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mercoledì 27 febbraio 2019

We need works, examples, organization, now!

Maybe it is me the wrong one!
But I see on my side many good professionals who are making great things with kids across the years, in every part of the world: video and media education, theatre, art, environmental education, psychology, music and mathematics and coding and so on, with great respect for people and very good results, together. We show this in workshops, meetings and festivals, we publish it on books and web sites. An excellent work, indeed!
Then, on the other side, I see the rest of the world where kids – let’s talk only of them here - even when not affected by wars and hunger, live a life more and more stressful, suffer attention deficit and disorders, and bullying, spend most of their time playing not with other kids but with screens, and generally grow without hope in the future and the idea they can count nothing in society, unless they will be the ruthless winners of an endless competition.
What it has to do all my educational and artistic movement with the main social “trend”? Why so little of our work appears to influence it?

The current idea is probably that we are not strong enough to compete with the huge powers which rule the world, made even more powerful by technological development but, in this respect, something very curious is actually happening. The centralized, automatic, robotic “future” to which most people today think we are heading, it seemed actually very similar to the “future” humans imagined in the Sixties of last century. In the Eighties and Nineties, after the spread of personal computers, people with digital literacy thought we were rather going to a participated, shared world...

There is not a “trend”, but different visions of the world which, fighting, collaborating or perhaps finding forms of mediation, will give a direction to our future, and all of us are part in this. And technology does not lead humans to a definite destination, but it depends if we learn how to manage as active citizens or only consume it, if we mind our real needs and choices or only to the suggestions of marketing. If we get aware of our role of producers of information (billions of posts every day on social networks are something!) and of the potential huge power we can have in our hands if we move together.

What happens on that “side” of workshops, meetings and festivals where kids are protagonist are – we have to study and discuss much more about it, of course, than in a small article here, I’m doing it, I expect many others do – they are maybe little strong examples of a future not only possible, but probably more realistic and sustainable than that still based on the old ideas of centralism and competition. As we are dealing also with social big troubles, nations and ethnic groups, migrations, peace and war, climate changing and environmental crisis of the planet, as well as the physical and mental health of women, men and kids in their daily life, it is not only a matter of opinions, an optional topic.

Let’s use festivals and meetings, social networks, blogs and possible public dedicated digital platform to build a solid theory about this. Let’s make kids’ production and messages clearly visible to the whole society. Let's take back technology and use it with the conscience that really it can allow us to change the world, with another vision of the future that is not that of the of The Jetsons cartoons.
I am writing better soon about this, but above all there are more who take this task in charge and we are going to have a public shared space soon.
We do not have to do anything different or more from before, but simply to connect one another. Connection, expansion, openness to society with the awareness that we can provide important answers is what we have to work about now. I’m expecting here (not only on Facebook, please!) many comments from who agree with this.

giovedì 22 novembre 2018

La tecnologia e la nuova generazione di cittadini attivi, capitolo 1

< intro

All’alba della rivoluzione digitale: problemi e e speranze di un mondo globalizzato

Questo è il secondo di sette articoletti, il primo per l’introduzione e l’altro per i sei capitoli, in cui provo a sintetizzare il libro Technology and the New Generation of Active Citizens, che ho pubblicato a gennaio di quest’anno. A parte la piccola promozione personale, mi piacerebbe raccogliere qui qualche commento, critica, parere interlocutorio, anche se so che sarà difficile, perché i più preferiscono oggi, se mai, limitarsi a un “like” o a qualche parola sui social networks commerciali, ormai luoghi di incontro e di confronto preferiti, che tutto ingoiano e mescolano in un pastone indistinto: idee, esperienze, barzellette, notizie, sport, relazioni umane, cultura, politica. I personaggi pubblici affermano senza vergogna di non leggere i giornali e gli spazi come i blog, in cui ognuno può davvero pubblicare discorsi compiuti e non solo accenni o pillole di ragionamenti, tra una pubblicità e l’altra, vengono considerati obsoleti, come i dischi ottici e il pensiero libero, in un tempo in cui le app monouso rischiano di uccidono la rete e l’autonoma iniziativa delle persone.
Dunque, dopo il titolo del capitolo primo, qui in apertura, ecco il suo “abstract”.

«Le nostre società sono dipendenti dalla tecnologia, nel loro funzionamento profondo e nelle abitudini quotidiane delle persone comuni, che consumano avidamente app e dispositivi. Un’ideologia orientata dal mercato invecchia però le cose molto rapidamente e tende a far svanire la memoria del passato, anche recente, tanto che molti vivono come sospesi in un continuo presente, proiettati verso un futuro di fantasia, senza radici e prospettive. Anche il panorama di consumi a breve è un ostacolo ad affrontare come cittadini consapevoli e attivi i punti economici, sociali e politici di crisi, a livello locale e globale, con conseguenti disagi sociali, paura e insicurezza. Tornare agli anni in cui la storia è incominciata, osservare le diversità e analogie dal presente, può essere utile per capire meglio il nostro tempo, usare la tecnologia con più consapevolezza e forse scoprire nuovi o "vecchie" soluzioni ad alcuni problemi e vivere una vita migliore».

La storia comincia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso quando, a suoi albori, già emergono alcuni aspetti contraddittori della società dell’informazione. Herbert Marcuse, nel suo “L’uomo a una dimensione” anticipa il problema attuale del “pensiero unico” e Marshall McLuhan, con lo slogan “il medium è il messaggio”, ben descrive il popolo degli odierni adoratori di “devices”. Rispondono soprattutto i giovani, con una musica ribelle non a caso suonata e ascoltata ancora oggi, e poi con le lotte degli studenti. Ma anche altri movimenti cambiano profondamente la nostra cultura, le donne soprattutto, e perfino i bambini (chi si ricorda in Italia l’animazione teatrale, per un decennio all’avanguardia nel mondo?) suggeriscono nuovi punti di vista e nuovi possibili valori. Gli insegnamenti dei grandi educatori e anche certe pratiche di base possono essere forse importanti non solo per la scuola, ma per l’insieme della società, anche se in quei tempi ancora sono limitati gli strumenti tecnologici alternativi ai grandi mezzi di comunicazione di massa.

Paolo Beneventi

> Capitolo 2

lunedì 12 novembre 2018

La tecnologia e la nuova generazione di cittadini attivi, Intro

Era gennaio quando è uscito questo mio libro, edito dalla IGI Global di Hershey, Pennsylvania, la città della cioccolata, che pubblica soprattutto per l’ambito accademico internazionale opere di prestigio ma, ahimè, molto care, sia nell’edizione stampata che in quella elettronica.
Non è stato facile scrivere Technology and the New Generation of Active Citizens direttamente in inglese (lingua che in realtà non parlo così bene) e seguendo certi schemi a cui, non essendo io certo un accademico, sono ben poco abituato. Ma serve! Serve avere dei criteri non tuoi con cui fare i conti; serve misurare il proprio pensiero con punti di vista in partenza anche molto diversi; serve, anche a una certa età – perché ormai io ho una certa età – accettare nuove sfide e di nuovo rimettersi in discussione.
Serve in un mondo sempre più stereotipato, impermeabile e violento, dominato dalla paura, dall’arroganza, dal senso di impotenza dei più, che invece del dialogo e della condivisione possibili come non mai, tecnicamente parlando, nel tempo presente, scelgono le contrapposizioni frontali, gli insulti sistematici a chi non è uguale, i muri e gli uomini forti, come tanti secoli fa! Serve, oltre la corrente di schieramenti precostituiti e ideologie piene di niente che si urlano addosso e non si ascoltano, che stanno corrompendo la politica, la cultura, la vita delle persone reali in tante parti del mondo. Per fortuna, lavorando spesso con i bambini, so che questo presente per tanti versi orribile non è affatto un futuro necessario, ma intanto espone a rischi enormi l’equilibrio naturale del pianeta, la democrazia, la pace.

Qui vado a sintetizzare, in una serie di piccoli articoli, l’introduzione e i sei capitoli in cui si divide il libro, augurandomi che la cosa possa risultare interessante per qualcuno.
Così inizia il libro: (Contents, preface and samples in English are readable on line)

«La società dell'informazione è dove viviamo, dove gli umani imparano il mondo da parole e immagini, fiumi di parole e immagini, sempre di più, che scorrono a livello globale, attraverso i gruppi e le nazioni. I dispositivi tecnologici sono ovunque e, anche se rendono la vita più semplice e più facile da molti punti di vista, le persone hanno generalmente l'idea che non possiamo controllarli e l'unico via possibile sia adattarsi al cambiamento».

Io lavoro da tanti anni su educazione e comunicazione, sul campo, con persone vere, soprattutto bambini. Mi baso su esempi reali per rivolgermi anche all’opinione pubblica in generale, che conosce troppe cose per sentito dire, attraverso slogan e stereotipi, e al mondo della produzione, che invece di rendere disponibile – come pure da decenni si dice – tecnologia “on demand” per cittadini attivi, sta preferendo la solita scorciatoia del consumo di massa di aggeggi di fatto standardizzati e tutti uguali, a meno che uno non faccia parte di quella ristretta élite che sa, contrapposta alla enorme massa indistinta di Homo sapiens consumator.
Mai come oggi abbiamo avuto a disposizione strumenti potentissimi, alla portata di tutti, di possibile partecipazione e democrazia. «Abbiamo l’hardware e il software (…) non ancora gli uomini e le donne preparati per usarli».


Paolo Beneventi

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