mercoledì 29 dicembre 2021

Gestire la complessità, parte prima


L
umanità dell’informazione al bivio tra conformismo acritico e intolleranza o consapevolezza e responsabilità


1. Prologo: ascoltare e capire il disagio. L’involuzione tecnologica.

Non è sano rassegnarsi al disagio.

Personalmente, nella fase ormai discendente della mia non breve presenza su questo pianeta, l’esperienza mi suggerisce di non sottovalutare il disagio, nelle relazioni pubbliche come in quelle personali. E, senza unirmi alla schiera di quegli intellettuali che, partendo da situazioni loro, oggi si ritengono autorizzati a pontificare su tutto, compreso quello di cui non sanno quasi nulla, semplicemente inizio questo mio ragionamento condividendo un punto di vista. Sarebbe poi bello se ciò innescasse una discussione, uno scambio di idee, in cui esperienze diverse si confrontano, si modificano vicendevolmente, e magari alla fine convergono verso un percorso comune per crescere insieme.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno al computer 
Ecco, il prima disagio mi viene proprio dal fatto che, in un momento storico in cui l’umanità si trova ad affrontare sfide che non esagerato definire planetarie, il cambiamento climatico, i flussi migratori, la riconversione energetica, e ci sono probabilmente tutte le risorse tecniche e intellettuali per affrontarle e forse vincerle, non solo a livello politico generale si sta facendo pochissimo, ma perfino le discussioni tra “amici” o tra colleghi più o meno esperti di questo e di quello raramente decollano, oltre le affermazioni distintive di ognuno e la terribile, mortifera domanda ricorrente: “da che parte stai?” Sembra che affrontiamo i problemi, qualsiasi problema, non per cercare soluzioni, ma per affermare in qualche modo la nostra identità, il nostro schieramento, in un bisogno di dividere il mondo tra i i buoni (noi) e i cattivi (gli altri) che sappiamo non avere nessuna base razionale, ma se non lo facciamo ci sentiamo persi. E comunque rassegnati a un contesto diffuso di impotenza e frustrazione, come se il nostro non potesse che essere uno sterile esercizio intellettuale, tanto le decisioni vere le prende sempre qualcun altro.

Spendiamo fiumi e oceani di parole a descrivere per esempio quello la tecnologia ci permetterebbe di fare, e poi ragioniamo pochissimo su quello che effettivamente si fa, e ancor meno alla fine personalmente facciamo. Usiamo ogni giorno mezzi incredibilmente potenti di interazione, condivisione, vera e propria produzione di informazione della società detta dell’informazione, per un’infima frazione delle loro potenzialità, e questo nostro incerto balbettio individualistico, consumistico, condizionato in modo pesantissimo da decenni d assuefazione alla passività televisiva, lo scambiamo per il “futuro” verso cui ci starebbe portando la tecnologia. Peggio ancora, è ormai la somma di miliardi dei nostri balbettii in rete che determina le aspettative di qualità nella comunicazione globale, al punto che oggi sempre più anche le TV professionali si adeguano ai social network, in un precipizio generale di rumore, confusione, pressapochismo.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno a mano

Abbiamo perfino azzerato l’immaginazione. Negli anni Sessanta si fantasticava di viaggi spaziali oltre i confini del sistema solare; negli Ottanta nei personal computer maneggiati dai ragazzini vedevamo la possibilità prossima futura per chiunque di giocare alla pace o alla guerra, un potere presto disponibile a renderci tutti potentissimi, o a scoppiarci tra le mani. Oggi, una tecnologia spesso più avanzata di quella che allora si poteva prevedere è alla portata di ognuno, e la usiamo per ordinare la pizza, mentre lo Spazio è diventato lo scenario ozioso ed esclusivo in cui, durante poche ore in orbita intorno alla terra, i paperoni del pianeta vanno a scattarsi narcisistici e costosissimi selfies da pubblicare sui social network e mostrare nella TV globale!

2. Sostituire e togliere non è mai inclusivo. Il “politicamente corretto” che divide

La scena è paradossale. Si stabilisce – o si suppone, perché spesso non è neanche vero - che alcune cose, leggi, terminologie, usanze, siano discriminanti rispetto al genere, all’orientamento religioso, politico, sessuale di qualcuno, in particolare delle minoranze, e allora si adottano soluzioni che di fatto mettono a disagio la maggioranza. Chi davvero in coscienza ci trova un senso e pensa sinceramente che serva a migliorarci, alzi la mano!

Siamo talmente condizionati da una cultura della esclusione intollerante e tendenzialmente integralista, che spesso pratichiamo la cosiddetta “inclusione” in modo da provocare sostanzialmente ulteriori divisioni, conflitti, discriminazioni, non cercando nemmeno e ovviamente non vedendo soluzioni eventualmente possibili davvero inclusive, che uscendo dalla logica degli schieramenti e delle contrapposizione probabilmente si potrebbero trovare con relativa facilità.

Qualche esempio, tra quelli che hanno provocato discussioni.

Siccome viviamo in società laiche, si parla o si decide di proibire nei luoghi pubblici l’ostentazione di simboli religiosi, mettendo però poi insieme in un delirio di confusione il crocifisso appeso alla parete di un’aula scolastica (ufficiale, istituzionale, quindi forse potenzialmente davvero divisivo per chi non condivide) con il velo islamico delle studentesse (personale, attinente alla sfera delle libertà individuali di espressione, che non si capisce come e perché dovrebbe “offendere” qualcuno).

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno al computer

Si consiglia di non augurare “Buon Natale” e di non fare il Presepio a scuola, perché chi non è cristiano potrebbe sentirsi a disagio (e perché mai?), mentre tutto intorno comunque – le vacanze, la messa di mezzanotte, il cenone e il panettone, le luminarie, le pubblicità in TV - concorre a celebrare una festa tra spiritualità e consumi di cui a questo punto non si capisce più il senso. Cioè, quale problema può esserci per il fatto che nei paesi di tradizione cristiana si festeggi il Natale, e quale ragionamento contorto ci può far supporre che far finta di non farlo possa in qualche modo risultare inclusivo? Inclusione non è nascondere le tradizioni prevalenti, ma se mai ammettere, riconoscere anche quelle di altre comunità religiose ed etniche, minoritarie ma presenti nelle nostre società, che festeggiano tra loro Hanukkah, la fine del Ramadan, il capodanno Cinese, e magari festeggiarle con loro.

Ancora, si propone nei documenti di sostituire “mamma e papà” con “genitore 1 e genitore 2”, per non discriminare più altre possibili forme di famiglia, come quelle omosessuali, la cui esistenza riconosciuta è considerata un passo avanti per i diritti civili di tutti. Con questo però si impone un cambiamento che può suonare come una negazione della famiglia com’era intesa finora, uno schiaffo al senso comune, alle tradizioni, alle convinzioni religiose diffuse. Non si elimina affatto la discriminazione, ma la si rovescia e la si amplifica, innescando conflitti divisivi inutili e controproducenti.

Potrebbe bastare in questo caso, per esempio, scrivere sul modulo qualcosa come: “mamma/genitore 1, papà/genitore 2”. A parte la sorpresa iniziale e un certa ridondanza, per chi non cerchi divisioni a tutti i costi, questa formula "affiancata" è accettabile da tutti: si salvaguardano i ruoli familiari tradizionali e più comuni, aggiungendo lo spazio per situazioni diverse. Nessuno impone il suo punto di vista a nessun altro e semplicemente ci si abitua dopo un po' a una terminologia più aperta e in questo caso sì inclusiva, che aggiunge, non sostituisce.

Poi, personalmente in me (e in moltissimi altri, anche se spesso non lo dicono) provoca un forte fastidio leggere - come alcuni usano da qualche tempo - sostituite negli scritti le desinenze di genere con asterischi o, peggio ancora, con caratteri dedicati, come nel sistema “schwa”, per cui addirittura si ricorre a segni speciali che ti fanno impazzire sulla tastiera (cioè, per essere inclusivi, tutto il mondo si dovrebbe riadattare!) A parte la sua sostanziale impraticabilità in modo coerente e completo all’interno della frasi (e ?i* articol*, il lo la i gli le?), la cosa immediatamente non regge con parole il cui genere non è dato solo dalla desinenza e per cui la discriminazione immediatamente si ripropone.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno a mano
Perché per esempio “scrittor*” e non “scrittric*”? Tralasciando il fatto che si spezza – è non sembra una cosa da poco - il legame tra la lingua scritta e quella parlata, perché una lettura ad alta voce “inclusiva” senza desinenze dubito non risulti assolutamente ridicola ai più e una eventuale a desinenze “libere” obbligherebbe il parlante a continue impegnative scelte di genere all’interno di un semplice testo, al punto da non riuscire probabilmente più a leggere.

Nella scrittura poi, applicando schwa o asterischi "inclusivi" ci si sottopone di fatto a una sorta di supervisione dall’esterno, di auto censura di parole e pensiero, di conversione continua dal modo come abbiamo imparato a parlare e a scrivere in un altro che di continuo politicamente ci corregge. Ma il mondo e la vita non sono già abbastanza complicati? E aggiungere ulteriori elementi di stress perfino nell’atto banale e quotidiano di scrivere e leggere, davvero ci fa incamminare lungo la strada dell’inclusione, o non piuttosto aumenta il disagio quotidiano complessivo, la sensazione diffusa e a volte esagerata di non essere noi i padroni della nostra vita, e quindi la frustrazione, l’irritabilità, l’insofferenza, la violenza non solo latente che, oltre il perbenismo e i formalismi, nelle nostre società appare in aumento costante proprio nei confronti delle donne? Con buon pace degli asterischi, delle quote rosa e delle altre forzature artificiose con cui ci si affanna a correggere la tradizionale disparità tra i sessi.

In generale, la mia umile opinione è che sovrapporre in modo pedante invadente - mi si perdoni, ma provi a rifletterci, chi di queste cose si compiace - sempre più regole a tanta parte delle nostre vite, non aumenta la qualità delle relazioni tra le persone, i sessi, i gruppi sociali, le etnie, ma possibilmente le deteriora ulteriormente. E mentre aggiungere può essere - magari non sempre - inclusivo, sostituire, togliere, vietare, prescrivere, il più delle volte provoca solo nuove divisioni, discriminazioni, conflitti.


Continua


lunedì 8 novembre 2021

La Rete siamo noi: usiamola!

Banalmente: non siamo magari un po’ stanchi di fare pubblicità gratis all’ultimo software delle multinazionali che – bontà loro! – aiuta la scuola ad adeguarsi all’ultimo trend di mercato, o di gridare allarmi per la serie coreana che fa male ai bambini che prima nessuno guardava e che adesso ovviamente guardano tutti, o di preoccuparci del costume diffuso delle famiglie di pranzare guardando ognuno nel suo telefonino invece che nel piatto o negli occhi degli altri commensali, come se fosse una mutazione genetica irreversibile? Non siamo stanchi di deprimerci, di sentirci impotenti di fronte a un mondo che ci appare sempre più fuori da ogni possibile controllo e che in realtà in gran parte costruiamo noi, tutti i giorni, con i nostri clic timidi e sfigati che però, uno per uno sommandosi a miliardi, fanno la fortuna di aziende che se per una settimana ci facessimo semplicemente gli affari nostri, probabilmente entrerebbero in una crisi tremenda?

Chiedo soprattutto agli insegnanti, agli educatori, a chi si occupa di bambini e ragazzi, i cui volti e sorrisi stiamo cancellando dalla società dell’informazione, facendoli crescere (per “proteggerli”!?) in un contesto sociale sempre più intriso di sospetto e paura, per poi discutere preoccupati in loro assenza dei loro problemi, dei nuovi crescenti “bisogni educativi speciali”, della necessità di medici e psicologi che assistano il loro crescente disagio (in costante aumento, chissà perché?)

Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

Dove e come seriamente è da vedere, ma bisogna farlo. Mettersi finalmente con impegno, convinzione, costanza - e soprattutto non disperdendo questo tipo di informazioni in miriadi di siti web, blog, gruppi sui social network, discussioni tra amici, tutti separati di loro come se non esistesse la Rete, ma con l’obiettivo preciso di raggiungere la massa critica necessariamettersi a far conoscere le buone pratiche che nella scuola e altrove rivelano una miriade di realtà belle, complesse, vive e sorprendenti; e poi le opere, gli scritti, i disegni, i video, i multimediali di bambini e i ragazzi, dalla cui diffusione e conoscenza – oggi potenzialmente più facile che mai, ma che ci stiamo colpevolmente auto censurando - l’opinione pubblica possa finalmente farsi una idea meno stereotipata delle giovanissime generazioni (altro che pinzillacchere come i “nativi digitali!”) e gli stessi nostri nostri figli e nipoti possano ricavare un po’ di autostima per quello che sono e non solo consumarsi dietro a modelli distruttivi di consumo e competizione a tutti i costi.

Qualcosa c’è, qualcosa si è tentato e non è riuscito, qualcos’altro magari da qualche parte funziona. Si tratta banalmente di usare la Rete per raccoglierlo, farlo più grande, funzionante, efficace, senza rassegnarci a un mondo di pagine web di scuole che sembrano l’esaltazione della burocrazia, di siti in rete tutti uguali fatti con lo stampino di pochi software rigidi e omologanti, di “tecnologia” che da una parte ci opprime con procedure sempre più cervellotiche e avvilenti a dall’altra ci offre comode app per ordinare una pizza!

Questo piccolo articolo non è un grido nel deserto, ma una esortazione alla cittadinanza attiva, che andremo a praticare anche in modo più diretto, incrociando post sui “social”, email, chiamate personali a questo e quello, tutto quanto si può mettere in campo per scuotere le persone e moltiplicare l’informazione, oltre il presente di paura e di scarico di responsabilità.

Perché si può fare, ne possiamo uscire migliori e anche, da subito, sentirci un po’ più forti e meno soli.