumerevoli limitazioni che hanno sempre reso la nostra storia così difficile e travagliata. E ovviamente dobbiamo tenere presente che, oltre le nostre aspirazioni e il nostro impegno, si tratterà comunque di una libertà sempre parziale, irta di contraddizioni, tra natura e cultura. Serve comunque darsi da fare, a partire dalle condizioni del mondo in cui viviamo, per provare a renderlo migliore.

Oggi, un dato radicalmente nuovo è che siamo in presenza, solo da pochi decenni, di una tecnologia che per la prima volta nella storia mette a disposizione in maniera potenzialmente del tutto democratica gli stessi mezzi per fare l’informazione, in una società basata sull’informazione, nelle mani di qualsiasi cittadino del pianeta terra, compresi i bambini. L'immediatezza e facilità d’uso di base permettono di rompere le gerarchie tradizionali tra chi trasmette la conoscenza e chi soltanto la può ricevere, tra chi produce e chi soltanto consuma. Dall’osservazione e corretta comunicazione della cultura che i bambini sono in grado oggi di produrre, anche questo aspetto, il più difficile da comprendere, perché rappresenta una autentica rivoluzione rispetto a una tradizione millenaria, può emergere con evidenza, consentendo l’avvio del necessario salto culturale a una umanità che oggi complessivamente sta consumando in modo capillare la tecnologia del 2020 con lo stesso atteggiamento e conoscenza dei primi anni 1970. Che è probabilmente il problema alla base di tanti altri, su questo tormentato pianeta.

Oggi stiamo delegando all'intelligenza artificiale la messa in ordine del sapere mondiale (cioè di quella parte che da libri, giornali, archivi di immagini, ma anche conversazioni sui social network, è stato e viene travasato negli archivi digitali), e molti credono che rimescolato e rielaborato più o meno automaticamente ci possa dare la risposta a ogni domanda. Ma l'intelligenza artificiale non è in grado per esempio di scegliere da sola se nutrirsi di informazioni scientifiche ufficiali, piuttosto che di divagazioni di no vax, osservatori di scie chimiche, terrapiattisti; non può distinguere tra onnivori e vegani, né valutare la veridicità di informazioni false che, nel momento in cui si moltiplicano e vengono condivise in modo acritico attraverso la rete globale, potrebbero a un certo punto apparire come vere.

Di fatto l'informazione di massa, da quanto si è diffusa l'intelligenza artificiale, non solo non sta migliorando, ma si sta uniformando in gran parte ai livelli più bassi di ignoranza e pressapochismo, quando non di settarismo spinto, razzismo, e conflittualità senza precedenti a tutti i livelli, che dagli ambienti virtuali della rete si riversano sempre più anche nella vita quotidiana, nelle strade e nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella case della gente.

L'intelligenza artificiale non pensa, non immagina, non desidera, e non sente il peso e l'emozione della vita, che è ciò che fino a qui ha mosso la storia dell'umanità, e senza una supervisione umana seria e rigorosa in realtà può anche funzionare benissimo per un po', ma a un certo punto commetterà senz'altro errori che da sola non sarà in grado di correggere.

L'urgenza del presente non è quindi solo attrezzarsi per poter lavorare sempre meglio insieme con le macchine - il che ovviamente va fatto - ma in parallelo sviluppare al più presto, anche con l'aiuto delle macchine, la capacità degli umani - tutti gli umani, non solo gli specialisti, ognuno al suo livello, come livello minimo di alfabetizzazione - di documentare e riorganizzare la nostra personale esperienza, le memorie e documenti di cui conosciamo origine e modalità di produzione, in modo da stabilire blocchi di sapere e conoscenza pensati e sviluppati insieme, tra donne, uomini, bambini, e funzionali al nuovo, al futuro che intendiamo costruire, verso obiettivi precisi stabiliti non dal mercato o da fantomatici algoritmi, ma dai bisogni, dai desideri, dalle intenzioni delle persone e delle comunità. Anche perché in questo modo banalmente, se anche gran parte del mondo in cui viviamo sarà comunque poi affidato si sistemi artificiali, almeno sapremo come le cose più o meno funzionano e potremo inserirci nel gioco con un minimo di consapevolezza e autostima.

La tecnologia è per l'uomo, e non viceversa, e molti dei problemi che oggi ci assillano e ci sembrano insormontabili, probabilmente potrebbero essere risolti.

Non lo sapremo mai, se non ci proviamo, e i bambini ci insegnano che tutto questo è assolutamente possibile, da subito.


lunedì 8 aprile 2019

Lo Sguardo dei Bambini sul Mondo

Periodicamente qui ritorno cercando, per approssimazioni successive, di arrivare alle definizione precisa del progetto "Lo sguardo dei Bambini sul Mondo", con le parole adatte, che non sono un dettaglio.
Cioè, perché questo discorso dei bambini che fanno i video non è solo il mio campo di lavoro, ma una proposta culturale complessiva che chiede di essere ascoltata, che ha bisogno di un dibattito adeguato non solo tra gli addetti ai lavori o nel mondo della scuola, ma nell'intera società.
Perché - so che è difficile capirlo in tempi di spreco sistematico di tecnologia e di pensiero e di appiattimento acritico e incosciente sugli orizzonti del mercato - qui non si esprimono solo opinioni, né si descrivono realtà con la comodo scorciatoia degli stereotipi, ma si propongono soluzioni vere, utili per la vita delle persone. Altri preferiscono ripetete come un mantra  ritornelli su generazioni "digitali", sul bullismo dilagante come se fosse una piaga d'Egitto, sugli otto minuti (???) di attenzione come mutazione antropologica ineluttabile.  Noi si lavora con i bambini e i ragazzi veri, e questa è la versione più recente della proposta, come sta in questo momento sul sito web, e sarà ulteriormente modificata quando altri confronteranno con noi le loro idee e il loro punto di vista.

Lo Sguardo dei Bambini sul Mondo è un progetto in corso, il cui fine è raccogliere e mettere in rete i lavori video di scuole e gruppi di bambini, fino ai 14 anni, provenienti da ogni parte del pianeta, realizzati in gran parte dai bambini stessi, che recitano, eseguono le riprese, montano i video.
Non è solo una collezione di “film” di bambini, che nel loro piccolo fanno qualcosa di simile al cinema e alla televisione che tradizionalmente conosciamo. Nei nostri tempi, in cui mezzi potentissimi, facili e economici rendono tutti noi di fatto produttori di informazione (il più delle volte a nostra insaputa, per esempio attraverso i social network), una adeguata alfabetizzazione di base al linguaggio audiovisivo della società dell'informazione globale è più che mai urgente e necessaria.
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I bambini, non lasciati a se stessi e al mercato, giocando come sanno fare, con il supporto e l'assistenza di adulti educatori, non solo acquisiscono facilmente padronanza dei mezzi, ma riescono anche a raccontare di sé e del mondo dal loro punto di vista come prima non era possibile, arricchendo il linguaggio audiovisivo di forme e contenuti originali rispetto a quelli adulti, professionali o amatoriali che siano. Da un tale scambio di messaggi attraverso le generazioni, che con la rete può estendersi a tutte le nazioni e culture, può trarre vantaggio l'insieme della società, in cui i mezzi si sono diffusi globalmente in modo capillare, ma senza alcuna educazione, non impedendo o forse addirittura causando problemi crescenti di comunicazione, integrazione, convivenza tra i gruppi.


Molte sono le manifestazioni internazionali, i festival, gli incontri sul cinema e il video dei bambini, che si svolgono da anni in diversi paesi ma, forse per la difficoltà a definire un approccio culturale complessivo, oltre che per la frantumazione delle esperienze, scarso è stato finora l'impatto sul mondo della scuola e sull'opinione pubblica in generale, che dei suoi giovanissimi cittadini si fa spesso un'idea attraverso narrazioni stereotipate che alla fine fanno male ai bambini.

In questo progetto, operatori da diverse parti del mondo, conduttori di laboratori, supervisori o semplici raccoglitori di documenti locali o regionali, fanno riferimento a un nucleo centrale e a squadre che stiamo organizzando sul territorio, per il montaggio, la pubblicazione e il web mastering. Ci impegniamo perché, oltre la “raccolta delle raccolte”, dalla condivisione di esperienze con i bambini autori di audiovisivi si sviluppi una elaborazione teorica collettiva permanente, in rete e durante gli incontri in presenza che, al di là della cerchia degli addetti ai lavori, possa stimolare un recupero sociale complessivo, un uso attivo, consapevole e collaborativo dei mezzi, oltre gli sprechi di un dissennato consumismo che, in una società detta dell'informazione, può incidere negativamente sulla qualità della vita, la partecipazione, la democrazia e il futuro stesso del pianeta.

lunedì 29 agosto 2016

Bambini e Video

Ho steso questa piccola sintesi, premessa ad una serie di attività che si si stanno andando a definire. Tocca un aspetto dell'educazione che - ditemelo se sbaglio - di questi tempi a me sembra colpevolmente sottovalutato.

La nostra è la società dell'immagine e viviamo in tempi in cui tutti - non solo i professionisti, ma anche i bambini - producono una grande quantità di immagini, avendo a disposizione strumenti potenti ed economici.
Brescia, II classe primaria, 2001
Di regola però nessuno educa nessuno alla produzione di immagini, e i risultati si vedono. La qualità media delle fotografie e dei video pubblicate in rete è molto bassa, la spazzatura (immagini che dopo averle prodotte in abbondanza i loro autori non solo non selezionano ed elaborano, ma nemmeno guardano) sta rendendo il cloud una discarica virtuale planetaria, l'apprendimento del linguaggio principale parlato dall'intero pianeta è lasciato al caso e, al momento buono, quando occorre capire qualcosa del mondo o informarsi per votare alle elezioni o a un referendum, la stragrande maggioranza dei cittadini consumatori di fatto crede ancora alla televisione.

I bambini non sono affatto immuni dalle suggestioni consumistiche e omologanti del mercato, ma per istinto hanno la capacità di giocare. Messi nelle condizioni di farlo, potendo contare sul gruppo dei pari e sull'attenzione degli adulti, sono facilmente in grado di usare le macchine e il software per produrre immagini in modo non convenzionale, come estensioni dei propri sensi e del pensiero, per conoscere meglio la realtà e per esprimere il loro punto di vista, in modi anche originali e inaspettati.
L'osservazione dei piccoli animali nel cortile della scuola, le invenzioni durante le attività di animazione teatrale, il gioco con gli “effetti speciali” incorporati nei mezzi, possono offrire esempi audiovisivi di grande rilevanza, che indicano come alla sovrabbondanza, alla ridondanza e al rumore che mettono in difficoltà la maggioranza dei cittadini della società dell'informazione non solo esistono alternative, ma sono immediatamente praticabili, come le sanno praticare i bambini anche molto piccoli.
Ovviamente, non ci riferiamo alle banalità, agli stereotipi, alle favole del “digitale”, ma a quello che fanno i bambini veri in situazioni vere, su cui l'uso appropriato e intelligente proprio dei mezzi audiovisivi può produrre una informazione adeguata, oltre le chiacchiere paralizzanti che - parole e sempre solo a parole - stanno bruciando per sempre gran parte delle opportunità che pure lo sviluppo della tecnologia offrirebbe ai cittadini del pianeta.


lunedì 22 settembre 2014

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 1

Piccola premessa, a chiarire un po’ di equivoci che girano.
Intanto, digitale significa “numerico”. Deriva dall’inglese digit (cifra, numero), che a sua volta deriva dal latino digitus (dito, cioè il primo “attrezzo” usato dall’uomo per contare). Nella lingua italiana, usiamo la parola “digitale” anche derivandola direttamente dal latino, quando parliamo per es. di “impronte digitali” (delle dita).

In questi anni, dato che gli aggeggi tecnologici di cui ci riempiamo la vita hanno un cuore digitale (numerico),  c’è chi ha ipotizzato che le generazioni umane recenti stiano sviluppando una sorta di “pensiero digitale”, contrapposto al tradizionale pensiero analogico degli umani.
In realtà, osservando la facilità con cui non solo generalmente i bambini – che con i dispositivi digitali ci nascono - ma anche moltissimi adulti e perfino anziani che vi si accostano per la prima volta, si destreggiano con gli aggeggi più recenti, non è difficile capire come certi dispositivi digitali dentro (computer, telefonini e via dicendo) siano diventati popolari e accessibili a tutti nel momento in cui sempre più hanno assunto una interfaccia utente analogica (il mouse che sullo schermo simula la scrivania, le dita che direttamente toccano “disegnini” sullo schermo, o stringono e allargano un’immagine).
Vale a dire, l’eventuale migrazione degli umani verso un “pensiero digitale”, che qualcuno ipotizzava nei primi anni Ottanta del secolo scorso, quando i computer si programmavano da tastiera con comandi e istruzioni pedanti ed estremamente precisi e si pensava che il “futuro” fosse il linguaggio BASIC, è stata poi aggirata costruendo macchine digitali in realtà sempre più vicine, nel funzionamento, all’approccio analogico degli utenti umani.

Questo, se da una parte (ed è un vantaggio) consente a chiunque di utilizzare con profitto gli strumenti tecnologici di oggi anche senza avere una vera competenza tecnologica, dall’altra (e può essere un problema), non sollecita quel confronto “in sintonia” con le macchine che, al tempo dei computer da programmare, aveva fatto scoprire a molti ragazzini di avere una mente adatta a misurarsi con il funzionamento profondo delle macchine stesse o, più umilmente, faceva almeno intuire a tutti il lavoro umano e il tipo di “pensiero” che sta dietro ad applicazioni facili e potenti e a videogiochi mirabolanti.
In altre parole – questa ovviamente è una mia opinione, ma si basa su un’esperienza di decenni sul campo, cioè nelle scuole con i ragazzi veri, molto vasta -  non solo diventa più difficile, dato l’uso generalizzato di applicazioni già pronte e sempre più specifiche, che non comportano alcuna ricerca di tipo informatico, che nascano ed emergano naturalmente dal gruppo nuovi Paul Allen, Steve Wozniak, Richard Stallman, Linus Torvalds, ma rischiamo seriamente di perdere alcuni elementi basilari di alfabetizzazione, rispetto a linguaggi che si sono sviluppati molto in fretta, e di cui non sono stati ancora individuati con precisione gli elementi di base e le “grammatiche” che sarebbe utile fossero conosciuti da tutti.

La frenesia da digitalizzazione oggi è di moda, ma spesso si traduce solo in nuova inutile burocrazia digitale, con una pericolosa sottovalutazione dell’approccio estremamente superficiale ai veri “alfabeti” visivi e multimediali che stanno globalizzando la cultura del pianeta e il cui utilizzo è oggi indirizzato, più che dai sistemi educativi, sostanzialmente dal marketing.
Così, "saper usare” un tablet o una LIM, seguendo l’istinto o le istruzioni (senza magari avere mai imperato a tagliare una fotografia!), non garantisce affatto consapevolezza “informatica”, come non la garantiscono le “patenti di computer” basate su un uso prevalentemente da ufficio che se ne faceva nei primi anni Ottanta e che qualcuno, a mio parere oltre ogni evidenza, ancora considera “di base”. Mentre può essere un buon segno che nella scuola italiana si stia tornando a parlare di informatica come programmazione.

Programmazione: cioè imparare fin da piccoli che siamo noi umani a istruire le macchine su quello che devono fare, e provare a vedere che cosa succede quando diamo queste istruzioni, come risponde la macchina, se sono giuste o sbagliate.
Posto che il funzionamento delle macchine di oggi - non di quelle di ieri e forse non di quelle di domani - cioè quello che potremmo chiamare “pensiero digitale” è il linguaggio macchina, che si esprime in codice binario o esadecimale ed è conosciuto bene solo da una piccola parte degli informatici di professione, esistono tanti linguaggi cosiddetti di alto livello che consentono di istruire le macchine secondo modalità molto più simili a quelle di noi umani, e alcuni sono perfettamente accessibili anche ai bambini.

Sto montando un video che ho girato con bambini della scuola primaria che, durante il passato anno scolastico,  guidati dal prof. Giovanni Lariccia, hanno lavorato con il software Iplozero, una versione del linguaggio di programmazione LOGO, su cui qui ho già scritto alcuni articoli. E, oltre gli stereotipi con cui spesso vengono descritti, ho visto bambini veri comportarsi da veri protagonisti, come succede sempre quando, nella pratica educativa, si “resettano” i luoghi comuni e le routine abituali e si fa leva sulla curiosità, la voglia di conoscere, di provare, capire tutti insieme. Succede con i computer come con le videocamere, con gli insetti del cortile come con i giochi corporei di espressione teatrale...


Continua…