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lunedì 5 febbraio 2018

La scrittura e la memoria dispersa dell’era digitale

Copio e incollo, con qualche aggiustamento, cose scritte da me e altri giorni fa in una discussione su Facebook, dove tutti argomentano di tutto e dopo pochi giorni non si riesce a trovare più niente, con buona pace del ritornello che recita “in internet non si perde nulla!” Certo, ma le cose dove stanno?

Questa sistematica dispersione della memoria contribuisce a fare sì che, di fatto il riduzionismo e il "presentismo" siano la cifra, orientata da un marketing di corto respiro, di un tempo senza storia come il nostro. È presto, o tardi, per ragionare, capire insieme, invertire certe tendenze? Se l'uno per cento dell'umanità partecipa della ricchezza del pianeta, il “quanto per cento” partecipa della formazione della cultura? Quante meravigliose idee "digitali", fuori dalle fiere e dal dibattito di una ristrettissima élite, oltretutto divisa in tanti scompartimenti stagni, arrivano al pubblico che consuma e spreca hardware e software come fossero detersivi?
Il grande problema dell'oggi si riassume in una parola: partecipazione. I mezzi tecnici la consentirebbero a livelli mai visti nella storia, a tutti, anche ai bambini. Le consuetudini di pensiero e l'asservimento a leggi di mercato vecchie di secoli la negano, e con essa la libertà dei popoli, la democrazia, la convivenza civile, la speranza stessa di un futuro del pianeta.
La mia idea banale - forse perché lavoro con i bambini- è che semplicemente riportando le persone al centro dell'attenzione, come per "miracolo" tutto potrebbe cambiare. E anche magari individuando e scegliendo un ambiente di discussione tra noi meno labile e dispersivo dei social network commerciali!

Riprendevo un post di Stefano Penge che scriveva, dopo aver ascoltato l'intervista a Claudio Ambrosini, Paolo Ferri e Paolo Legrenzi (su Fahreneit, Radio 3): Bella (e perduta) scrittura:
«Mi colpisce molto che la scrittura sia concepita e discussa nelle sue valenze motorie, estetiche, neurocognitive, e che l'opposizione centrale sia tra gli elementi frammentati (le lettere dello stampatello, o della tastiera) e gli elementi legati (il corsivo). E' vero, si parla di apprendimento della scrittura. Io avrei detto "apprendimento di una tecnica di scrittura": quella più diffusa nell'era dell'inchiostro e della carta. Prima, le tecniche erano altre. Dopo (oggi?) saranno e sono altre. La scrittura, però, a me ignorantone sembrava essere altro. Scrittura è un insieme di pratiche di fissazione, trasmissione, conservazione del pensiero linguistico. E' composta di tecniche, di azioni motorie, ma anche di azioni mentali, di ricordi, di proiezioni, di ipotesi, di ritorni all'indietro. Insomma uno scrive per comunicare, a se stessi o a qualcun altro, non per esercitare la mano (altrimenti, disegna scarabocchi). E la cosa difficile, visto che si impara a parlare prima che a scrivere, è scoprire come fare: come tradurre pensieri in parole (nomi? verbi?), come adattarle (declinare, coniugare), come ordinare le parole per arrivare a esprimere qualcosa che, mentre la si mette in parole, cambia; e tutto questo per arrivare a qualcosa che sia accettabile e comprensibile all'esterno.
Ora mi sarebbe piaciuto che nel dibattito ci si fosse chiesti: ma usare un software (non un computer o un telefono), cioè un ambiente inventato apposta per supportare tutte queste operazioni - con correttori, dizionari, suggerimenti, e poi font, stili, dimensioni, impaginazioni - facilita l'apprendimento della scrittura, o no?
(…) Che impatto cognitivo ed emotivo ad, ad esempio, la possibilità di correggere, o quella di riprendere un testo a distanza di tempo e adattarlo, o quella di rimpaginarlo per un uso diverso? O ancora, la possibilità di lavorare in più persone sullo stesso testo, magari a distanza? E' meglio, è peggio, e soprattutto, cosa cambia?
Ci saranno stati, in passato, dei serissimi studi inglesi in proposito. Che andrebbero ripetuti man mano che cambiano gli strumenti, i modelli, i contesti. Oggi però - dall'intervista agli articoli Ambrosini, Belardelli e altri questo mi pare di poter dire - ci si concentra solo su corsivo e smartphone. Mah.»

Intanto, da molti anni e tutto sommato senza troppo rumore, gli aggeggi digitali e il software vengono spesso utilizzati come utili strumenti per una didattica inclusiva”, in soccorso a difficoltà di vario genere nella lettura e la scrittura, dalla dislessia alla cecità, per i soggetti direttamente coinvolti e per chi, come educatori e genitori, ha a che fare con loro.

photo credit: *maya* <a href="http://www.flickr.com/photos/12663367@N00/15431261013">Fushimi Inari Taisha</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>

domenica 27 gennaio 2013

La giornata della memoria, i buoni, i cattivi, e le responsabilità di oggi disperse nel “cloud”


Sembra paradossale, ma lo si sente dire spesso, e anch'io lo dico: la nostra è una società senza memoria. Forse perché mai come in passato abbiamo aggeggi in grado di memorizzare qualsiasi cosa, in qualsiasi quantità in formato digitale, sta di fatto che come umani ci ritroviamo molto spesso che non ci ricordiamo le cose dall'oggi al domani. Se per esempio gli elettori italiani avessero anche solo un pochino di memoria, nessuno crederebbe a certi figuri della politica che da 20 anni ci raccontano solo balle, che ne hanno fatte di tutti i colori, ma imperterriti sono ancora lì oggi, a chiederci ora il loro voto,
Così, ce ne andiamo in giro con 16 gigabytes di dati nello smartphone e il cervello probabilmente vuoto!

La Giornata della Memoria si riferisce in particolare a una delle pagine più nere della storia dell'umanità, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, la Shoah (continua a sembrarmi improprio invece la parola “Olocausto”, che significherebbe “sacrificio a una divinità”, e forse sarebbe meglio usare direttamente termini più laici come “sterminio” o “genocidio”). Va anche detto che di altre pagine forse altrettanto nere, remote, passate o addirittura contemporanee, si è memorizzato molto meno, forse perché non è successo, come in questo caso, che i cattivi, dopo aver perso la guerra, siano stati condannati praticamente da tutti (a parte pochi nostalgici e negazionisti). Molto più difficile condannare i crimini di chi le guerre le ha vinte, o quelli in qualche modo collegati a chi tuttora detiene posizioni di potere.

Quando ero bambino io, nei romanzi, nei film e forse nella vita c'erano i cattivi (gli altri) e i buoni (noi) A quanto pare, in tutti i questi anni non è cambiato niente, alla faccia di crede che siamo in un futuro diverso, magari perché siamo obbligati a iscrivere i figli a scuola on line!
E da quando ero bambino, molti sistemi supporti di memoria sono stati usati per ricordare la storia, il sapere e l'arte degli uomini (dischi di vinile, musicassette, videocassette, floppy disk, enciclopedie compatibili con Windows 3.1 ecc. ecc.) che oggi semplicemente non si possono più nemmeno leggere. Come dire: il mercato è più forte della memoria! E per fortuna che ci sono i libri, superati e obsoleti, e che però si interfacciano direttamente agli umani!

La memoria, a seconda delle circostanze, può essere quella cosa che ci fa umani, oppure solo ingombrante spazzatura. Oggi, spesso dentro una artificiosa ansia di futuro, gran parte dell'umanità sembra andare verso la negazione della vita presente: niente sicurezza di lavoro, scuola, salute, ma in compenso tanta vita virtuale, e soprattutto, pochissima memoria!
E nel giorno della memoria della Shoah 2013, mentre il mondo condanna unanime l'aberrazione di Auschwitz, ci sono tanti luoghi sulla terra in cui le stragi, lo sterminio e il genocidio stanno avvenendo proprio oggi, nell'indifferenza generale.
In passato si è spesso detto: “Non sapevamo!”
Oggi, se volessimo, sapremmo! Ma attenzione: forse anche delegare la memoria e la conoscenza degli umani alla televisione, agli aggeggi digitali, al cloud, entità impersonali che sembrano vivere di vita propria (le leggi del “progresso”, o del mercato), abdicando di fatto alle responsabilità individuali, collettive, sociali e politiche, potrebbe risultare un'avventura molto, molto pericolosa.