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giovedì 20 agosto 2026

Quando i Bambini ci insegnano il Futuro

 Sto realizzando in una serie di 10 video di 15 minuti l'uno, dal titolo "Bambini Oggi, Educare nel terzo Millennio". Li rendo disponibili su YouTube come un "corso" gratuito, eventualmente introduttivo ad altri corsi più approfonditi, a distanza o in presenza, rivolti soprattutto a al mondo della scuola, se qualcuno li dovesse trovare interessanti.

Sto ricostruendo una storia, un progetto educativo e culturale che si è sviluppato in modo coerente e con risultati che ne hanno confermato la validità, attraverso i decenni, le aree disciplinari, i linguaggi e gli strumenti, di cui i protagonisti assoluti sono i bambini. E così recupero cose antiche, prendo, raduno, classifico, cerco di rendere il senso di esperienze vive e reali in cui, più dello studio, dei libri, della Rete, delle certificazioni, valgono proprio le risposte sul campo dei bambini: migliaia, che in diverse occasioni e paesi del mondo, a certe proposte praticamente sempre hanno risposto con un entusiasmo, impegno, gioco e lavoro, e idee e prodotti che, rispetto a tanti problemi del mondo di oggi, se uno li osserva con un minimo di attenzione e senza pregiudizi, gli viene da esclamare, con un grande sospiro di sollievo: ma allora, si può! 

Recupero non è nostalgia, anzi, è una di quelle cose che impongono svolte importanti oggi, dal punto di vista della professione e del pensiero. Personalmente, alla mia veneranda età, sto cambiando e correggendo quello che faccio e quello che sono, non per adeguarmi all'ennesimo fatuo spot di un sempre più evanescente mercato spacciato per "tecnologia", ma perché così richiede di svilupparsi la mia storia. Socialmente, applicato su larga scala, un atteggiamento analogo costituirebbe probabilmente una ricetta vincente per il futuro.

Cioè, vedere e considerare man mano, o anche distanza di tempo, quello che abbiamo fatto, pensato, prodotto, estrarre le cose che ci hanno dato idee, speranze, e farne cultura, invece che limitarsi per lo più descrivere, come succede da decenni oramai, quello che potremmo fare utilizzando certi mezzi hardware e software che quando finalmente abbiamo imparato a usarli, già non serve più perché ci sono già altri mezzi nuovi da descrivere e imparare - il mercato non si ferma, non ci aspetta! - e ogni volta dobbiamo ricominciare da capo, come se nel tempo non avessimo costruito niente!

Non a caso sui "social" sempre più dal niente ripartiamo, e sempre più nella vita e nella politica è un confronto sterile di opinioni astratte, campate per aria, lontane dalla vita che viviamo, prese da narrazioni altrui, su cui ci schieriamo con sempre maggiore aggressività, e che poi formano, queste aggregazioni di nulla, la confusione assoluta in cui stanno morendo le nostre società. Oltre l'abbondanza e potenza di mezzi a disposizione di ognuno di noi, che ci potrebbero trasformare tutti in dei capaci di controllare ogni attimo del nostro futuro, l'individualismo esasperato, il consumismo, la competizione, il narcisismo arrogante e saccente ci stanno rendendo sempre più incapaci di vedere, capire, comunicare. Stiamo vivendo un orizzonte desolato da cui rischia di essere bandita la speranza e, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini vive inquietudine, isolamento, impotenza, sul pianeta pochi potenti ignoranti e arroganti come non mai, tessono indisturbati e impuniti le loro trame di violenza, odio e guerra.

 Personalmente, mi rendo conto della gravità di un errore ricorrente. Quello di pensare che avendo per esempio fatto schede e relazioni della nostra bella esperienza, basti segnalare, mettere a disposizione, indirizzare altri a quel materiale, perché la comunicazione si realizzi. Come se l’oggetto potesse quasi da solo trasmettere l’esperienza, come se gli altri fossero in grado, da una documentazione, anche ben fatta come un libro o un video, di trarre le stesse emozioni, suggestioni, conclusioni scientifiche di chi quella documentazione ha prodotto. Errore! Il più delle volte gli altri si fermeranno ai titoli, e tutta quella miniera resterà materiale inutilizzato, in un contesto in cui anche i migliori sono assuefatti alla fretta e alla velocità,

Anch’io mi rendo conto per esempio, che in un corso recente con insegnanti, in cui ho mostravo esempi di prodotti stampati, video, siti web, ero andato un po’ a memoria, avevo ripreso cose che mi ricordavo essere importanti, ma non avevo svolto su quel materiale lavoro preliminare di revisione approfondita che mi avrebbe permesso, quelle stesse cose, di proporle con tutta un’altra efficacia e profondità. Come quando ritrovo adesso, e però rivedo con la dovuta attenzione per esempio quei disegni incredibili dei bambini della scuola dell’infanzia, quella volta che avevano osservato gli uccelli in giardino e mi avevano spiegato, con grande efficacia che, quando atterra, il merlo allarga le ali, ma anche la coda!

Mi sto muovendo tra gli scaffali in casa, le macchine nuove e antiche, i dischi rigidi, i CD ROM e i DVD, i supporti video e audio digitali e analogici, la Rete. E sono stato in questi giorni un sacco di tempo a fare fotocopie.

Alla mia età e con la mia storia professionale, questo delle fotocopie è un lavoro per cui magari dovrei avere una segretaria, o uno studente, che lo fa. E mi viene anche da chiedermi anche, visto la carenza clamorosa di versioni digitalizzate di materiale che avevo lì da tanti anni, perché mai non l'ho fatto prima, quando tante volte mi annoiavo o giravo in tondo. L'idea interiorizzata mio malgrado di efficienza mi fa istintivamente rimpiangere il tanto tempo che ho perso. Più o meno come quello che ho passato sul divano anche in questi ultimi due mesi, con il ventilatore a palla, complice il caldo, a dormire di giorno perché era più facile che di notte.

E invece mi accorgo che da questa "noia" dell'acquisire adesso e rinominare la pagine a una a una, insieme con la musica assolutamente casuale che intanto lascio andare, dalla collezione di pezzi rock, pop, classici pure acquisiti in passato e salvati nelle cartelle di musica del PC, man mano che il lavoro procede in un tempo forzatamente lento e senza fretta, emergono memorie, e pezzi di esperienza sparsi si ricompongono, ma non come in un puzzle di cui già si conosce la figura finale. Sarà una composizione del tutto nuova e diversa, che già dal primo incontro casuale dei vari pezzi si illumina e svela punti di vista inediti e inaspettati. La realtà si sta ricostruendo in altri modi, con nuove suggestioni, qui, adesso, come in un altro momento non sarebbe successo: intuizioni, idee, collegamenti con i problemi, i dubbi, le delusioni, le speranze e i progetti proprio di questo presente, o dell'immediato possibile futuro.

Perché poi, se vai oltre l'intuizione che risveglia una curiosità intrigante, ti rendi conto che sono proprio i momenti così che risvegliano la capacità di sentirsi vivi, attivi, in grado forse di procedere oltre, a partire da una storia che mentre la ritrovi ti restituisce le radici su cui far cresce il nuovo albero della conoscenza, e del fare.

 Bello, perché è proprio come nelle esperienze di animazione con i bambini - quelle che sto cercando di rendere nei video e negli altri articoli che sto scrivendo intorno - quando sono contenti di una bellezza che sentono crescere dentro di sé, mentre in cooperazione con gli altri ottengono soddisfazioni che mai potrebbero essere date dalla competizione.

E proprio qui sta il problema principale, la difficoltà ricorrente, data un'esperienza anche ricca e ben documentata, di condividerla con altri disposti a fare altrettanto con una parte almeno della loro esperienza. Non è evidentemente un problema solo tecnico, ma già trovare un modo semplice ed efficace per connettere in rete gli elementi significativi delle rispettive esperienze e combinarli insieme per produrre qualcosa che vada oltre, è una cosa tanto facile da dirsi quanto estremamente difficile da realizzare in pratica. Ci si prova poco e di solito, più che cercare soluzioni, ci si affida pigramente alle piattaforme commerciali di condivisione esistenti, che ovviamente sono state fatte con altri scopi, e dopo qualche timido tentativo si conclude che è impossibile, e ognuno ritorna a barcamenarsi per conto suo.

In realtà, più che una magica app che ci risolva i problemi come per magia, o miracolosi prompt che attivino per noi l'intelligenza artificiale, dovremmo prima cercare seriamente all’interno del gruppo, in un confronto serio e approfondito, le motivazioni che muovono ognuno noi e stabilire presto obiettivi magari inizialmente limitati, ma raggiungibili, per incominciare a porre a chi partecipa e perché no al mondo intero per esempio la domanda:

Davvero è possibile dall'esperienza con i bambini ricavare insegnamenti utili a risolvere certe difficoltà che affliggono oggi le società umane, per esempio trovare un modo sereno e non problematico di interfacciarsi con la tecnologia, come strumento per espandere le nostre vite, in collaborazione e non in competizione tra gli umani?

Da quello che ho visto, sperimentato e sentito in tutti questi anni e da ciò che mi torna mentre dal passato recupero materiale digitalizzato, ricordi e associazioni di idee, per quanto mi riguarda la risposta è certamente sì. Serve però un lavoro ben fatto, con emozione, curiosità, speranza, rigore scientifico.

Già in passato questa intuizione ha attraversato il pensiero e la cultura. A memoria viene in mente Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, che non a caso esce nel 1968, ma l’affermazione più importante di questa verità oggi più attuale che mai la conosciamo tutti, ed è addirittura alla base della cultura cristiana, nel Vangelo: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Ovviamente, non bisogna idealizzare l’infanzia e, se dire che il mondo governato dai bambini sarebbe migliore è una bella suggestione, così come se fosse governato dalle donne, dopo tanti secoli di patriarcato, è importante sapere che non è affatto automaticamente vero, perché i bambini poi, come le donne, prendono esempio dai modelli e comportamenti esistenti dominanti, adulti e maschili. Anche tra i bambini poi esistono paura, prepotenza, aggressività, e come unico splendido esempio possiamo citare Il Signore dello Mosche, Il romanzo originale di William Golding del 1954, lo splendido film di Peter Brook del 1963, la replica del 1990 e la mini serie televisiva che è uscita proprio quest’anno, 2026.

Se si parla di una possibile redenzione dell’umanità, il discorso va riferito a bambini, donne, uomini liberati almeno in parte dalle innumerevoli limitazioni che hanno sempre reso la nostra storia così difficile e travagliata. E ovviamente dobbiamo tenere presente che, oltre le nostre aspirazioni e il nostro impegno, si tratterà comunque di una libertà sempre parziale, irta di contraddizioni, tra natura e cultura. Serve comunque darsi da fare, a partire dalle condizioni del mondo in cui viviamo, per provare a renderlo migliore.

Oggi, un dato radicalmente nuovo è che siamo in presenza, solo da pochi decenni, di una tecnologia che per la prima volta nella storia mette a disposizione in maniera potenzialmente del tutto democratica gli stessi mezzi per fare l’informazione, in una società basata sull’informazione, nelle mani di qualsiasi cittadino del pianeta terra, compresi i bambini. L'immediatezza e facilità d’uso di base permettono di rompere le gerarchie tradizionali tra chi trasmette la conoscenza e chi soltanto la può ricevere, tra chi produce e chi soltanto consuma. Dall’osservazione e corretta comunicazione della cultura che i bambini sono in grado oggi di produrre, anche questo aspetto, il più difficile da comprendere, perché rappresenta una autentica rivoluzione rispetto a una tradizione millenaria, può emergere con evidenza, consentendo l’avvio del necessario salto culturale a una umanità che oggi complessivamente sta consumando in modo capillare la tecnologia del 2020 con lo stesso atteggiamento e conoscenza dei primi anni 1970. Che è probabilmente il problema alla base di tanti altri, su questo tormentato pianeta.

Oggi stiamo delegando all'intelligenza artificiale la messa in ordine del sapere mondiale (cioè di quella parte che da libri, giornali, archivi di immagini, ma anche conversazioni sui social network, è stato e viene travasato negli archivi digitali), e molti credono che rimescolato e rielaborato più o meno automaticamente ci possa dare la risposta a ogni domanda. Ma l'intelligenza artificiale non è in grado per esempio di scegliere da sola se nutrirsi di informazioni scientifiche ufficiali, piuttosto che di divagazioni di no vax, osservatori di scie chimiche, terrapiattisti; non può distinguere tra onnivori e vegani, né valutare la veridicità di informazioni false che, nel momento in cui si moltiplicano e vengono condivise in modo acritico attraverso la rete globale, potrebbero a un certo punto apparire come vere.

Di fatto l'informazione di massa, da quanto si è diffusa l'intelligenza artificiale, non solo non sta migliorando, ma si sta uniformando in gran parte ai livelli più bassi di ignoranza e pressapochismo, quando non di settarismo spinto, razzismo, e conflittualità senza precedenti a tutti i livelli, che dagli ambienti virtuali della rete si riversano sempre più anche nella vita quotidiana, nelle strade e nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella case della gente.

L'intelligenza artificiale non pensa, non immagina, non desidera, e non sente il peso e l'emozione della vita, che è ciò che fino a qui ha mosso la storia dell'umanità, e senza una supervisione umana seria e rigorosa in realtà può anche funzionare benissimo per un po', ma a un certo punto commetterà senz'altro errori che da sola non sarà in grado di correggere.

L'urgenza del presente non è quindi solo attrezzarsi per poter lavorare sempre meglio insieme con le macchine - il che ovviamente va fatto - ma in parallelo sviluppare al più presto, anche con l'aiuto delle macchine, la capacità degli umani - tutti gli umani, non solo gli specialisti, ognuno al suo livello, come livello minimo di alfabetizzazione - di documentare e riorganizzare la nostra personale esperienza, le memorie e documenti di cui conosciamo origine e modalità di produzione, in modo da stabilire blocchi di sapere e conoscenza pensati e sviluppati insieme, tra donne, uomini, bambini, e funzionali al nuovo, al futuro che intendiamo costruire, verso obiettivi precisi stabiliti non dal mercato o da fantomatici algoritmi, ma dai bisogni, dai desideri, dalle intenzioni delle persone e delle comunità. Anche perché in questo modo banalmente, se anche gran parte del mondo in cui viviamo sarà comunque poi affidato si sistemi artificiali, almeno sapremo come le cose più o meno funzionano e potremo inserirci nel gioco con un minimo di consapevolezza e autostima.

La tecnologia è per l'uomo, e non viceversa, e molti dei problemi che oggi ci assillano e ci sembrano insormontabili, probabilmente potrebbero essere risolti.

Non lo sapremo mai, se non ci proviamo, e i bambini ci insegnano che tutto questo è assolutamente possibile, da subito.


domenica 12 giugno 2022

Il blog, la musica, oltre quel vuoto intorno

Sono tempi brutti, e il timore è che l'egoismo, il narcisismo imperanti possano portare a un peggio che non conosciamo, non solo nelle relazioni personali, nell'economia del nostro travagliato paese ma, come in un pessimo film di fantascienza, in tutto quanto il pianeta, esposto come non mai alla catastrofe ambientale, alimentare, sanitaria, e alla guerra.

Da tempo non frequento questi miei blog personali. Scrivo regolarmente su una rivista in rete, ho scritto e ancora scriverò e pubblicherò con editori o da solo, poi dopo il primo lockdown mi sono messo a scrivere, suonare, cantare (anche se suono male e canto peggio) canzoni e a farne videoclip.

Questa attività mi dà qualche piccola soddisfazione, verificando come si può ancora studiare, , imparare, migliorare un po' anche alla mia età.

Con i bambini l'ultima esperienza è stata bellissima. Ha fatto un laboratorio di animazione teatrale con un gruppo numeroso che mi arrivava alle 4 del pomeriggio, dopo 8 ore di scuola! E ho verificato una volta di più (come in centinaia di attività nei decenni trascorsi) che non è nella scuola dei test e delle verifiche che è possibile capire che cosa i bambini imparano, perché ogni vero apprendimento o espressione, o produzione di cultura, va sempre oltre quello che può insegnare un maestro. Cioè: l'educazione non funziona quando l'allievo ripete quello che ha imparato dal maestro, ma quando da quello che il maestro ha insegnato viene stimolato poi a fare altro, qualcosa di più, di suo. Elementare, Watson!

Ma di solito questi "apprendimenti" veri nessuno li considera e, nello scenario di oggi, questo ha effetti molto più gravi e devastanti che in passato. Perché nel nostro tempo alle categorie culturali e ai riferimenti sociali tradizionali si è sostituita una confusa e incontrollabile sovrabbondanza di informazioni, stimoli, possibilità potenzialmente enormi ma per i più impraticabili di essere protagonisti e di produrre, con una diffusione orizzontale capillare dei mezzi nelle mani di tutti, resa però quasi totalmente inutile da una cultura assuefatta al puro consumo, alla passività, alla rinuncia sistematica a ogni tipo di responsabilità e di iniziativa vera sulla realtà. Il risultato un centralismo sempre più spinto, una ipertrofia burocratica, uno spreco sistematico di risorse e potenzialità, con gli umani che invece di mettersi insieme per utilizzare la potenza della tecnologia diffusa, si fossilizzano in comportamenti disperanti: chiacchiere a non finire su ogni cosa, pur di non partecipare personalmente; incapacità assoluta di ascolto e rissosità dilagante, per cui su ogni cosa, importante o frivola che sia, non ci si parla e non si costruisce ma ci si schiera; costrizione delle possibilità di democrazia infinita e quasi assoluta della Rete dentro le gabbie strette e rigide dei social network, in cui ogni analfabeta può entrare e credere di dire la sua, ma in cui in realtà ogni cosa ridotta al servizio del profitto di pochi padroni del vapore, secondo meccanismi di mercato obsoleti in cui le nuove tecnologie, a parole esaltate come se ci stessero portando a chissà quale evoluzione epocale, in realtà vengono distrutte e annichilite.

I bambini, che prima di essere addestrati a comportarsi sulla base di schemi e stereotipi, nei primi anni di vita almeno cercano di vivere, queste cose le sentono, le soffrono in modo particolare, e soprattutto soffrono il fatto di vedere sistematicamente ignorato quello che sentono, che imparano, che sanno e che sono, come persone. È dalla falsità dell'ambiente in cui li costringiamo a crescere, che derivano tanti problemi "insolubili", e non a caso durante attività come quelle di animazione, in cui semplicemente li si incoraggia a tirare fuori ed esprimere quello che hanno dentro, problemi come il deficit di attenzione e il bullismo quasi non si registrano.

Cito anche qui le parole testuali di due bambine di 9 e 10 anni:

"Il maestro ci ha lasciato la possibilità di ragionare, di inventare, e questo mi è piaciuto".

“Io penso che è molto divertente condividere con gli altri la mia fantasia, senza che nessuno mi critichi per le cose che mi piace fare!”

Più o meno è successo lo stesso anche a me in quanto allievo, quando ho chiesto aiuto al mio amico Piero musicista per le mie canzoni da pubblicare on line. Dopo dritte, insegnamenti, raccomandazioni, difficoltà e incomprensioni, momenti di frustrazione sul come suonare, cantare, fare le musiche, metterci quello strumento oppure no, mixare come voleva lui o come preferivo io, a un certo punto mi sono accorto che riuscivo a fare meglio anche da solo, che certi errori grossolani li stavo superando, non perché mi adeguavo a quello che mi diceva - sarebbe per esempio impossibile, per me dilettante che va per tentativi, trovare nelle scale musicali quello che mi dice lui, che certe cose le respira da una vita! - ma perché stavo probabilmente interiorizzando il senso di critiche e osservazioni che pure in certi casi lì per lì mi avevano messo a disagio. 

Così funziona un maestro!

Qualcosa di simile era successo anche a suo tempo con la mia editor con le edizioni Sonda. Mi proponeva correzioni ai miei testi che in certi casi, se avessi risposto d'impeto, probabilmente sarebbero stati litigi furibondi. E invece, dal confronto di punti di vista a volta anche molto diversi, riuscivamo poi a incontrarci più avanti, a trovare una sintesi che ci metteva d'accordo, con risultati finali di un livello che mai sarebbe stato raggiunto se io fossi rimasto sulle mie idee e lei sulle sue. E credo che abbiamo fatto dei buoni libri, anche se a 12 anni dall'ultimo non sono più in catalogo.

La prossima canzone si chiamerà "Gente che rinuncia". Ho scritto la prima strofa un giorno che cercavo di farmi passare un attacco di depressione, in netta difficoltà nelle relazioni personali, negli affetti e sul lavoro. E scrivere in quel caso mi ha fatto subito bene. Come mi fa bene uscire nella natura, fare un giro in bicicletta, leggere un bel libro o guardare un bel film, ritrovarmi con persone che conosco o anche no a condividere per qualche momento pensieri ed emozioni.

Ho finito testo è musica, forse ho capito come cantarla e suonarla e, come anche questo articolo che sto scrivendo ora, mi serve a capire, ritrovarmi con me stesso, andare avanti non arrancando, arroccato a difesa delle mie debolezze, ma inventando magari qualcosa di nuovo, che mi piace.

Vedo intorno persone anche care, che si lasciano scomparire all'orizzonte senza che chi vuole loro bene possa fare niente per essere con loro. Paradossalmente, lo stare male e le insicurezze diventano una identità a cui aggrapparsi, mentre il flusso di doveri, lavoro, famiglia, impegni necessari o anche no - purché siano impegni, cose che non si può non fare! - porta via e trascina in un vortice che dà un ritmo preciso e non lascia il tempo di fermarsi per pensare, scegliere, desiderare, esistere magari anche per noi. E progressivamente separa, per sé e per gli altri, la volontà dalla responsabilità. Poi gli chiedi come stanno e ti dicono "Non tanto bene!" Perché ovviamente ne risentono la qualità della vita, l'umore, la salute.

Un'altra cosa mi hanno detto i bambini che è piaciuta molto durante le attività di animazione, banale, ma importantissima, essenziale: è stato bello fare le cose insieme!

 

lunedì 8 novembre 2021

La Rete siamo noi: usiamola!

Banalmente: non siamo magari un po’ stanchi di fare pubblicità gratis all’ultimo software delle multinazionali che – bontà loro! – aiuta la scuola ad adeguarsi all’ultimo trend di mercato, o di gridare allarmi per la serie coreana che fa male ai bambini che prima nessuno guardava e che adesso ovviamente guardano tutti, o di preoccuparci del costume diffuso delle famiglie di pranzare guardando ognuno nel suo telefonino invece che nel piatto o negli occhi degli altri commensali, come se fosse una mutazione genetica irreversibile? Non siamo stanchi di deprimerci, di sentirci impotenti di fronte a un mondo che ci appare sempre più fuori da ogni possibile controllo e che in realtà in gran parte costruiamo noi, tutti i giorni, con i nostri clic timidi e sfigati che però, uno per uno sommandosi a miliardi, fanno la fortuna di aziende che se per una settimana ci facessimo semplicemente gli affari nostri, probabilmente entrerebbero in una crisi tremenda?

Chiedo soprattutto agli insegnanti, agli educatori, a chi si occupa di bambini e ragazzi, i cui volti e sorrisi stiamo cancellando dalla società dell’informazione, facendoli crescere (per “proteggerli”!?) in un contesto sociale sempre più intriso di sospetto e paura, per poi discutere preoccupati in loro assenza dei loro problemi, dei nuovi crescenti “bisogni educativi speciali”, della necessità di medici e psicologi che assistano il loro crescente disagio (in costante aumento, chissà perché?)

Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

Dove e come seriamente è da vedere, ma bisogna farlo. Mettersi finalmente con impegno, convinzione, costanza - e soprattutto non disperdendo questo tipo di informazioni in miriadi di siti web, blog, gruppi sui social network, discussioni tra amici, tutti separati di loro come se non esistesse la Rete, ma con l’obiettivo preciso di raggiungere la massa critica necessaria – mettersi a far conoscere le buone pratiche che nella scuola e altrove rivelano una miriade di realtà belle, complesse, vive e sorprendenti; e poi le opere, gli scritti, i disegni, i video, i multimediali di bambini e i ragazzi, dalla cui diffusione e conoscenza – oggi potenzialmente più facile che mai, ma che ci stiamo colpevolmente auto censurando - l’opinione pubblica possa finalmente farsi una idea meno stereotipata delle giovanissime generazioni (altro che pinzillacchere come i “nativi digitali!”) e gli stessi nostri nostri figli e nipoti possano ricavare un po’ di autostima per quello che sono e non solo consumarsi dietro a modelli distruttivi di consumo e competizione a tutti i costi.

Qualcosa c’è, qualcosa si è tentato e non è riuscito, qualcos’altro magari da qualche parte funziona. Si tratta banalmente di usare la Rete per raccoglierlo, farlo più grande, funzionante, efficace, senza rassegnarci a un mondo di pagine web di scuole che sembrano l’esaltazione della burocrazia, di siti in rete tutti uguali fatti con lo stampino di pochi software rigidi e omologanti, di “tecnologia” che da una parte ci opprime con procedure sempre più cervellotiche e avvilenti a dall’altra ci offre comode app per ordinare una pizza!

Questo piccolo articolo non è un grido nel deserto, ma una esortazione alla cittadinanza attiva, che andremo a praticare anche in modo più diretto, incrociando post sui “social”, email, chiamate personali a questo e quello, tutto quanto si può mettere in campo per scuotere le persone e moltiplicare l’informazione, oltre il presente di paura e di scarico di responsabilità.

Perché si può fare, ne possiamo uscire migliori e anche, da subito, sentirci un po’ più forti e meno soli.

 

sabato 20 luglio 2019

La comunicazione nel tempo in cui la gente non crede ai propri occhi!

Forse ho capito dove sbaglio!
Da anni, faccio vedere video in cui bambini, senza alcuna preparazione preliminare, o “fanno la regia” di riprese naturalistiche di discreto livello, per esempio degli insetti nel cortile della scuola, oppure in prima persona, dietro la macchina da presa (video o fotocamera, telefonino), realizzano riprese qualitativamente ineccepibili, tutt’altro da quelle cose penose a cui molti, anche nella scuola, si rassegnano come se fosse un destino ineluttabile, per tutti noi che non siamo “professionisti”!
Cioè, come dire: lo vedete che, anche senza aver fatto nessun corso di cinema o televisione, solo seguendo tre regole semplicissime, chiunque può da subito realizzare riprese video perfette? Che poi qualcuno ovviamente dovrebbe montare per benino - il video è comunque per sua “natura” una produzione a diversi livelli, collettiva, che richiede di mettere partecipazione e abilità diverse! - ma tutti dovrebbero vederlo, perché l’esempio è lì, chiaro, evidente. E infatti quando propongo questi video ai bambini nei miei laboratori, poi non c’è quasi bisogno di ulteriori spiegazioni, e si mettono a lavorare in modo corretto…
Laboratorio "I film in tasca", biblioteca di Calenzano, Luglio Bambino 2019

Gli insegnanti e gli adulti invece no, generalmente non vedono! Se non gli spieghi per bene tutta la faccenda, non gli dici o scrivi a parole. Guardano i video, ma spesso non capiscono, non colgono. E d’altra parte viviamo in un con contesto in cui, nello splendore del 4K, è normale che le persone non si rendano nemmeno conto per esempio quanto stanno vedendo immagini nel formato sbagliato. Cioè: ci appaiono normali giocatori di basket bassi e tracagnotti, auto che sembrano schiacciatine, oppure persone filiformi come gli alieni di Incontri Ravvicinati. È normale, nel tripudio di “tecnologia” in cui viviamo immersi, non credere più ai propri occhi, perché quello che facciamo evidentemente non è guardare immagini di alta qualità (per cui, se la trasmissione per qualche ragione è sbagliata, si cerca magari se c’è un pulsantino che quella qualità permette di ripristinare), ma è piuttosto consumare l’oggetto tecnologico, secondo modalità che – con buona pace di chi crede che il mondo stia velocissimamente “cambiando” - sono state ben descritte già negli anni Sessanta del secolo scorso: il medium è il messaggio!

Forse è per questo che, con tutte le cose eccellenti, gli esempi di buone pratiche, i tutorial, le macchine e il software potentissimi che abbiamo in mano, il livello medio della comunicazione nella scuola e nella società non progredisce (non mirabilia multimediali o realtà virtuali dettano le sorti del mondo, ma brevi testi rozzi e sgrammaticati pubblicati su facebook e twitter!), e nei decenni siamo sempre meno capaci di organizzare in modo autonomo le nostra produzioni. Per ricordarci che cosa potremmo fare con la “tecnologia”, occorre che venga di moda sui “social” una app che ti invecchia o ringiovanisce la faccia!
Laboratorio "I film in tasca", biblioteca di Calenzano, Luglio Bambino 2019

Come mai questi esempi di bambini che lavorano benissimo, collaborano, apprendono, producono, senza traccia deficit d’attenzione o bullismo, non attirano più di tanto l’attenzione dell’insegnante medio, lo stesso che è invece assiduo ai corsi, ai webinar, ai tutorial sulle tecnologie didattiche? Perché così pochi intervengono, commentano, lasciano le loro considerazioni sul blog (dove magari, insieme con l’articolo, rimangono, mentre sui social network tutto si perde in un marasma indistinto)? Non è che non ti hanno visto, perché poi basta pubblicare un piccolo post che ironizza su certi strumenti meravigliosi on line, che i soliti tre colossi del web offrono “gratis” e noi li facciamo sempre più ricchi e potenti, che subito ti arrivano risposte piccate e quasi offese!
Proverò a pubblicare adesso i nuovi video con dovizia di scritte esplicative, secondo la migliore tradizione dei documentari divulgativi in cui, quando si vede per esempio una fontana, ci deve essere anche una voce fuori campo che con dizione impeccabile dice: “Questa è una fontana!”
E ancora aspetto ingenuamente che qualcuno mi risponda qui nel blog, magari dicendomi che quello che faccio è inutile, che sto sbagliando tutto. Però, come già sottolineavo in un mio breve scritto sul Museo Virtuale dei Piccoli Animali, la certezza epistemologica di un approccio educativo non mi viene da dotte citazioni, dal plauso dei colleghi, o dal seguire le mode, ma dalle risposte, regolari, ricorrenti, entusiaste, colte sul momento e perciò sincere, di bambini e ragazzi, e ampiamente documentate negli anni in audio e video: le loro voci, espressioni, atteggiamenti, che magari sono più vicine alla realtà di certi numerini e grafici su anonime tabelle, con cui ancora, nell’era “digitale” tanti pretendono di capire, spiegare, incasellare le cose degli umani.

martedì 8 gennaio 2019

Tecnologia, Educazione, Azione (di descrizioni si muore)

Continuo la riflessione collettiva a cui ho invitato qualche giorno fa (i cui temi in realtà sto trattando ripetutamente, in questo blog come in altri spazi web, così come nel mio libro americano, di cui sempre qui sto pubblicando una sintesi). L’intento è arrivare a una visione sempre più puntuale e incisiva, non solo di descrizione, ma di azione sulla realtà, convinto che, nell’era dell’informazione diffusa e globalizzata, di sole descrizioni si muore, soprattutto quando si avvitano all’infinito su luoghi comuni, o su argomentazioni di cortissimo respiro, nel tempo, nello spazio, nell’orizzonte culturale.
Leggo in questi giorni, per esempio, che il gelo e la neve al sud Italia sarebbero una buona notizia rispetto al riscaldamento globale terrestre; oppure che l’episodio di un vicesindaco che butta nel cassonetto le coperte di un senza tetto ci mostrano il tipo di “futuro” inumano verso cui stiamo (inevitabilmente) andando. Prego? Basta un po’ di inverno per azzerare cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo da decenni? E le idee politiche che raccolgono consensi in questi mesi, perché altre nei mesi scorsi hanno fallito, non potrebbero a loro volta fallire nel giro di pochi mesi e perdere consenso?

Pyrgos (Grecia), lab in scuola primaria, 4 dicembre 2018
Orfani ormai da decenni di una visione complessiva in cui inquadrare i fenomeni a cui assistiamo (anche i marxisti, quelli che una volta erano “scientifici”, e poi si domandano perché si stanno estinguendo!), malati irrimediabilmente di presentismo, ormai da ogni singolo episodio ognuno di noi si sente a autorizzato a delineare prospettive generali, che nemmeno gli vengono più confutate, perché tanto ormai nessuno entra nel merito delle discussioni. Se si è schierati con una parte, quella ha sempre ragione a prescindere, e se non si è schierati, sono comunque gli altri che ti schierano: non hai detto cose giuste o sbagliate, ma sei un grillino, un leghista, uno del PD, un tecno maniaco, un tecnofobo!

E se invece di parlare in coro di “cultura digitale” - facendo finta che significhi davvero qualcosa e che su quel qualcosa siamo tutti d’accordo - riprovassimo a dialogare un po’ di più per esempio utilizzando le lingue degli umani, che hanno parole, sintassi, sistemi operativi collaudati e aggiornati nel corso dei millenni, in grado di costruire e produrre pensiero, conoscenza, cultura?

Propongo quindi due “titoli”, poco più che affermazioni, basate però sui fatti e sull’esperienza, a sollecitare un punto di vista sulla realtà che al titolo e all’affermazione non si fermi - che orrore, che assurdità, che effetti nefasti sul mondo, la politica a colpi di tweet! - ma che da una certa perentorietà e forza dei titoli tragga l’energia per una discussione emotivamente forte, oltre che culturalmente seria. Se qualcuno vuole contestarmi o correggermi, è benvenuto, a patto che pure si basi sui fatti e sull’esperienza. Cercheremo di contestualizzare i rispettivi punti di vista e di capire, andare oltre insieme.

1. I grossi problemi sociali del tempo odierno non sono dovuti allo sviluppo della tecnologia, ma alla costrizione di questo stesso sviluppo all’interno dei modelli culturali, produttivi, di consumo e finanziari precedenti, obsoleti e anacronistici (una volta si diceva: contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione). Al mercato conviene confermare presso la massa dei consumatoti un modello di “futuro” stile i cartoni animati dei Pronipoti (anni Sessanta del secolo scorso), che nell’immediato fa vendere molte più merci (permane la preminenza dell’hardware sul software, con una netta distinzione tra produttori e consumatori, come negli anni Sessanta), mentre, in un mondo che ci raccontiamo in tumultuoso cambiamento, l’umanità digitale innalza muri contro l’invasione delle popolazioni straniere, come al tempo del Vallo di Adriano o della Muraglia Cinese!
Non è detto poi che tra la mancata educazione all’uso dei mezzi che hanno invaso la nostra vita e le ondate di terrorismo, guerre, odio razziale e fascismo che stanno percorrendo il mondo ci sia una correlazione diretta, ma certo riempire la vita di uomini e donne di strumenti potentissimi (che nessuno però aiuta a capire) e allo stesso tempo farli sentire sempre più impotenti rispetto al proprio lavoro, futuro, sicurezza, non migliora l’equilibro personale dei singoli, né la partecipazione serena e responsabile dei cittadini alla vita pubblica.

2. Tra le giovani generazioni di oggi e quelle dei decenni passati, non ci sono sostanziali differenze. Cioè, messi in situazioni simili, i bambini e i ragazzi reagiscono più o meno allo stesso modo. Lo affermo con sicurezza dopo 40 anni di esperienza e ho documenti audio e video che ampiamente lo confermano. Se per esempio gli si propone di giocare con i burattini, le reazioni sono le stesse, così come lo stesso effetto fa il gioco della “TV specchio”, per non parlare della maturità, competenza e proprietà di osservazione e di pensiero che dimostrano, sempre, secondo modalità molto simili, ogni volta che li chiama in causa come attori attivi e consapevoli, che di tratti di fare teatro, inventare storie, osservare gli insetti, usare ogni sorta di tecnologia all’interno di un progetto: niente bullismo, crisi d’attenzione, anzi! Non pretendo di avere io in tasca la verità, contro tutto il mondo che dice il contrario, ma semplicemente faccio presente che i bambini e i ragazzi che conosco nelle mie attività non corrispondono affatto a certe descrizioni che oggi vanno per la maggiore, di “nativi digitali” e via dicendo. Ma probabilmente sono io che vivo in un universo parallelo!