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sabato 13 gennaio 2018

Giocooperiamo!

Giocooperiamo il titolo di una percorso Coop di educazione al consumo nelle scuole, ed è diventato anche il titolo del piccolo documentario, quasi interamente girato dai ragazzi, con cui lo svolgimento di questo percorso è stato raccontato in una primaria e una media di Brescia.
Io sono arrivato lì solo alla fine, un paio d'ore per classe, portando una videocamera, con cavalletto, microfono direzionale e cuffie. Ho dato gli strumenti in mano a bambini e ho detto semplicemente "fate!".
Non serve un "corso", con gli strumenti di oggi, per ottenere riprese subito "perfette". Non ne hanno bisogno più di tanto le generazioni – i bambini come gli adulti – cresciute guardando la televisione. Basta che ognuno richiami alla mente l'immensa cultura audiovisiva latente che tutti abbiamo e non si cerchi di fare le cose che ancora non sappiamo fare. Se non si è sicuri di muovere bene la videocamera, basta tenerla ferma.
Poi, dopo qualche panoramica ben fatta con un cavalletto dalla testa fluida, si capisce come funziona e si faranno bene le cose anche a mano. Riprese brevi però, mi raccomando, con un inizio e una fine, staccare! E alla prossima inquadratura cambiare il punto di vista. Queste cose i bambini lo capiscono subito, non perché siano "nativi digitali" o pinzillacchere del genere, ma semplicemente perché sono bambini e la convinzione nefasta di "non essere capaci" non prevale ancora sulla curiosità di provare, come invece accade a molti adulti, per fortuna non tutti!
Alcuni insegnanti, che magari fino al giorno prima pensavano che "fare un film" fosse una cosa solo per professionisti, si accorgono che in realtà, almeno per quanto riguarda le riprese, può essere invece molto facile: osservano i propri alunni all'opera e semplicemente colgono l'evidenza dei fatti, credono ai proprio occhi, invece che solo a quello che si racconta in giro e a forza di sentirlo ripetere crediamo che sia la verità
I bambini poi, se gli dai la responsabilità di fare un film "vero" – per questo una videocamera e un cavalletto servono, almeno all'inizio, perché con il telefonino non sembra una cosa seria! (anche se poi cambia anche il modo in cui usano il telefonino, altro che se cambia!) – ci mettono un impegno e una serietà incredibili. Non per un voto, non per un premio, ma perché gli interessa e soprattutto perché vedono che quello che fanno interessa anche agli adulti che sono lì con loro. La formuletta magica che con nulla eliminerebbe la metà dei problemi della scuola, ma probabilmente sarebbe troppo facile e comunque è un altro discorso.


Il video Giocooperiamo, insieme con altri girati allo stesso modo dai ragazzi, sono un po' il punto di partenza per di un progetto internazionale che stiamo lanciando, e di cui presto racconteremo meglio, qui è altrove. Riprese di bambini, con anche più telecamere o altri dispositivi e, quando sia possibile, anche un po' di taglia e incolla, titoli, suoni e musiche, qualche effetto speciale. Salvo casi eccezionali però, l'edizione finale rimane affidata ad adulti, perché il montaggio vero è una cosa difficile, che si impara soprattutto con l'esperienza, ed è importante che il prodotto sia di qualità. La troppa facilità dei mezzi non deve diventare un alibi – come purtroppo molto spesso succede - per riempire il web di cose orrende che deprimono il livello globale dell'informazione nel pianeta, ma piuttosto l'occasione per impegnarsi anche nel nostro piccolo – che ormai, nell'era dei social media, così piccolo non è detto che sia! - a fare le cose per bene, collaborando ragazzi ed adulti, che tutti hanno da guadagnarci.
Perché anche questo succede, che il professionista anche bravo rischia di imparare un sacco di cose. Pescando nella propria comunque vastissima esperienza di telespettatori e giocando come sanno, ho visto bambini e ragazzi preadolescenti – stiamo parlando di scuola dell'obbligo – trovare a volte tagli di inquadratura e perfino effetti di montaggio molto originali e espressivi, che a un adulto non verrebbero in mente mai. Questo non significa affatto che “ne sappiano più di noi”, ma che il modo con cui un bambino si accosta alla tecnologia, così come a un gioco di costruzioni o alla bolle di sapone, è naturalmente e semplicemente diverso da quello dei suoi insegnanti, genitori o nonni.

mercoledì 10 gennaio 2018

I bambini, le immagini, la consapevolezza e la paura

Non so cosa sia successo in questi ultimi giorni, probabilmente qualcosa di brutto connesso alla pubblicazione incauta di fotografie di bambini in rete. Magari andrò a vedere, ma non smetterei di considerare miopi e controproducenti le argomentazioni con cui alcune maestre su facebook affermano - se non ho capito male, e comunque sono discorsi che spesso si sentono - che mai si dovrebbero pubblicare immagini di bambini da dentro la scuola e che le colleghe che lo fanno, "liberatorie" o no, sono delle incoscienti, e cose del genere. Allibisco e, francamente, ho paura!
Nel mondo i pericoli sono ovunque, per tutti. Ma nessuno si sogna di dire che va abolita la circolazione stradale perché un bambino è andato sotto una macchina, né ci sono crociate contro le settimane bianche, perché dei "minori" sono finiti sepolti da una valanga. Si insegna ai bambini e agli adulti che ne hanno responsabilità il modo corretto di attraversare la strada, così come le regole di comportamento in montagna, e si accetta in definitiva, come società nel suo complesso, che in certi casi la prudenza e l'insegnamento possano non bastare, perché qualcuno sbaglia, o succedono cose che per una ragione o l'altra sfuggono al controllo. Conseguenze non sempre positive del mondo fisico, mentale, naturale e sociale in cui viviamo.

Perché allora questo accanimento proprio contro le immagini, come se da lì venisse il pericolo più grande per nostri piccoli? Che è tanto più curioso tra l'altro, in tempi in cui le telecamere di sorveglianza sono ovunque e addirittura qualcuno propone di metterle in tutte le aule scolastiche, dopo i noti casi di maltrattamenti di bambini da parte di alcune maestre.
Viviamo in una "società dell'immagine" in cui proprio la scuola, che in certi casi pretende di "difendere" i propri alunni rendendoli invisibili (divieto assoluto di fotografare, filmare, ritrarre a matita o a carboncino, perché chissà cosa potrebbe succedere!), ha la grossa, enorme responsabilità di non avere educato intere generazioni al consumo, gestione, produzione dell'immagine, che da decenni è l'alfabeto universale del pianeta. Per cui moltissimi tra quelli che ogni giorno inondano i social network con miliardi di fotografie e di video, protagonisti analfabeti della società dell'informazione, lo fanno con lo stesso atteggiamento inconsapevole e naif di chi negli anni Settanta mostrava rullini da 36 pose o filmini super 8 ad amici e parenti, improvvisando, senza avere ricevuto nemmeno un minimo delle basi culturali necessarie. Perché tutti invece oggi siamo produttori di informazione, di fronte virtualmente al mondo intero, e la trasciniamo ai livelli più bassi, l'informazione, girando video sistematicamente verticali, non accorgendoci quando sono trasmessi nel formato sbagliato, pubblicando su youtube anche porcherie immonde (qualitativamente parlando) senza prima non solo averle montate, ma spesso nemmeno guardate!
E che tutto questo non c'entri niente con l'imbarbarimento generale nella politica e nella cultura, con il "potere" sempre più in mano agli analfabeti, andate a raccontarlo a qualcun altro. In questo cresciamo e viviamo, e questo alla fine produciamo!

Un video in cui i bambini sono protagonisti, ma non si vedono!
La mia idea è che non di nascondere i nostri bambini avremmo bisogno, ma viceversa proprio di vedere e conoscere molto di più, come opinione pubblica, le loro facce vere, i loro sorrisi, le loro emozioni autentiche, la loro capacità magari di proporre alternative al mondo falso e ipocrita a cui ci stiamo tristemente assuefacendo, oltre gli stereotipi avvilenti tipo “nativi digitali” e la ben più triste realtà di cuccioli di consumatori che crescono soli in un contesto asociale di incertezza e paura, di fuga sistematica, spesso attraverso un irrigidimento burocratico improvvisato e ottuso, dalle responsabilità vere, senza più sistemi di valori, e dove anche la tanto decantata “tecnologia”, invece di cambiarci la vita, è per i più soltanto un insieme senza senso di oggetti di consumo sconnessi e scollegati tra di loro (i video che si girano con i telefonini non si guardano nel televisore!), da esibire senza bisogno capire. Mentre ci roviniamo la vita costruendoci paure su problemi che magari esistono, ma che presi ognuno fuori da un contesto globale, diventano incubi e paranoie devastanti: gli immigrati, i pedofili, l'euro!
Così succede che i ragazzi fino a 14 anni devono per legge essere accompagnati e “ritirati” da scuola, e a 14 anni e un giorno gli si compra la scooter! E in quanto “minori” vengono rigorosamente ritenuti da “proteggere” dalle loro immagini, salvo poi scoprire con sconcerto che tra gli adolescenti non pochi fotografano, filmano e diffondono in rete foto e video di se stessi nudi o addirittura mentre fanno sesso.
Come i ragazzi sono e sanno non può essere sempre raccontato da altri
Posto che nessuno ha una ricetta valida per tutto, io personalmente credo che vada incoraggiato l'uso consapevole dei mezzi audiovisivi da parte dei bambini e dei ragazzi in prima persona, anche nella scuola, senza diffondere immagini di se stessi allegramente sempre e ovunque, ma imparando a capire, facendolo, come si producono le immagini e che senso ha pubblicarle, sapendo che ci sono pericoli nella rete così come ci sono nella città reale e nella strada, e intanto però partecipando da protagonisti veri alla società dell'informazione, con una presenza viva che può fare solo bene, oltre il fatto di essere considerati “minori” che non avrebbero comunque nulla di significativo da dire, e oltre le paranoie di adulti che ancora si illudono che i pericoli si possano evitare costruendoci attorno dei “muri”.

domenica 16 ottobre 2016

Bambini e insetti: quel primo video...

Boh? Questa è una cosa di più di dieci anni fa: 21 minuti a sintetizzare il lavoro con 22 classi delle scuole di Brescia, che in realtà consisteva nell'uscire una volta nel giardino della scuola e osservare i piccoli animali che ci abitano. Poi ci ritrovavamo e ne parlavamo, ma la parte documentata in questo video è proprio quella prima uscita.


Concittadini inaspettati, 2005 from Terra Insieme on Vimeo.
 
Cioè, proviamo semplicemente ad ascoltare le voci! Questo succedeva normalmente, senza alcun preparazione preliminare, con bambini che non avevo mai visto! E viene da pensare, quando tanto si parla e si parla nella scuola di grandi problemi a suscitare l'attenzione, di complesse strategie educative... Qui tutto appare così naturale, così assolutamente facile!
20 minuti che, collegati alle pensate giuste, valgono un corso di aggiornamento, e non certo per le quattro cose che dico io, ma per l'emozione, l'entusiasmo, l'atteggiamento, le osservazioni dei bambini. Quante cose che possiamo imparare!

Larva mascelluta di Scarabeidae nella mano di un bambino,
Stiamo recuperando in un canale Vimeo dedicato anche i vecchi video che raccontano la storia del Museo Virtuale dei Piccoli Animali (che si sta arricchendo di contributi internazionali e nei prossimi giorni avrà aggiornamenti importanti) per ricordarci le cose che sono successe nel corso del tempo, e non dimenticare le tante, varie, diverse e sempre precise lezioni dei bambini, senza le quali il nostro lavoro di classificazione e messa in ordine perderebbe gran parte del suo significato E quello che emerge da ogni documento è quel meraviglioso materiale umano che, sé stimolato nel modo giusto, altro non sembra chiedere che di vivere meravigliose avventure di espressione e conoscenza.
Abbiamo provato a far vedere in giro, a scriverne, cercando anche, a partire da queste cose semplicissime, di introdurre una riflessione più ampia su come si trasmette il sapere nella società dell'informazione ma, soprattutto qui in Italia l'attenzione principale era spesso ad altro: nel corso del tempo le aule informatiche, le LIM, i tablet, il coding, come magiche ricette tecnologiche che ogni volta promettono di risolvere ogni cosa... fino alla prossima magica ricetta, che non deriva quasi mai dall'elaborazione dell'esperienza, ma arriva per lo più calata dall'alto, spesso con relativa formazione imposta, burocratizzata, certificata.
Noi che tra l'altro, nelle nostre esperienze di sensi e di natura, anche nella scuola la tecnologia la usiamo per davvero, proviamo allora a dirla con uno slogan, però a partire dalle esperienze che conosciamo più che da suggestioni spesso solo malamente intuite: e se per la nostra scuola ci ispirassimo un po' meno alla Finlandia e un po' più a don Milani e Mario Lodi?

sabato 15 agosto 2015

La Scuola che Funziona chiude. Arrivederci!



Succede spesso d’agosto, quando la gente è per lo più in vacanza e distratta.

A volte sono decisioni dei potenti della terra. Un fatto che avrebbe sconvolto il mondo avvenne per esempio nell’agosto 1971, quando il presedente americano Nixon sospese la convertibilitàdel dollaro in oro, avviando l’epoca delle monete liberamente fluttuanti, che tanto ci ha fatto divertire in questi anni.

Altre volte sono cose che invece ci riguardano più da vicino, come la fine delle pagine Ning , il social network della “Scuola che funziona.

Agosto ovviamente in questo caso è un caso. Tutti gli anni ai gestori di domini e siti variamente a pagamento arrivano letterine che sollecitano a scegliere tra il rinnovo e l’abbandono, e anch’io nei prossimi mesi, in tempi di spending review telematica, probabilmente lascerò cadere qualcosa delle troppe pagine che, a tentoni, nel tempo, ho sparso in giro nella rete.
Gianni Marconato
Gianni Marconato, che aveva dato il via alla Scuola che funziona nell’ormai lontano 2008, qualche giorno fa ha dato l’annuncio dello stop alle attività dalle pagine di facebook e dal propriospazio web.

Rimane per il momento la pagina fb La scuola che si racconta, dove si ritrova il vecchio logo e la continuità di un’esperienza certo da tempo molto meno intensa, mentre nel dominio .it, che pure resta, viene annunciato per il futuro un blog.



Non sto qui a raccontare una storia che tutti possono leggere ottimamente sintetizzatada Gianni.

Devo però dire che, per me personalmente, in un panorama in questi anni recenti tanto vasto quanto spesso desolante di iniziative che cercano di svilupparsi in rete e che alla fine non fanno altro che ribadire una diffusa incapacità, oltre i discorsi, le opinioni, spesso le chiacchiere, di incidere sulla realtà, la Scuola che Funziona ha rappresentato qualcosa di diverso.

Cioè, io nella scuola ci lavoro spesso, ma non sono un insegnante, e in più di un’occasione, di fronte ai problemi enormi che la scuola italiana in questi anni deve affrontare e che trovano i docenti così spesso non solo sfiduciati e impotenti, ma anche incapaci di uscire da certi circoli viziosi di ripicche e gelosie, sono contento di non esserci davvero dentro, nella scuola, e cerco di pensare più da lontano, appoggiandomi magari alle mie frequentazioni di artisti internazionali di teatro, cinema ed educazione, che per loro fortuna manco hanno mai sentito parlare della “buona scuola” di Renzi!

Andreas Formiconi
Ecco, la Scuola che Funziona era diversa: funzionava davvero!

E qui non concordo con Gianni quando lascia intendere che la gente “preferisce” i social network generalisti. Non è vero. Stanno dentro in quelli mugugnando, perché non c’è altro. Il problema è che quando l’altro c’è (e in questo caso c’era), superata la fase della sorpresa, dell’entusiasmo, che ci fa sentire tutti senza fatica bravi e belli, a un certo punto bisogna darsi una organizzazione di un livello superiore, perché se no lo slancio si esaurisce. E’ lo stesso problema della democrazia: nessuno te la regala e, anche se è una favola conquistarla, poi ci vuole un impegno duraturo, quotidiano, a volte perfino noioso, perché le forme di partecipazione continuino la loro efficacia nel tempo. Se non si rinnovano, non si reinventano periodicamente, appassiscono, o si deteriorano – come ben sappiamo - in stanche forme rappresentative che, senza un effettivo controllo di base, alla fine rappresentano solo se stesse e degenerano in caste.


La Scuola che Funziona a un certo punto non ha fatto il salto di qualità, oltre i gruppi che si facevano e mantenevano da solioltre il Manifesto (e Simona Martini, che ne realizzò la versione video, mi ha chiesto di ricordare Riccardo Rivarola, che la aiutò con i titoli e che ora non è più tra noi). Non è andata oltre il volontarismo che, per quanto encomiabile, non porta mai troppo lontano. Non è un demerito così grande, il discorso è molto complesso e prima o poi bisognerà riuscire ad affrontarlo, dato che è il problema fondamentale di tutti i movimenti spontanei. Ma a volte sembra che ci dimentichiamo che Facebook e Twitter non solo acchiappano perché sono ben fatti, ma sono società quotate in borsa! È impensabile poter proporre alternative reali lavorandoci soltanto nel tempo libero, quando ne abbiamo voglia, senza darsi una struttura e un metodo anche assolutamente diversi, ma adeguati. Quando, in altro ambito da quello educativo, qualcuno è riuscito a farlo, da un movimento senza scopo di lucro è nato Linux!

Elena Favaron
Della Scuola che Funziona, a parte il bellissimo Manifesto degli Insegnanti (da riprendere comunque, rilanciare!),  ricordo l’incontro plenario all’Arsenale di Venezia, nel 2010 (a cui si riferiscono le foto), attivo, propositivo, una delle non una riunione di insegnanti la cui nota dominante era l’ottimismodella volontà.

E poi lapubblicazione americana con la IGI Publishing, decisa alla fine a maggioranza, dopo che diversi dei più illustri animatori del movimento avevano espresso la volontà a un certo punto di fare un’altra cosa. Fu dibattito e confronto di opinioni vero, aperto, appassionato, dove lo strumento on line per una volta si dimostrò adeguato e soddisfacente per il gruppo di persone che scelsero di usarlo. Il ponderoso libro alla fine si fece (e io mi ritrovai con ilmio piccolo articolo a pagina 1, piccola iniezione di vanità personale che ogni tanto ci vuole!)



È stato bello e – come ha scritto anche Gianni – senza stare lì a rimpiangere quello che non è stato o non è più, La Scuola che Funziona è una ricchezza che tutti noi che vi abbiamo partecipato ci portiamo dentro, per il presente e per il futuro.


giovedì 26 settembre 2013

La scuola e la possibile produzione (rivoluzionaria!) di memoria

Ci pensavo. Si parla sempre di una scuola arretrata, contrapposta a una società che si sviluppa in modo sempre più tumultuoso. Eppure proprio la scuola tradizionale, da un certo punto di vista, ha anticipato nel tempo la società attuale dell'usa e getta digitale. Cioè, un contesto in cui le attività umane, gli sforzi intellettuali, l'intelligenza e l'impegno delle persone, si muovono principalmente e clamorosamente attorno solo a se stessi, al vuoto, senza produrre nulla!
Nella scuola tradizionale ogni sforzo non doveva avere risultati, se non la riconferma che il sapere datodefinito a priori e uguale a se stesso, era passato dall'insegnante agli allievi. E nei social network, di norma, tutto quell'arrabattarsi e “postare” pure non mira ad avere risultati, se non a confermare la presenza dei diversi protagonisti in rete: sei su facebook, su twitter, su google +, incrementi il tuo punteggio klout! Mentre il mondo vero, l'economia, la politica, il pensiero progettuale, scorrono inesorabilmente altrove. Proprio come a scuola!

In tempi in cui, dopo la fastidiosa e potenzialmente destabilizzante invasione dei personal computer, il “rinnovamento” della scuola sembra procedere attraverso l'introduzione di oggetti digitali tranquillizzanti, come libri e lavagne, e l'impotenza delle persone comuni viene santificata dal loro concentramento in luoghi virtuali assolutamente inoffensivi (al di là di certe suggestioni interessanti, non si fanno le rivoluzioni con i “tweet”!), nella scuola come nella società della rete un uso diverso e alternativo delle risorse non solo è tecnicamente possibile, ma potrebbe da subito ribaltare questo stato di cose, in cui domina una ideologia dominante in superficie ma debole nella sostanza.
Nella società, attraverso modalità efficaci di condivisione e un difficile affrancamento intellettuale dai temi e dai modi della cultura televisiva introiettata per decenni e tuttora prevalente, un uso intelligente e appropriato di risorse oggi alla portata di tutti potrebbe davvero portare a una gestione dal basso dell'informazione senza precedenti. Discorso complesso, ma che dovremmo finalmente incominciare a fare davvero, oltre gli slogan e l'ideologia.
Nella scuola basterebbe molto di meno, un piccolissimo passo che sarebbe già una rivoluzione. Invece di guardare sempre fuori a magici aggeggi che arrivando finalmente risolverebbero le cose (sono molti decenni che la scuola periodicamente confida in magici aggeggi, che regolarmente falliscono, fino alla comparsa del prossimo magico aggeggio, che sarà sicuramente quello buono!), si potrebbe cominciare a guardare con intelligenza dentro, a quello che nella scuola effettivamente si fa. Oltre la variabilità dei programmi ministeriali e delle prove di valutazione, nella scuola ci sono umani che vivono e producono cultura, spesso ad ottimi livelli, e una inversione copernicana rispetto alla cultura fallimentare dell'usa e getta sarebbe proprio cominciare sistematicamente a tenere memoria di questa produzione, non buttare via tutto ogni anno per ricominciare sempre da capo, dare l'opportunità a bambini e ragazzi, lavorando su certi argomenti, di conoscere quello che sugli stessi argomenti hanno pensato e prodotti altri bambini e ragazzi prima di loro. Creare nelle scuole e gestire insieme, docenti e ragazzi, archivi digitali di testi, immagini, video, audio, che raccontino la storia di quella scuola, che possano incontrarsi in rete con le storie di altre scuole, cioè con le storie di altri docenti e ragazzi, nel tempo e nello spazio.
Questo oggi è tecnicamente facile e possibile praticamente per chiunque, come prima non lo era mai stato. E questo potrebbe essere il vero elemento di novità del tempo attuale, non le chiacchiere su fantomatici “nativi digitali” o la induzione di nuovi comportamenti attraverso il passaggio forzato a libri e lavagne digitali solo per consumare i soliti contenuti altrui!
Una scuola che produce informazione su se stessa, su come funziona, non solo non ha più il problema di “inseguire” la tecnologia, ma alla tecnologia stessa dà sostanza, rendendola indipendente dal mercato e rinnovando i linguaggi come non è possibile se questi non vengono “parlati”. E anche l'uso dei nuovi aggeggi sarebbe meno problematico, perché una parte importante dei contenuti a questi aggeggi li fornirebbe la scuola stessa, cioè le persone che ci vivono e ci lavorano, adulti, bambini e ragazzi.

Forse vale la pena di ragionarci un po' su...

lunedì 25 marzo 2013

Come ti “insegno” il web!


Premetto: dato che, pur lavorando molto con i bambini e i ragazzi dalle materne alle superiori, io non sono un insegnante, negli ultimi tempi non sto dedicando molto tempo e attenzione a certe “evoluzioni” della scuola italiana. Non mi piace l'aria complessiva che vi si respira, non capisco – intendo da un punto di vista educativo e didattico – l'ansia diffusa di “digitalizzazione” e, piuttosto che polemizzare su una quantità incredibile di sciocchezze che girano (buone ultime, e mi è difficile credere che siano vere, le idee deliranti attribuite a un ministro di un governo che non c'è più!), preferisco essere eventualmente utile in modo indiretto proponendo, dentro e fuori la scuola, esperienze concrete di cittadinanza attiva che ritengo di sicura validità. Lascio poi alle scuole e ai docenti che eventualmente le adottino, di ricondurle alla loro programmazione.

Mi frullano in testa i frammenti della conversazione che ho avuto qualche giorno fa con una mia amica professoressa delle superiori, che mi raccontava di quello che le hanno detto di fare, per guidare i suoi studenti tra le perigliose onde dell'oceano della rete.
Avendo tra l'altro aboliti (o in via di abolizione) i libri di testo cartacei, l'insegnante in pratica dovrebbe, dato un contenuto, andare a vedere più o meno tutte le pagine web che ne parlano e scegliere quelle su cui fare studiare poi i suoi studenti. Cioè, come fino a ieri si propinavano i libri, oggi, usando le LIM e i tablet, a scuola si dovrebbe propinare la rete, opportunamente esplorata, valutata, selezionata...
O mio Dio! Se uno studente mi prospettasse una cosa del genere, gli direi: “Ragazzo mio, mi dispiace, ma tu di come funziona la rete non hai capito niente!”
E' come se quando io porto i bambini nel cortile in cerca di insetti, pretendessi di trovare prima da solo tutto il “trovabile”, in modo da sapere preventivamente il nome, la famiglia, l'ordine di ogni possibile esserino che troveremo. Il che, se nel senso comune tuttora corrisponde perfettamente alla funzione di un insegnante, è proprio ciò che lo studio in rete, così come la libera esplorazione di un ambiente naturale, rendono praticamente impossibile; ci sarà sempre, per quanto accurata e faticosa sia stata la mia preparazione, un animaletto che arriva lì imprevisto a scombinarmi l'ordine della didattica!

Fuori di noi c'è una realtà complessa e tendenzialmente ridondante che – in tempi di comunicazione diffusa, interattiva, multidirezionale - sfugge ai criteri tradizionali di trasmissione culturale, ma chiede piuttosto di essere via via osservata, inquadrata, compresa in certi concetti chiave, se si vuole anche “appresa”, con la consapevolezza però che non potremo mai possederla. Solo le specie conosciute di insetti sono più di un milione, e anche il professore più esperto del mondo non le conoscerà mai tutte! Ma insieme si può cercare di capire e attivare i meccanismi di pensiero adatti per orientarci, per stabilire un ordine provvisorio nelle cose che non sarà mai tutta la “verità”, ma che ci darà una progressiva e migliore consapevolezza del mondo.

Credo che una delle ragioni della odierna litigiosità a tutti i livelli sia proprio dovuta all'insicurezza delle persone rispetto alle cose che sanno e che non sanno. Dove non è questione di libri, televisione, strumenti digitali, ma proprio della rigidità di un pensiero che a tutti costi - condizionato dall'ideologia anacronistica quanto coriacea delle verità contrapposte, della competizione, della negazione del punto di vista altrui, figlia di una civiltà industriale morente - ci induce tendenzialmente a ragionare in termini di giusto e sbagliato!
Navigare intelligentemente il Web, così come osservare i “concittadini inaspettati” nel giardino, potrebbe favorire processi cerebrali più elastici, che ci aiuterebbero a vivere tutti meglio.
Ma può anche darsi che la difficoltà sia sta mia a comprendere quello che realmente mi diceva la mia amica professoressa e che - come va di moda oggi e come mi auguro di cuore - alla fine io abbia frainteso!

venerdì 7 dicembre 2012

Our weird pictures on line

As a professional working with children from more than 30 years using every kind of technology, my strong belief is that nowadays very young generations probably need more meadows to run than tablets to touch, in spite of that the conformists think, the huge crowd of flat, market dependent, dull and sad people of the “common” sense!
Personally, I do this way. If in a theory or description I recognise something of the the children I know, I consider that ideas worth of attention. If not, probable other reasons actually drive them.

I have not met Paola in person yet. She should have come to the meeting in Brescia last June, but then it changed its shape and dates and she couldn't. However, I know she works very well, as a teacher interested in a school true and alive. She too deals with technology, at high levels, but one feels that at the centre of every activity she puts the children, as playing and imagining people, far from the stereotypes. This is what I perceive when exchanging ideas and esperiences with her.
From her class a good example of how the caution and the need of respecting privacy publishing photos on line, can be not an may be not an obstacle, but an opportunity to do things even better and with more creativity, and not only with digital solutions!


mercoledì 10 ottobre 2012

Caro Ministro, ma davvero pensi alla scuola possa servire un “tablet” in ogni classe?

Rileggo la notizia: «Il Ministero quest’anno darà un tablet ad ogni classe per la gestione del registro elettronico, della comunicazione. Partiamo con scuole medie e superiori, l’obiettivo è creare una filiera complessiva” perché il tablet“ è lo strumento del futuro, l’equivalente di ciò che nel passato è stato il libro».
Prego? La comunicazione di che, a chi? E come funzionerà la cosa? I ragazzi – 30 per classe! - si passeranno uno per uno la magica tavoletta per toccarla e ricevere la “comunicazione”? E che cosa c'entra il registro elettronico con il libro? E la “filiera”? Siamo all'ortofrutta 2.0?

Sembra che stiamo assistendo al solito pasticcio molto italiano in cui con la paroletta magica si vuole dare l'impressione di dare una risposta “aggiornata” ai problemi della scuola, e nessuno sa davvero di che cosa si sta parlando.
Ricordate le precedenti “rivoluzioni”? Gli audiovisivi, e poi le aule informatiche, e appena ieri le LIM? Adesso i tablet! Ovvero, come riempire la scuola di tecnologia in modo totalmente approssimativo, ideologico e inutile!
Non sto qui a parlare degli edifici fatiscenti, degli insegnanti precari e frustrati, dei ragazzi demotivati, dei dirigenti “manager” che non riescono ad avere indietro dallo stato milioni di euro “anticipati” negli anni dalle scuole. Questi sono problemi grossi, e certo non si risolvono con un tablet (che in inglese, per chi lo conosce, vuol dire pastiglia, medicina!)
Parliamo invece di bambini e ragazzi che – dall'infanzia alle superiori, io l'ho verificato costantemente (sarò l'unico?), da decenni - quando riesci a coinvolgerli e a farli giocare, pensare e immaginare con le parole, i numeri, le scienze, l'arte grafica, il teatro, la musica, il disegno, la tecnologia quale che sia, sempre (ripeto la domanda: sono l'unico ad averlo visto?) rispondono con partecipazione, voglia di fare, spesso vero e proprio entusiasmo. Perché il loro problema principale – banalissimo, lo ripetono da sempre gli psicologi ma la scuola come istituzione non ne tiene conto - è di potersi esprimere ed essere ascoltati. Persone che non vivono la scuola come un ambiente estraneo, renderanno poi meglio anche nell'apprendimento e useranno con proprietà la tecnologia che serve (che non necessariamente deve essere quella più di moda!?

Caro signor Ministro, il tablet sarà il “libro” del futuro. Ma la differenza con il passato è che non da oggi, ma da qualche decennio ormai, i libri, come i film, la televisione, la fotografia, i giornali e in definitiva tutto quel mondo di comunicazione in cui i ragazzi di oggi nascono, non solo chiunque lo può consumare, ma anche direttamente fare. A questo servirebbero i computer, e sembra che da 30 anni la preoccupazione più grande, diciamo del “sistema”, è di non farcelo capire! Con i computer ognuno di noi può assemblare in modo “professionale” quei contenuti che poi con aggeggi più agili come i tablet, i telefonini o altro, possono ancora più facilmente essere diffusi e condivisi. Quello che conta ed è significativo però non è l'aggeggio, ma i contenuti; non la possibilità non solo di accesso, ma di produzione!
Credo fermamente che uno dei problemi grandi delle nuove generazioni oggi – ancora prima che si ritrovino senza un lavoro e senza speranza nel futuro – sia da bambini intuire la possibilità grande di essere anche loro, fin da piccoli, usando mezzi digitali intuitivi e facilissimi, protagonisti possibili della società dell'informazione, e poi ritrovarsi in una scuola e in una società che sistematicamente deprimono le loro intuizioni e il loro entusiasmo e li addestrano unicamente al ruolo di beoti e passivi consumatori, condannati a non poter scegliere.
Senza esagerare con le generalizzazioni, il percorso dei nostri figli, dai 5 ai 18 anni, va spesso dall'entusiasmo alla noia. Con conseguenti ricadute sociali a volte pesantissime, dal bullismo alla droga.
E il ministro alle classi regala un tablet, perché è il libro del futuro!