Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta computer. Mostra tutti i post

mercoledì 2 gennaio 2019

La tecnologia e la nuova generazione di cittadini attivi, capitolo 2


Quando la tecnologia diventa popolare: una produzione multimediale e condivisa per la società dell’informazione

Qui il terzo dei sette articoletti che sintetizzare il libro Technology and the New Generation of Active Citizens, pubblicato a gennaio 2018. Sarò sinceramente grato a tutti coloro che mi scriveranno commenti, critiche, pareri
Questo è l’abstract” del secondo capitolo:

«La storia della tecnologia di massa inizia negli anni '70 del secolo scorso, quando computer e dispositivi video diventano "personali" e iniziano a diffondersi nelle case. Non è solo una questione di produzione industriale e di mercato, dato che molte "Invenzioni" provengono dalla base, da gente comune, giovani studenti, comunità culturali, a volte guidando l'innovazione oltre e persino contro i piani delle grandi aziende.
Conoscere la storia è un modo per essere consapevoli che tutti noi, possibilmente insieme, possiamo fare molto di più di quello che generalmente pensiamo, e anche che la "tecnologia" non è una lista infinita di possibilità sempre più a nostra disposizione ma, se non partecipiamo attivamente con il nostro apporto e le nostre scelte, c'è il rischio tangibile, nel turbinio commerciale, di sprecarne una grande parte».

C’è un lato oscuro nella “Forza” tecnologica, ma non è quel potere quasi assoluto che la fantascienza del primo dopoguerra attribuiva a un onnipotente e immanente Grande Fratello, prodotto quasi inevitabile di quello sviluppo centralizzato e autoritario che solo si poteva immaginare allora, data la tecnologia dell’epoca, e che noi oggi contro ogni evidenza razionale proiettiamo sulle nuove multinazionali del web, che invece proprio noi nel giro di pochissimo tempo abbiamo creato e che allo stesso modo nel giro di pochissimo tempo potremmo anche abbattere. Il lato oscuro, in contesto di puro consumo, senza una adeguata educazione, è quella sovrabbondanza di mezzi che alla fine ci rende impotenti, ben definita da Ivan Illich nel lontano 1978 con il concetto di “moderne povertà”, che meglio di tante analisi attuali coglie uno dei problemi nodali della nostra epoca.

La potenziale rivoluzione degli anni Settanta e Ottanta è invece tendenzialmente molto più democratica, perché mette a disposizione di tutti i due pilastri della società dell’informazione, la TV e gli elaboratori elettronici, che fino allora erano accessibili solo ai grandi poteri. L’apparizione all’orizzonte dei “videotape e dei personal computer fanno sognare i protagonisti di movimenti (gli studenti, gli operai, le donne) che, però, di fatto si esauriscono prima che i mezzi stessi siano effettivamente a disposizione sufficientemente facili ed efficienti. Così, i primi pc multimediali e i camcorder di fine anni Ottanta non incontrano più utenti militanti, ma solo consumatori.
Linguaggi di programmazione forniti con i computer, come il BASIC, o facilmente a disposizione anche di non esperti (come il LOGO, adatto ai bambini) propongono modelli di pensiero “digitale” con cui ora tutti gli umani si possono misurare, mentre anche a livello di industria e di produzione si verificano situazioni assolutamente straordinarie, fino allora, su cui pochissimo finora si è riflettuto. Nel giro di pochi anni, l’IBM, che deteneva il 70% del mercato informatico mondiale, è costretta a cambiare le sue strategie e a produrre personal computer, per tenere dietro a una innovazione nata nei garage (sostanzialmente si può dire fu così anche se, oltre il mito romantico, non vanno disconosciuti il contesto generale e il ruolo dell’industria, di aziende come Olivetti, Xerox e ovviamente Intel). Negli anni Novanta, un monopolio ancora più potente, quello di Microsoft, dovrà cambiare completamente i propri piani per adeguarsi all’invenzione, avvenuta in ambito scientifico e accademico (quindi, non a scopo di lucro), del Web!


continua...

lunedì 18 settembre 2017

Il mio libro d'America

Rieccomi dopo diversi mesi su questo blog – vediamo se ancora qualcuno verrà a leggermi, già erano così pochi prima! - e la scusa per la latitanza è quella classica, con una simpatica variante: tra le tante altre cose che si fanno per sopravvivere, stavo scrivendo un libro, per una casa editrice americana.
Dopo l'ultimo serrato scambio di email, ho consegnato tutto, e il titolo è già in catalogo e si può prenotare on line a un prezzo da testo accademico dei loro, esagerato e per la maggioranza di noi decisamente inaccessibile (faccina che ride!):


Non sto a raccontare tutta la storia, come ci sono arrivato, perché una cosa del genere in America e non qui in Italia, e tutte le vicende dolci e amare connesse. E nemmeno scrivo più di tanto – giusto questo accenno – al fatto che, a parte l'idea generale che avevo proposto, non volevo pensare a come sarei riuscito a scrivere in poco tempo un libro intero secondo le severe regole editoriali loro, direttamente in inglese, e dal mio punto di vista notoriamente “non-conventional”. Quando è arrivata l'email con il responso dei revisori, temevo che mi massacrassero e invece a quanto pare no, la cosa va!

Dunque, in sintesi, la storia è più o meno questa.

Per vedere l'alba della rivoluzione digitale nel mondo globalizzato, è utile fare un salto indietro agli 60 e 70: l'uomo a una dimensione ha paura del futuro, e allora la musica rock, le rivolte degli studenti, il movimento delle donne, sono forse una risposta. Dal mondo dell'educazione (don Milani per esempio e movimenti come l'animazione teatrale: a scuola con il corpo!) arrivano soluzioni probabilmente buone anche per i tempi a venire.
Intanto la tecnologia diventa popolare. Tra gli anni 70 e 80, i personal computer e le videocamere mettono a disposizione di tutti gli strumenti di base per partecipare in modo attivo alla società dell'informazione.
Ma l'umanità assuefatta alla televisione sostanzialmente non se ne accorge, e allora forse è utile guardare ai bambini, che dentro la tecnologia ci nascono, esseri multimediali in grado di indicare un ponte verso il futuro, oltre i limiti del sapere trasmissivo e dell'informazione unidirezionale, verso un mondo possibile di conoscenze e anche di produzione almeno in parte condivisi. Osserviamoli come giocano con le videocamere e i computer e gli altri aggeggi tecnologici (e come continuano a giocare, se non togliamo loro la possibilità di farlo, anche con i giochi tradizionali, il corpo, la natura, senza innaturali contrapposizioni), ma soprattutto non lasciamoli soli, accompagniamoli e prestiamo attenzione al loro gioco, alle loro domande e risposte, impariamo da loro mentre facciamo loro da maestri!
Perché siamo a un difficile bivio tra rivoluzione e mercato, dove vecchi miti inibiscono nuove opportunità, dove l'assuefazione al consumo, allo spreco e alla competizione individualistica fine a se stessa sono ostacoli enormi a un vero cambiamento, al fare e progettare insieme, con soddisfazione, ma anche con responsabilità.
Perché tutti oggi siamo produttori, a volte inconsapevoli, di informazione, ma il nostro approccio al testo e alle immagini, alla rete e ai dispositivi tecnologici in generale – al di là della retorica e della pubblicità - è per lo più “disconnesso”. Succede per la cultura come per il cibo: possiamo agire per fare la nostra parte e produrre in modo significativo qualcosa in proprio, in condivisione, o comprare tutto dalle multinazionali!
Consumatori consapevoli sono anche cittadini attivi, e la partecipazione è una possibile forte soluzione, individuale e collettiva a molti problemi politici, economici, sociali e ambientali. Più che di hardware e software, è una questione di atteggiamento. Servono anche piccoli esempi, da estendere e moltiplicare, per immaginare, progettare, costruire e non subire (spesso con angoscia, paura e rassegnazione) il futuro : il software libero, Wikipedia, le mappe “auto prodotte”, le reti di condivisione in agricoltura e in industria ma anche, nel nostro piccolo, il Museo Virtuale dei Piccoli animali, dal cortile della scuola a Internet! Una serie di produzioni consapevolmente condivise, per cittadini completi, non solo “digitali”: per un incontro tra tecnologia, economia, lavoro e società possibilmente a lieto fine!

Sono discorsi che a spizzichi, con fatica e poco riscontro cerco di portare avanti da diversi anni,
anche in questo blog, o negli interstizi ormai delle discussioni su facebook, che sempre più sono un inno alla rottamazione delle idee, anche le più geniali. Li avevo già in parte introdotti anche in altre pubblicazioni, “saggi” travestiti da manuali sull'animazione teatrale e i bambini e l'ambiente, (cioè, quelli che dovrebbero - secondo il mio modesto parere, ma anche, vedendo come rispondono, secondo i bambini e i ragazzi con cui lavoro da decenni - essere i due punti centrali dell'educazione dei cittadini del terzo millennio, altro che “coding”!) in cui la tecnologia entra dappertutto (eccome se ci entra!), però non come un “dovere” o un insieme astratto e a volte cervellotico di competenze curricolari e adempimenti burocratici, ma come strumento naturale e potentissimo del fare, estensione dei sensi e della conoscenza. Cioè, banalmente, la gente, i bambini, le maestre e i professori la usano, sapendo quello che fanno! (faccina che ride!)

sabato 21 marzo 2015

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 2

continua

La seconda parte di questo articolo, con il video dei bambini che giocano a programmare i computer, arriva nel blog con un molto ritardo sul previsto. C’erano altre cose da fare e una assillante presenza in rete non è necessariamente un fatto positivo, se non accompagnata da una effettiva consapevolezza di quello che si dice e si comunica.
Nel video si vede il professore mettere curiosità ai bambini e voglia di giocare con gli “automi” e i bambini stessi che, giocando e provando - così come imparano le cose i bambini - arrivano a capire come funziona la programmazione.
Discusso a più riprese in rete con un bravo professore, che nega che i bambini possano “programmare”. Certo, se uno ha in mente l'Assembly o il C++, la mente di una bambino non ci può arrivare. Ma dare a un computer le istruzioni  (testuali, righe di comando, non clic un po' a casaccio sulle icone) e correggerle fino a che la macchina non fa esattamente le cose che volevamo noi, che cos’è se non programmazione? Anche perché – e questa non è una cosa solo da bambini – si tratta comunque di applicare la giusta sintassi, e guai a sbagliare cose anche banalissime: la programmazione digitale è bellissima, ma estremamente pedante, anche quando si tratta del linguaggio Logo!
«Perché non andava?»
«Non abbiamo messo i due punti dopo “raggio”»

NOTA "DI SERVIZIO": A QUANTO PARE. GOOGLE, CON I SUOI CRITERI DI RICERCA, NON RIESCE A VEDERE IL VIDEO E A INSERIRMELO QUI (A CHE COSA SERVONO ALLORA IL CODICI DI CONDIVISIONE DI YOUTUBE, SE POI NON SI POSSONO USARE?).
NON RIMANE CHE COPIARE IL LINK, COSI', CHI VUOLE, SI GUARDA IL VIDEO DIRETTAMENTE NEL SUO CANALE:

https://youtu.be/634juQ-yC_4

I bambini hanno imparato dunque che il pensiero digitale non è andare per tentativi su un telefonino o su un tablet. Digitale è sinonimo di discreto (0, 1; sì, no), in contrapposizione ad analogico, che è sinonimo di continuo (tanto, poco; più, meno). Digitale è un ordine del pensiero, non migliore del nostro pensiero solito, ma semplicemente diverso, perché le macchine di oggi pensano così.
E quelle di domani? Beh, probabilmente questo è un altro discorso e per i bambini – che hanno meno fantasia degli adulti dotati di fantasia ma, a differenza della grande maggioranza degli “altri” adulti, non hanno perso il piacere e la capacità di usarla, la fantasia!  – forse non è neanche tanto difficile immaginare “futuri” diversi. E magari capire – il pensiero emotivo dei bambini, per intuizione, sa arrivare lontano! - che tanto, tantissimo, dipende da come noi tutti, oggi, viviamo con consapevolezza o meno il nostro presente.

lunedì 22 settembre 2014

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 1

Piccola premessa, a chiarire un po’ di equivoci che girano.
Intanto, digitale significa “numerico”. Deriva dall’inglese digit (cifra, numero), che a sua volta deriva dal latino digitus (dito, cioè il primo “attrezzo” usato dall’uomo per contare). Nella lingua italiana, usiamo la parola “digitale” anche derivandola direttamente dal latino, quando parliamo per es. di “impronte digitali” (delle dita).

In questi anni, dato che gli aggeggi tecnologici di cui ci riempiamo la vita hanno un cuore digitale (numerico),  c’è chi ha ipotizzato che le generazioni umane recenti stiano sviluppando una sorta di “pensiero digitale”, contrapposto al tradizionale pensiero analogico degli umani.
In realtà, osservando la facilità con cui non solo generalmente i bambini – che con i dispositivi digitali ci nascono - ma anche moltissimi adulti e perfino anziani che vi si accostano per la prima volta, si destreggiano con gli aggeggi più recenti, non è difficile capire come certi dispositivi digitali dentro (computer, telefonini e via dicendo) siano diventati popolari e accessibili a tutti nel momento in cui sempre più hanno assunto una interfaccia utente analogica (il mouse che sullo schermo simula la scrivania, le dita che direttamente toccano “disegnini” sullo schermo, o stringono e allargano un’immagine).
Vale a dire, l’eventuale migrazione degli umani verso un “pensiero digitale”, che qualcuno ipotizzava nei primi anni Ottanta del secolo scorso, quando i computer si programmavano da tastiera con comandi e istruzioni pedanti ed estremamente precisi e si pensava che il “futuro” fosse il linguaggio BASIC, è stata poi aggirata costruendo macchine digitali in realtà sempre più vicine, nel funzionamento, all’approccio analogico degli utenti umani.

Questo, se da una parte (ed è un vantaggio) consente a chiunque di utilizzare con profitto gli strumenti tecnologici di oggi anche senza avere una vera competenza tecnologica, dall’altra (e può essere un problema), non sollecita quel confronto “in sintonia” con le macchine che, al tempo dei computer da programmare, aveva fatto scoprire a molti ragazzini di avere una mente adatta a misurarsi con il funzionamento profondo delle macchine stesse o, più umilmente, faceva almeno intuire a tutti il lavoro umano e il tipo di “pensiero” che sta dietro ad applicazioni facili e potenti e a videogiochi mirabolanti.
In altre parole – questa ovviamente è una mia opinione, ma si basa su un’esperienza di decenni sul campo, cioè nelle scuole con i ragazzi veri, molto vasta -  non solo diventa più difficile, dato l’uso generalizzato di applicazioni già pronte e sempre più specifiche, che non comportano alcuna ricerca di tipo informatico, che nascano ed emergano naturalmente dal gruppo nuovi Paul Allen, Steve Wozniak, Richard Stallman, Linus Torvalds, ma rischiamo seriamente di perdere alcuni elementi basilari di alfabetizzazione, rispetto a linguaggi che si sono sviluppati molto in fretta, e di cui non sono stati ancora individuati con precisione gli elementi di base e le “grammatiche” che sarebbe utile fossero conosciuti da tutti.

La frenesia da digitalizzazione oggi è di moda, ma spesso si traduce solo in nuova inutile burocrazia digitale, con una pericolosa sottovalutazione dell’approccio estremamente superficiale ai veri “alfabeti” visivi e multimediali che stanno globalizzando la cultura del pianeta e il cui utilizzo è oggi indirizzato, più che dai sistemi educativi, sostanzialmente dal marketing.
Così, "saper usare” un tablet o una LIM, seguendo l’istinto o le istruzioni (senza magari avere mai imperato a tagliare una fotografia!), non garantisce affatto consapevolezza “informatica”, come non la garantiscono le “patenti di computer” basate su un uso prevalentemente da ufficio che se ne faceva nei primi anni Ottanta e che qualcuno, a mio parere oltre ogni evidenza, ancora considera “di base”. Mentre può essere un buon segno che nella scuola italiana si stia tornando a parlare di informatica come programmazione.

Programmazione: cioè imparare fin da piccoli che siamo noi umani a istruire le macchine su quello che devono fare, e provare a vedere che cosa succede quando diamo queste istruzioni, come risponde la macchina, se sono giuste o sbagliate.
Posto che il funzionamento delle macchine di oggi - non di quelle di ieri e forse non di quelle di domani - cioè quello che potremmo chiamare “pensiero digitale” è il linguaggio macchina, che si esprime in codice binario o esadecimale ed è conosciuto bene solo da una piccola parte degli informatici di professione, esistono tanti linguaggi cosiddetti di alto livello che consentono di istruire le macchine secondo modalità molto più simili a quelle di noi umani, e alcuni sono perfettamente accessibili anche ai bambini.

Sto montando un video che ho girato con bambini della scuola primaria che, durante il passato anno scolastico,  guidati dal prof. Giovanni Lariccia, hanno lavorato con il software Iplozero, una versione del linguaggio di programmazione LOGO, su cui qui ho già scritto alcuni articoli. E, oltre gli stereotipi con cui spesso vengono descritti, ho visto bambini veri comportarsi da veri protagonisti, come succede sempre quando, nella pratica educativa, si “resettano” i luoghi comuni e le routine abituali e si fa leva sulla curiosità, la voglia di conoscere, di provare, capire tutti insieme. Succede con i computer come con le videocamere, con gli insetti del cortile come con i giochi corporei di espressione teatrale...


Continua…

domenica 31 agosto 2014

La rete, il pensiero, l’azione, e il mondo che non abbiamo capito come cambiare

Sto raccogliendo i vari link alle persone che potrebbero essere interessate a una iniziativa che si sta preparando. Contatti Facebook, Twitter, Linkedin, Google +, Skype, Messenger (non butto via mai niente!), per non parlare delle varie liste, agendine, elenchi ad hoc di partecipanti ad attività e iniziative passate.
Penso alle cose che fanno, alla storia, alla qualità di tutte queste persone, ognuno con i suoi gruppi, e progetti, con la sua sfilza di collegamenti e “amici”…
Una forza potenzialmente immensa, e siamo tutti lì, virtualmente in grado di collegarci e di fare…
Storicamente, il grosso miracolo del Social Web, mentre dava l’opportunità alle persone comuni, a chiunque, di cambiare se davvero lo volessero il mondo, è stato paraddosalmente la capacità nello stesso tempo di nascondere questa opportunità, in modo che nessuno se ne rendesse conto!

Continuiamo a farci gli affari nostri, magari li raccontiamo in rete, spesso anche quando non sarebbe proprio il caso, e nei gruppi discutiamo, litighiamo, cazzeggiamo, ma manca desolatamente la capacità di incidere davvero nella realtà. Nonostante il numero e la qualità, ci sentiamo soli, isolati e indifesi nei confronti della politica, che decide per esempio delle riforme della scuola, e del mercato, che stabilisce quali aggeggi dobbiamo usare e per fare che cosa.

Quella incredibile capacità di innovazione rappresentata dalla condivisione attiva che, in presenza di una rete infinitamente meno efficiente e diffusa, negli anni Settanta e Novanta riuscì a far cambiare radicalmente l’orizzonte industriale di imperi come IBM e Microsoft costretti, a causa di un movimento che cresceva “dal basso”, loro malgrado a “convertirsi” al personal computer e a internet oggi, sembra essersi irrimediabilmente allontanata dal nostro orizzonte.
Continuiamo a fare essenzialmente le cose che facevamo prima, credendo che l’innovazione sia solo una questione di digitalizzarle e metterle in rete. Così ebook, e-commerce, e-learning, webinar, oltre che possibilità di svolgere da casa in rete cose come comprare i biglietti del treno o dell’aereo, o farsi rilasciare certificati dalla pubblica amministrazione, e così via . A volte è davvero utile e c’è un senso, a volte meno, a volte c’è anche tanta ideologia (es. qualcuno spieghi perché, se la scuola è a due passi, io adesso devo iscrivere mio figlio on line?)

Quello che propria manca, è quella sensazione di “potenza”, che a me per esempio viene istintivamente, solo a scorrere l’elenco dei miei contatti. Anzi, non solo nelle persone datate come me, che magari hanno imparato tardi a destreggiarsi con i mezzi, ma anche in quelli che qualche buontempone ancora chiama “nativi digitali”, predomina un senso di diffuso fatalismo, di ineluttabilità. Come se la lezione prevalente fosse che a decidere sarà sempre e comunque qualcun altro.
È l’apoteosi del mondo digitale a rovescio, quei gesti e quell’atteggiamento che, interiorizzati, fermano qualsiasi possibile rivoluzione o vero cambiamento. Perché se per smettere ti abituai a schiacciare un pulsante dove c’è scritto “start”, ti si sballa comunque un po’ tutto il tuo sistema di pensamento originale e, dovendo “pensare” in un mondo non tuo, solo una minoranza corre il rischio di avere davvero delle idee!

Sta per uscire il nuovo iPhone. Leggo (e dire che la Apple aveva finora felicemente resistito alla moda imperante del gigantismo!) che quello “piccolo” avrà uno schermo da 4,7 pollici! Ma stiamo tutti impazzendo? Il telefono ormai è quella cosa che non sta in tasca, non si riesce quasi a tenere all'orecchio, che comunque non serve per i contenuti multimediali se non per le emergenze (resta in ogni caso troppo piccolo), ma che quando lo tiri fuori durante la riunione o in metropolitana, di sicuro tutti lo vedono, e ti ammirano! La quintessenza dell’apparire e della sostanziale inutilità!

E sulla stampa, sul web, nei blog, perfino in certe lezioni all’università, ancora c’è chi parla di “tecnologia” (per carità, c’è anche quella, e non poca! Ma quanto conta?), senza neppure provare a distinguerla dal marketing!


photo credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/gpadjp/4613000379/">GPA-djp</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">cc</a>

lunedì 25 agosto 2014

Scenari di scuola digitale: il pc divergente e il tablet convergente?

Prima di tornare nell’agone educativo, pedagogico e mediatico del nuovo anno scolastico (che si svolge a cavallo dei due anni solari, se qualcuno avesse informato la ministra Fornero!), sto ripassando un po’ di teoria.
Viviamo nel paradosso che, dopo decenni di studi di ad altissimo livello sull’età evolutiva, l’apprendimento, la conoscenza, comprovati da innumerevoli esperienze, quando si fa una “riforma della scuola”, non solo in Italia, (sono curioso comunque di vedere adesso, sperando di aver capito male certe “scoperte” ministeriali delle scorse settimane, che cosa si inventerà il governo Renzi!), i politici di turno regolarmente sembrano applicare per lo più criteri che si rifanno a un trito e tradizionale senso comune (come quel noto “costituzionalista” che si preoccupava di ciò che gli insegnanti comunisti inculcano nei nostri poveri bambini!). Al punto che il libro collettivo a cui ho partecipato l’altr’anno in America con “La Scuola che Funziona”, a sottolineare la marginalità delle posizioni scientificamente informate in campo educativo, faceva parte di un progetto chiamato “Gocce nel mare”!
Leggere, documentarsi dunque, ripensare, se possibile…

In un ebook dal titolo evocativo, A scuola con il Tetris, di Edyta Slomka , trovo una sintesi semplice ma efficace del perché il personal computer potrebbe rappresentare una novità rivoluzionaria nel panorama educativo. Non si parte una volta tanto dalla confusione oggi imperante tra tecnologia e mercato, ma più seriamente dai modi in cui l’essere umano impara le cose. In pratica, nella tradizionale dicotomia tra l’apprendimento senso motorio (proprio del bambino piccolo, ma tipico per es. anche della bottega artigiana, che si svolge nella vita reale, immediato, permanente, ma limitato all’esperienza personale diretta) e l’apprendimento simbolico ricostruttivo (come a scuola, o attraverso la lettura e i media, potenzialmente vastissimo, ma difficile da memorizzare e ordinare, perché si svolge principalmente nella mente), il personal computer, con le sue capacità di simulazione e risposta interattiva, stabilisce un possibile collegamento.  Le due forme di apprendimento cioè, attraverso un uso attivo e consapevole della macchine digitali di oggi (nelle loro varie manifestazioni, inclusi i videogiochi) possono realizzarsi insieme, spalancando orizzonti prima impensabili alla conoscenza, alla sua condivisione, alla riflessione collettiva su come si conosce.
Osserva l’autrice: «Con il computer si apre per la prima volta la strada per poter integrare la percezione e l’azione».  «Il computer diviene una potente macchina metacognitiva che consente al bambino di riflettere e conoscere i suoi processi mentali e le strategie più adeguate a ciascuno».
Cosa non da poco, in un momento storico e culturale in cui, in presenza di un sapere che si rinnova a una velocità vorticosa, “imparare a imparare” diventa una condizione essenziale di alfabetizzazione, nella società dell’informazione e della conoscenza.

Certo, macchine che in modo così esplicito propongono il passaggio da un sistema educativo basato tuttora principalmente sulla trasmissione di contenuti a un altro che fa perno sulla metacognizione, mettono anche paura. E forse varrebbe la pena di domandarsi come mai nella scuola, dopo decenni in cui i personal computer sono stati ammessi con grande fatica, per lo più segregati in luoghi in cui non potessero fare danni, come le aule informatiche, a un certo punto, anche tra molti refrattari tecnologici, siano sorti tanti cori entusiasti all’apparire di LIM e tablet, a cantare unanimi l’indispensabile “digitalizzazione”. Forse perché finalmente molti vi riconoscevano, rivisitati ed elettronici ma comunque ancora presenti e rassicuranti, il libro e la lavagna?

Come a dire che allora in fondo, si tratta soltanto di imparare un nuovo modo e aggiornato di fare lezione!


photo credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/neilvagechen/1047124112/">ne!l chen</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">cc</a>

venerdì 13 settembre 2013

Il coleottero d'oro e il pc perduto!

Sto lavorando a una serie di ebook per bambini sui piccoli animali, di fotografia, scienza e poesia. Il primo già uscito è sulle mosche, e altri sono presto in arrivo. Sto ragionando su classificazioni, riconoscimento di specie e famiglie, e su come presentare il tutto in modo interessante, accessibile, divertente, da far venire voglia anche a chi legge di esplorare, cercare, fotografare.
La mia amica Sara dall'Argentina mi manda via rete la foto di un insetto assolutamente incredibile, che sembra l'opera di un gioielliere, di vetro e oro

E' fantastico come, attraverso gli strumenti digitali, siamo oggi in grado di approfondire il rapporto che abbiamo con la natura e di condividere esperienze e conoscenze: la fotografia macro alla portata di tutti, la ricerca sul web per confronti istantanei che ci possono aiutare a riconoscere famiglie e specie, fino all'incredibile (almeno fino a pochi anni fa) possibilità di farci praticamente da soli il libro, pubblicarlo, offrirlo gratis oppure venderlo in rete!

Mi arrivano per email le pubblicità degli ultimi "personal computer" da tavolo proposti dal mercato, esteticamente sempre più curati e funzionalmente sempre più orientati al piatto consumo di contenuti prodotti da altri: tolgono i lettori di dischi ottici, limitano le interfacce per comunicare con eventuali periferiche fisiche esterne, ti obbligano a stare sempre connesso, legato a filo doppio ai provider dei vari cloud!
In tempi di smarphone dallo schermo enorme, di tablet e di portatili perfetti per connettersi e per seguire in diretta tutti i trend del barnum tecnologico, io mi immaginavo che se uno sceglie ancora un pc da tavolo, capissero che non necessariamente lo fa per affollarsi con la famiglia attorno a un touch screen!
A me per esempio – per il mio lavoro, per la mia età, ma anche perché credo che sia culturalmente criminale buttare via 40 anni di produzioni audio, video, multimediali, serve ancora vedere o rielaborare DVD e CD ROM, digitalizzare vecchi video o musiche da antiche cassette, collegarmi a un altro monitor o a un impianto di amplificazione con qualcosa che non sia solo un cavo HDMI!

E non mi dite che uno certe cose se vuole "le può aggiungere". Se non ti danno l'occasione di giocare con lo strumento, non ti viene voglia! Se nessuno ti fa vedere come viene bello in fotografia non solo lo scarabeo d'oro, ma anche il moscone che riposa su una foglia, non ti verrà mai in mente di provarci tu con la macchina fotografica, o col telefonino, a fare un libro sugli insetti!
Umori ambivalenti...

Per intanto ringrazio la mia amica Sara, perché non sapevo della Charidotella sexpunctata, l'insetto di vetro e oro!