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giovedì 20 agosto 2026

Quando i Bambini ci insegnano il Futuro

 Sto realizzando in una serie di 10 video di 15 minuti l'uno, dal titolo "Bambini Oggi, Educare nel terzo Millennio". Li rendo disponibili su YouTube come un "corso" gratuito, eventualmente introduttivo ad altri corsi più approfonditi, a distanza o in presenza, rivolti soprattutto a al mondo della scuola, se qualcuno li dovesse trovare interessanti.

Sto ricostruendo una storia, un progetto educativo e culturale che si è sviluppato in modo coerente e con risultati che ne hanno confermato la validità, attraverso i decenni, le aree disciplinari, i linguaggi e gli strumenti, di cui i protagonisti assoluti sono i bambini. E così recupero cose antiche, prendo, raduno, classifico, cerco di rendere il senso di esperienze vive e reali in cui, più dello studio, dei libri, della Rete, delle certificazioni, valgono proprio le risposte sul campo dei bambini: migliaia, che in diverse occasioni e paesi del mondo, a certe proposte praticamente sempre hanno risposto con un entusiasmo, impegno, gioco e lavoro, e idee e prodotti che, rispetto a tanti problemi del mondo di oggi, se uno li osserva con un minimo di attenzione e senza pregiudizi, gli viene da esclamare, con un grande sospiro di sollievo: ma allora, si può! 

Recupero non è nostalgia, anzi, è una di quelle cose che impongono svolte importanti oggi, dal punto di vista della professione e del pensiero. Personalmente, alla mia veneranda età, sto cambiando e correggendo quello che faccio e quello che sono, non per adeguarmi all'ennesimo fatuo spot di un sempre più evanescente mercato spacciato per "tecnologia", ma perché così richiede di svilupparsi la mia storia. Socialmente, applicato su larga scala, un atteggiamento analogo costituirebbe probabilmente una ricetta vincente per il futuro.

Cioè, vedere e considerare man mano, o anche distanza di tempo, quello che abbiamo fatto, pensato, prodotto, estrarre le cose che ci hanno dato idee, speranze, e farne cultura, invece che limitarsi per lo più descrivere, come succede da decenni oramai, quello che potremmo fare utilizzando certi mezzi hardware e software che quando finalmente abbiamo imparato a usarli, già non serve più perché ci sono già altri mezzi nuovi da descrivere e imparare - il mercato non si ferma, non ci aspetta! - e ogni volta dobbiamo ricominciare da capo, come se nel tempo non avessimo costruito niente!

Non a caso sui "social" sempre più dal niente ripartiamo, e sempre più nella vita e nella politica è un confronto sterile di opinioni astratte, campate per aria, lontane dalla vita che viviamo, prese da narrazioni altrui, su cui ci schieriamo con sempre maggiore aggressività, e che poi formano, queste aggregazioni di nulla, la confusione assoluta in cui stanno morendo le nostre società. Oltre l'abbondanza e potenza di mezzi a disposizione di ognuno di noi, che ci potrebbero trasformare tutti in dei capaci di controllare ogni attimo del nostro futuro, l'individualismo esasperato, il consumismo, la competizione, il narcisismo arrogante e saccente ci stanno rendendo sempre più incapaci di vedere, capire, comunicare. Stiamo vivendo un orizzonte desolato da cui rischia di essere bandita la speranza e, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini vive inquietudine, isolamento, impotenza, sul pianeta pochi potenti ignoranti e arroganti come non mai, tessono indisturbati e impuniti le loro trame di violenza, odio e guerra.

 Personalmente, mi rendo conto della gravità di un errore ricorrente. Quello di pensare che avendo per esempio fatto schede e relazioni della nostra bella esperienza, basti segnalare, mettere a disposizione, indirizzare altri a quel materiale, perché la comunicazione si realizzi. Come se l’oggetto potesse quasi da solo trasmettere l’esperienza, come se gli altri fossero in grado, da una documentazione, anche ben fatta come un libro o un video, di trarre le stesse emozioni, suggestioni, conclusioni scientifiche di chi quella documentazione ha prodotto. Errore! Il più delle volte gli altri si fermeranno ai titoli, e tutta quella miniera resterà materiale inutilizzato, in un contesto in cui anche i migliori sono assuefatti alla fretta e alla velocità,

Anch’io mi rendo conto per esempio, che in un corso recente con insegnanti, in cui ho mostravo esempi di prodotti stampati, video, siti web, ero andato un po’ a memoria, avevo ripreso cose che mi ricordavo essere importanti, ma non avevo svolto su quel materiale lavoro preliminare di revisione approfondita che mi avrebbe permesso, quelle stesse cose, di proporle con tutta un’altra efficacia e profondità. Come quando ritrovo adesso, e però rivedo con la dovuta attenzione per esempio quei disegni incredibili dei bambini della scuola dell’infanzia, quella volta che avevano osservato gli uccelli in giardino e mi avevano spiegato, con grande efficacia che, quando atterra, il merlo allarga le ali, ma anche la coda!

Mi sto muovendo tra gli scaffali in casa, le macchine nuove e antiche, i dischi rigidi, i CD ROM e i DVD, i supporti video e audio digitali e analogici, la Rete. E sono stato in questi giorni un sacco di tempo a fare fotocopie.

Alla mia età e con la mia storia professionale, questo delle fotocopie è un lavoro per cui magari dovrei avere una segretaria, o uno studente, che lo fa. E mi viene anche da chiedermi anche, visto la carenza clamorosa di versioni digitalizzate di materiale che avevo lì da tanti anni, perché mai non l'ho fatto prima, quando tante volte mi annoiavo o giravo in tondo. L'idea interiorizzata mio malgrado di efficienza mi fa istintivamente rimpiangere il tanto tempo che ho perso. Più o meno come quello che ho passato sul divano anche in questi ultimi due mesi, con il ventilatore a palla, complice il caldo, a dormire di giorno perché era più facile che di notte.

E invece mi accorgo che da questa "noia" dell'acquisire adesso e rinominare la pagine a una a una, insieme con la musica assolutamente casuale che intanto lascio andare, dalla collezione di pezzi rock, pop, classici pure acquisiti in passato e salvati nelle cartelle di musica del PC, man mano che il lavoro procede in un tempo forzatamente lento e senza fretta, emergono memorie, e pezzi di esperienza sparsi si ricompongono, ma non come in un puzzle di cui già si conosce la figura finale. Sarà una composizione del tutto nuova e diversa, che già dal primo incontro casuale dei vari pezzi si illumina e svela punti di vista inediti e inaspettati. La realtà si sta ricostruendo in altri modi, con nuove suggestioni, qui, adesso, come in un altro momento non sarebbe successo: intuizioni, idee, collegamenti con i problemi, i dubbi, le delusioni, le speranze e i progetti proprio di questo presente, o dell'immediato possibile futuro.

Perché poi, se vai oltre l'intuizione che risveglia una curiosità intrigante, ti rendi conto che sono proprio i momenti così che risvegliano la capacità di sentirsi vivi, attivi, in grado forse di procedere oltre, a partire da una storia che mentre la ritrovi ti restituisce le radici su cui far cresce il nuovo albero della conoscenza, e del fare.

 Bello, perché è proprio come nelle esperienze di animazione con i bambini - quelle che sto cercando di rendere nei video e negli altri articoli che sto scrivendo intorno - quando sono contenti di una bellezza che sentono crescere dentro di sé, mentre in cooperazione con gli altri ottengono soddisfazioni che mai potrebbero essere date dalla competizione.

E proprio qui sta il problema principale, la difficoltà ricorrente, data un'esperienza anche ricca e ben documentata, di condividerla con altri disposti a fare altrettanto con una parte almeno della loro esperienza. Non è evidentemente un problema solo tecnico, ma già trovare un modo semplice ed efficace per connettere in rete gli elementi significativi delle rispettive esperienze e combinarli insieme per produrre qualcosa che vada oltre, è una cosa tanto facile da dirsi quanto estremamente difficile da realizzare in pratica. Ci si prova poco e di solito, più che cercare soluzioni, ci si affida pigramente alle piattaforme commerciali di condivisione esistenti, che ovviamente sono state fatte con altri scopi, e dopo qualche timido tentativo si conclude che è impossibile, e ognuno ritorna a barcamenarsi per conto suo.

In realtà, più che una magica app che ci risolva i problemi come per magia, o miracolosi prompt che attivino per noi l'intelligenza artificiale, dovremmo prima cercare seriamente all’interno del gruppo, in un confronto serio e approfondito, le motivazioni che muovono ognuno noi e stabilire presto obiettivi magari inizialmente limitati, ma raggiungibili, per incominciare a porre a chi partecipa e perché no al mondo intero per esempio la domanda:

Davvero è possibile dall'esperienza con i bambini ricavare insegnamenti utili a risolvere certe difficoltà che affliggono oggi le società umane, per esempio trovare un modo sereno e non problematico di interfacciarsi con la tecnologia, come strumento per espandere le nostre vite, in collaborazione e non in competizione tra gli umani?

Da quello che ho visto, sperimentato e sentito in tutti questi anni e da ciò che mi torna mentre dal passato recupero materiale digitalizzato, ricordi e associazioni di idee, per quanto mi riguarda la risposta è certamente sì. Serve però un lavoro ben fatto, con emozione, curiosità, speranza, rigore scientifico.

Già in passato questa intuizione ha attraversato il pensiero e la cultura. A memoria viene in mente Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, che non a caso esce nel 1968, ma l’affermazione più importante di questa verità oggi più attuale che mai la conosciamo tutti, ed è addirittura alla base della cultura cristiana, nel Vangelo: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Ovviamente, non bisogna idealizzare l’infanzia e, se dire che il mondo governato dai bambini sarebbe migliore è una bella suggestione, così come se fosse governato dalle donne, dopo tanti secoli di patriarcato, è importante sapere che non è affatto automaticamente vero, perché i bambini poi, come le donne, prendono esempio dai modelli e comportamenti esistenti dominanti, adulti e maschili. Anche tra i bambini poi esistono paura, prepotenza, aggressività, e come unico splendido esempio possiamo citare Il Signore dello Mosche, Il romanzo originale di William Golding del 1954, lo splendido film di Peter Brook del 1963, la replica del 1990 e la mini serie televisiva che è uscita proprio quest’anno, 2026.

Se si parla di una possibile redenzione dell’umanità, il discorso va riferito a bambini, donne, uomini liberati almeno in parte dalle innumerevoli limitazioni che hanno sempre reso la nostra storia così difficile e travagliata. E ovviamente dobbiamo tenere presente che, oltre le nostre aspirazioni e il nostro impegno, si tratterà comunque di una libertà sempre parziale, irta di contraddizioni, tra natura e cultura. Serve comunque darsi da fare, a partire dalle condizioni del mondo in cui viviamo, per provare a renderlo migliore.

Oggi, un dato radicalmente nuovo è che siamo in presenza, solo da pochi decenni, di una tecnologia che per la prima volta nella storia mette a disposizione in maniera potenzialmente del tutto democratica gli stessi mezzi per fare l’informazione, in una società basata sull’informazione, nelle mani di qualsiasi cittadino del pianeta terra, compresi i bambini. L'immediatezza e facilità d’uso di base permettono di rompere le gerarchie tradizionali tra chi trasmette la conoscenza e chi soltanto la può ricevere, tra chi produce e chi soltanto consuma. Dall’osservazione e corretta comunicazione della cultura che i bambini sono in grado oggi di produrre, anche questo aspetto, il più difficile da comprendere, perché rappresenta una autentica rivoluzione rispetto a una tradizione millenaria, può emergere con evidenza, consentendo l’avvio del necessario salto culturale a una umanità che oggi complessivamente sta consumando in modo capillare la tecnologia del 2020 con lo stesso atteggiamento e conoscenza dei primi anni 1970. Che è probabilmente il problema alla base di tanti altri, su questo tormentato pianeta.

Oggi stiamo delegando all'intelligenza artificiale la messa in ordine del sapere mondiale (cioè di quella parte che da libri, giornali, archivi di immagini, ma anche conversazioni sui social network, è stato e viene travasato negli archivi digitali), e molti credono che rimescolato e rielaborato più o meno automaticamente ci possa dare la risposta a ogni domanda. Ma l'intelligenza artificiale non è in grado per esempio di scegliere da sola se nutrirsi di informazioni scientifiche ufficiali, piuttosto che di divagazioni di no vax, osservatori di scie chimiche, terrapiattisti; non può distinguere tra onnivori e vegani, né valutare la veridicità di informazioni false che, nel momento in cui si moltiplicano e vengono condivise in modo acritico attraverso la rete globale, potrebbero a un certo punto apparire come vere.

Di fatto l'informazione di massa, da quanto si è diffusa l'intelligenza artificiale, non solo non sta migliorando, ma si sta uniformando in gran parte ai livelli più bassi di ignoranza e pressapochismo, quando non di settarismo spinto, razzismo, e conflittualità senza precedenti a tutti i livelli, che dagli ambienti virtuali della rete si riversano sempre più anche nella vita quotidiana, nelle strade e nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella case della gente.

L'intelligenza artificiale non pensa, non immagina, non desidera, e non sente il peso e l'emozione della vita, che è ciò che fino a qui ha mosso la storia dell'umanità, e senza una supervisione umana seria e rigorosa in realtà può anche funzionare benissimo per un po', ma a un certo punto commetterà senz'altro errori che da sola non sarà in grado di correggere.

L'urgenza del presente non è quindi solo attrezzarsi per poter lavorare sempre meglio insieme con le macchine - il che ovviamente va fatto - ma in parallelo sviluppare al più presto, anche con l'aiuto delle macchine, la capacità degli umani - tutti gli umani, non solo gli specialisti, ognuno al suo livello, come livello minimo di alfabetizzazione - di documentare e riorganizzare la nostra personale esperienza, le memorie e documenti di cui conosciamo origine e modalità di produzione, in modo da stabilire blocchi di sapere e conoscenza pensati e sviluppati insieme, tra donne, uomini, bambini, e funzionali al nuovo, al futuro che intendiamo costruire, verso obiettivi precisi stabiliti non dal mercato o da fantomatici algoritmi, ma dai bisogni, dai desideri, dalle intenzioni delle persone e delle comunità. Anche perché in questo modo banalmente, se anche gran parte del mondo in cui viviamo sarà comunque poi affidato si sistemi artificiali, almeno sapremo come le cose più o meno funzionano e potremo inserirci nel gioco con un minimo di consapevolezza e autostima.

La tecnologia è per l'uomo, e non viceversa, e molti dei problemi che oggi ci assillano e ci sembrano insormontabili, probabilmente potrebbero essere risolti.

Non lo sapremo mai, se non ci proviamo, e i bambini ci insegnano che tutto questo è assolutamente possibile, da subito.


sabato 20 luglio 2019

La comunicazione nel tempo in cui la gente non crede ai propri occhi!

Forse ho capito dove sbaglio!
Da anni, faccio vedere video in cui bambini, senza alcuna preparazione preliminare, o “fanno la regia” di riprese naturalistiche di discreto livello, per esempio degli insetti nel cortile della scuola, oppure in prima persona, dietro la macchina da presa (video o fotocamera, telefonino), realizzano riprese qualitativamente ineccepibili, tutt’altro da quelle cose penose a cui molti, anche nella scuola, si rassegnano come se fosse un destino ineluttabile, per tutti noi che non siamo “professionisti”!
Cioè, come dire: lo vedete che, anche senza aver fatto nessun corso di cinema o televisione, solo seguendo tre regole semplicissime, chiunque può da subito realizzare riprese video perfette? Che poi qualcuno ovviamente dovrebbe montare per benino - il video è comunque per sua “natura” una produzione a diversi livelli, collettiva, che richiede di mettere partecipazione e abilità diverse! - ma tutti dovrebbero vederlo, perché l’esempio è lì, chiaro, evidente. E infatti quando propongo questi video ai bambini nei miei laboratori, poi non c’è quasi bisogno di ulteriori spiegazioni, e si mettono a lavorare in modo corretto…
Laboratorio "I film in tasca", biblioteca di Calenzano, Luglio Bambino 2019

Gli insegnanti e gli adulti invece no, generalmente non vedono! Se non gli spieghi per bene tutta la faccenda, non gli dici o scrivi a parole. Guardano i video, ma spesso non capiscono, non colgono. E d’altra parte viviamo in un con contesto in cui, nello splendore del 4K, è normale che le persone non si rendano nemmeno conto per esempio quanto stanno vedendo immagini nel formato sbagliato. Cioè: ci appaiono normali giocatori di basket bassi e tracagnotti, auto che sembrano schiacciatine, oppure persone filiformi come gli alieni di Incontri Ravvicinati. È normale, nel tripudio di “tecnologia” in cui viviamo immersi, non credere più ai propri occhi, perché quello che facciamo evidentemente non è guardare immagini di alta qualità (per cui, se la trasmissione per qualche ragione è sbagliata, si cerca magari se c’è un pulsantino che quella qualità permette di ripristinare), ma è piuttosto consumare l’oggetto tecnologico, secondo modalità che – con buona pace di chi crede che il mondo stia velocissimamente “cambiando” - sono state ben descritte già negli anni Sessanta del secolo scorso: il medium è il messaggio!

Forse è per questo che, con tutte le cose eccellenti, gli esempi di buone pratiche, i tutorial, le macchine e il software potentissimi che abbiamo in mano, il livello medio della comunicazione nella scuola e nella società non progredisce (non mirabilia multimediali o realtà virtuali dettano le sorti del mondo, ma brevi testi rozzi e sgrammaticati pubblicati su facebook e twitter!), e nei decenni siamo sempre meno capaci di organizzare in modo autonomo le nostra produzioni. Per ricordarci che cosa potremmo fare con la “tecnologia”, occorre che venga di moda sui “social” una app che ti invecchia o ringiovanisce la faccia!
Laboratorio "I film in tasca", biblioteca di Calenzano, Luglio Bambino 2019

Come mai questi esempi di bambini che lavorano benissimo, collaborano, apprendono, producono, senza traccia deficit d’attenzione o bullismo, non attirano più di tanto l’attenzione dell’insegnante medio, lo stesso che è invece assiduo ai corsi, ai webinar, ai tutorial sulle tecnologie didattiche? Perché così pochi intervengono, commentano, lasciano le loro considerazioni sul blog (dove magari, insieme con l’articolo, rimangono, mentre sui social network tutto si perde in un marasma indistinto)? Non è che non ti hanno visto, perché poi basta pubblicare un piccolo post che ironizza su certi strumenti meravigliosi on line, che i soliti tre colossi del web offrono “gratis” e noi li facciamo sempre più ricchi e potenti, che subito ti arrivano risposte piccate e quasi offese!
Proverò a pubblicare adesso i nuovi video con dovizia di scritte esplicative, secondo la migliore tradizione dei documentari divulgativi in cui, quando si vede per esempio una fontana, ci deve essere anche una voce fuori campo che con dizione impeccabile dice: “Questa è una fontana!”
E ancora aspetto ingenuamente che qualcuno mi risponda qui nel blog, magari dicendomi che quello che faccio è inutile, che sto sbagliando tutto. Però, come già sottolineavo in un mio breve scritto sul Museo Virtuale dei Piccoli Animali, la certezza epistemologica di un approccio educativo non mi viene da dotte citazioni, dal plauso dei colleghi, o dal seguire le mode, ma dalle risposte, regolari, ricorrenti, entusiaste, colte sul momento e perciò sincere, di bambini e ragazzi, e ampiamente documentate negli anni in audio e video: le loro voci, espressioni, atteggiamenti, che magari sono più vicine alla realtà di certi numerini e grafici su anonime tabelle, con cui ancora, nell’era “digitale” tanti pretendono di capire, spiegare, incasellare le cose degli umani.

martedì 8 gennaio 2019

Tecnologia, Educazione, Azione (di descrizioni si muore)

Continuo la riflessione collettiva a cui ho invitato qualche giorno fa (i cui temi in realtà sto trattando ripetutamente, in questo blog come in altri spazi web, così come nel mio libro americano, di cui sempre qui sto pubblicando una sintesi). L’intento è arrivare a una visione sempre più puntuale e incisiva, non solo di descrizione, ma di azione sulla realtà, convinto che, nell’era dell’informazione diffusa e globalizzata, di sole descrizioni si muore, soprattutto quando si avvitano all’infinito su luoghi comuni, o su argomentazioni di cortissimo respiro, nel tempo, nello spazio, nell’orizzonte culturale.
Leggo in questi giorni, per esempio, che il gelo e la neve al sud Italia sarebbero una buona notizia rispetto al riscaldamento globale terrestre; oppure che l’episodio di un vicesindaco che butta nel cassonetto le coperte di un senza tetto ci mostrano il tipo di “futuro” inumano verso cui stiamo (inevitabilmente) andando. Prego? Basta un po’ di inverno per azzerare cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo da decenni? E le idee politiche che raccolgono consensi in questi mesi, perché altre nei mesi scorsi hanno fallito, non potrebbero a loro volta fallire nel giro di pochi mesi e perdere consenso?

Pyrgos (Grecia), lab in scuola primaria, 4 dicembre 2018
Orfani ormai da decenni di una visione complessiva in cui inquadrare i fenomeni a cui assistiamo (anche i marxisti, quelli che una volta erano “scientifici”, e poi si domandano perché si stanno estinguendo!), malati irrimediabilmente di presentismo, ormai da ogni singolo episodio ognuno di noi si sente a autorizzato a delineare prospettive generali, che nemmeno gli vengono più confutate, perché tanto ormai nessuno entra nel merito delle discussioni. Se si è schierati con una parte, quella ha sempre ragione a prescindere, e se non si è schierati, sono comunque gli altri che ti schierano: non hai detto cose giuste o sbagliate, ma sei un grillino, un leghista, uno del PD, un tecno maniaco, un tecnofobo!

E se invece di parlare in coro di “cultura digitale” - facendo finta che significhi davvero qualcosa e che su quel qualcosa siamo tutti d’accordo - riprovassimo a dialogare un po’ di più per esempio utilizzando le lingue degli umani, che hanno parole, sintassi, sistemi operativi collaudati e aggiornati nel corso dei millenni, in grado di costruire e produrre pensiero, conoscenza, cultura?

Propongo quindi due “titoli”, poco più che affermazioni, basate però sui fatti e sull’esperienza, a sollecitare un punto di vista sulla realtà che al titolo e all’affermazione non si fermi - che orrore, che assurdità, che effetti nefasti sul mondo, la politica a colpi di tweet! - ma che da una certa perentorietà e forza dei titoli tragga l’energia per una discussione emotivamente forte, oltre che culturalmente seria. Se qualcuno vuole contestarmi o correggermi, è benvenuto, a patto che pure si basi sui fatti e sull’esperienza. Cercheremo di contestualizzare i rispettivi punti di vista e di capire, andare oltre insieme.

1. I grossi problemi sociali del tempo odierno non sono dovuti allo sviluppo della tecnologia, ma alla costrizione di questo stesso sviluppo all’interno dei modelli culturali, produttivi, di consumo e finanziari precedenti, obsoleti e anacronistici (una volta si diceva: contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione). Al mercato conviene confermare presso la massa dei consumatoti un modello di “futuro” stile i cartoni animati dei Pronipoti (anni Sessanta del secolo scorso), che nell’immediato fa vendere molte più merci (permane la preminenza dell’hardware sul software, con una netta distinzione tra produttori e consumatori, come negli anni Sessanta), mentre, in un mondo che ci raccontiamo in tumultuoso cambiamento, l’umanità digitale innalza muri contro l’invasione delle popolazioni straniere, come al tempo del Vallo di Adriano o della Muraglia Cinese!
Non è detto poi che tra la mancata educazione all’uso dei mezzi che hanno invaso la nostra vita e le ondate di terrorismo, guerre, odio razziale e fascismo che stanno percorrendo il mondo ci sia una correlazione diretta, ma certo riempire la vita di uomini e donne di strumenti potentissimi (che nessuno però aiuta a capire) e allo stesso tempo farli sentire sempre più impotenti rispetto al proprio lavoro, futuro, sicurezza, non migliora l’equilibro personale dei singoli, né la partecipazione serena e responsabile dei cittadini alla vita pubblica.

2. Tra le giovani generazioni di oggi e quelle dei decenni passati, non ci sono sostanziali differenze. Cioè, messi in situazioni simili, i bambini e i ragazzi reagiscono più o meno allo stesso modo. Lo affermo con sicurezza dopo 40 anni di esperienza e ho documenti audio e video che ampiamente lo confermano. Se per esempio gli si propone di giocare con i burattini, le reazioni sono le stesse, così come lo stesso effetto fa il gioco della “TV specchio”, per non parlare della maturità, competenza e proprietà di osservazione e di pensiero che dimostrano, sempre, secondo modalità molto simili, ogni volta che li chiama in causa come attori attivi e consapevoli, che di tratti di fare teatro, inventare storie, osservare gli insetti, usare ogni sorta di tecnologia all’interno di un progetto: niente bullismo, crisi d’attenzione, anzi! Non pretendo di avere io in tasca la verità, contro tutto il mondo che dice il contrario, ma semplicemente faccio presente che i bambini e i ragazzi che conosco nelle mie attività non corrispondono affatto a certe descrizioni che oggi vanno per la maggiore, di “nativi digitali” e via dicendo. Ma probabilmente sono io che vivo in un universo parallelo!

lunedì 29 agosto 2016

Bambini e Video

Ho steso questa piccola sintesi, premessa ad una serie di attività che si si stanno andando a definire. Tocca un aspetto dell'educazione che - ditemelo se sbaglio - di questi tempi a me sembra colpevolmente sottovalutato.

La nostra è la società dell'immagine e viviamo in tempi in cui tutti - non solo i professionisti, ma anche i bambini - producono una grande quantità di immagini, avendo a disposizione strumenti potenti ed economici.
Brescia, II classe primaria, 2001
Di regola però nessuno educa nessuno alla produzione di immagini, e i risultati si vedono. La qualità media delle fotografie e dei video pubblicate in rete è molto bassa, la spazzatura (immagini che dopo averle prodotte in abbondanza i loro autori non solo non selezionano ed elaborano, ma nemmeno guardano) sta rendendo il cloud una discarica virtuale planetaria, l'apprendimento del linguaggio principale parlato dall'intero pianeta è lasciato al caso e, al momento buono, quando occorre capire qualcosa del mondo o informarsi per votare alle elezioni o a un referendum, la stragrande maggioranza dei cittadini consumatori di fatto crede ancora alla televisione.

I bambini non sono affatto immuni dalle suggestioni consumistiche e omologanti del mercato, ma per istinto hanno la capacità di giocare. Messi nelle condizioni di farlo, potendo contare sul gruppo dei pari e sull'attenzione degli adulti, sono facilmente in grado di usare le macchine e il software per produrre immagini in modo non convenzionale, come estensioni dei propri sensi e del pensiero, per conoscere meglio la realtà e per esprimere il loro punto di vista, in modi anche originali e inaspettati.
L'osservazione dei piccoli animali nel cortile della scuola, le invenzioni durante le attività di animazione teatrale, il gioco con gli “effetti speciali” incorporati nei mezzi, possono offrire esempi audiovisivi di grande rilevanza, che indicano come alla sovrabbondanza, alla ridondanza e al rumore che mettono in difficoltà la maggioranza dei cittadini della società dell'informazione non solo esistono alternative, ma sono immediatamente praticabili, come le sanno praticare i bambini anche molto piccoli.
Ovviamente, non ci riferiamo alle banalità, agli stereotipi, alle favole del “digitale”, ma a quello che fanno i bambini veri in situazioni vere, su cui l'uso appropriato e intelligente proprio dei mezzi audiovisivi può produrre una informazione adeguata, oltre le chiacchiere paralizzanti che - parole e sempre solo a parole - stanno bruciando per sempre gran parte delle opportunità che pure lo sviluppo della tecnologia offrirebbe ai cittadini del pianeta.


giovedì 18 agosto 2016

Burkini, referendum, olimpiadi e... l'erotica dell'insegnamento!

Mi viene in mente ora: l'altro giorno mi sono ritrovato su una spiaggia, l'unico con i pantaloni lunghi! Si può? Per fortuna ero a Moniga del Garda e non a Cannes, dove i francesi ne facessero una giusta almeno una volta, che in nome della “laicità” adesso stabiliscono come la gente deve vestire! (dato che l'oppressione delle donne notoriamente si consuma sulle spiagge attraverso i costumi coprenti. E se qualcuna non sopporta il sole?)
Burkini vietato negli hotel del Marocco (paese musulmano) già nel 2014!
Perché l'argomento principale di cui si parla di questi giorni di ozioso agosto sembra essere il burkini! Ma non eravamo un mondo in crisi, addirittura in guerra, non ci sono argomenti più seri su cui dibattere e polemizzare? Per esempio, qui da noi in Italia il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, che non è solo questione di guardare le facce di quelli che votano nell'altro modo (ma Grillo, il sole ti ha dato alla testa, e da che parte stai? Devo figurarmi, nel segreto dell'urna, i sorrisi di Renzi e della Boschi, o i ghigni di Brunetta e di Salvini? Aiuto, non c'è scampo!)
Sto guardando alle Olimpiadi il nuoto sincronizzato, dove le atlete egiziane, presumibilmente islamiche, indossano un costume da bagno normale, mostrano le gambe. Davvero in questo mondo non ci si capisce più niente!

Però mi sto ritrovando tantissimo in questi giorni nel libro L'ora di Lezione, per un'erotica dell'insegnamento, di Massimo Recalcati. Per chi non lo conoscesse, lo trovo semplicemente illuminante, soprattutto dopo l'inflazione di sciocchezze ascoltate in questi anni sulla scuola “digitale” e delle “competenze”! A parte la sottolineatura del tratto distintivo di quello che è il protagonista oggi di scuola e società, cioè Narciso, che per sua natura è “sconnesso” (e allora si capisce anche come nonostante il 4G facciamo così fatica comunicare!), mi piace particolarmente come l'autore insiste sul nocciolo della questione: «È solo l'amore – l'eros – col quale l'insegnante investe il sapere a rendere quel sapere degno di interesse per i suoi allievi, a renderlo un oggetto capace di causare il desiderio».
Penso allora ai bambini che conosco quando, oltre tutte le crisi della scuola e del mondo, imparano, conoscono e sempre producono una straordinaria cultura mossi dalla curiosità, dal piacere, dal desiderio. Come scriveva il Poeta, alla fine di tutto: «L'amor che move il sole e l'altre stelle».

Alle olimpiadi ci sono adesso le BMX. A dir la verità, sembra un po' Giochi senza Frontiere, ma gli atleti indossano una tuta che assomiglia al burkini!

mercoledì 1 giugno 2016

Alfabetizzazione video

Ci sto personalmente lavorando molto in questo periodo.
Un volta depurato il nostro pensiero dall'onnipresente ideologia del “digitale”, che nessuno in realtà sa che cosa sia (spesso solo marketing o nuova e più ottusa burocrazia, perché si può dare la colpa alle “macchine”!) l'alfabetizzazione video è probabilmente la vera base oggi di una possibile cittadinanza attiva.
Il video è la lingua universale che ha uniformato globalmente tutto il pianeta come televisione e  tutti la capiscono. Dal punto di vista del consumo , ha trovato negli ultimi tempi una diffusione ancora più capillare attraverso i dispositivi mobili, che soprattutto vengono utilizzati come riproduttori di audiovisivi. Ma già da alcuni decenni, grazie a strumenti tecnologici sempre più facili, economici e potenti, è un linguaggio che consente anche a tutti di produrre, e oggi di diffondere globalmente quello che produciamo, attraverso la rete e i social network.
Videocamera Full VHS, 1987
Curiosamente, è una lingua che però non si studia a scuola, che pochi davvero parlano, e pochissimi scrivono!

Si è scritto moltissimo in tutti questi anni sugli effetti che la televisione ha sui bambini, quasi sempre in termini di tempi di permanenza davanti allo schermo e di contenuti, il più delle volte sottovalutando lo specifico della comunicazione audiovisiva e basandosi sulle modalità standard di consumo come se fossero le uniche possibili. Quanto all'uso attivo di videocamere, fotocamere, telefonini, o ti spiegano le questioni “tecniche” come se con quegli aggeggi tutti sapessero già esattamente che cosa farci, oppure, più o meno come 50 anni fa, ti insegnano come si fa un film! (e se un film uno non lo vuole fare? Tanto vale che resti analfabeta!)
In definitiva, il linguaggio video, quello con cui universalmente si comunica su tutto il pianeta, ognuno se le impara per conto proprio, tra condizionamenti commerciali e stereotipi, in balia del caso e del mercato.

Videocamera con scheda SDXC, 2013
Lavorando con i bambini e proponendo, con gli strumenti per fare il video, semplicemente di giocarci, così come giocano con un pallone o con le bambole, si scoprono utilizzi non convenzionali che si legano direttamente all'esperienza di vita delle persone, senza necessariamente passare dal cinema e dalla TV tradizionali, né essere vissuti come una cosa fine a se stessa che non può andare oltre l'album dei ricordi o lo scherzo in rete.
Lavorando con i bambini e imparando da loro, si capisce anche che, più che corsi in cui apprendere il linguaggio video in modo scolastico, servono luoghi e occasioni, reali o virtuali, in cui utilizzarlo in modo “naturale”, condividere le nostre comunicazioni video per correggersi e migliorare, crescere nella consapevolezza della cultura che produciamo.
Così, come gli esseri umani imparano a parlare una lingua naturale prima di studiare la grammatica, lo stesso può essere oggi, grazie alla tecnologia di cui disponiamo, anche per il linguaggio video. Ma così come il gioco spontaneo dei bambini, in un contesto sociale artificioso come quello in cui viviamo, a volte va “liberato” perché possa davvero esprimersi, per esempio attraverso l'animazione teatrale, allo stesso modo vanno garantite le condizioni perché incontro tra gli umani e il linguaggio video possa avvenire oltre le abitudini e i facili stereotipi. E l'esperienza può essere sorprendente.
Videocamera DV, 2006
Nel nostro faticoso tentativo di costruire un gruppo di lavoro, presto un'associazione vera e propria, attraverso il progetto internazionale Terra Insieme, il Museo Virtuale dei Piccoli Animali nasce per esempio dall'esplorazione del giardino delle scuole con l'aiuto della fotografia e del video; Lo sguardo dei bambini del mondo sarà un “festival video” diverso; il “corso video” che proponiamo vorrebbe essere soprattutto un momento di scambio di esperienze e conoscenze.

lunedì 25 agosto 2014

Scenari di scuola digitale: il pc divergente e il tablet convergente?

Prima di tornare nell’agone educativo, pedagogico e mediatico del nuovo anno scolastico (che si svolge a cavallo dei due anni solari, se qualcuno avesse informato la ministra Fornero!), sto ripassando un po’ di teoria.
Viviamo nel paradosso che, dopo decenni di studi di ad altissimo livello sull’età evolutiva, l’apprendimento, la conoscenza, comprovati da innumerevoli esperienze, quando si fa una “riforma della scuola”, non solo in Italia, (sono curioso comunque di vedere adesso, sperando di aver capito male certe “scoperte” ministeriali delle scorse settimane, che cosa si inventerà il governo Renzi!), i politici di turno regolarmente sembrano applicare per lo più criteri che si rifanno a un trito e tradizionale senso comune (come quel noto “costituzionalista” che si preoccupava di ciò che gli insegnanti comunisti inculcano nei nostri poveri bambini!). Al punto che il libro collettivo a cui ho partecipato l’altr’anno in America con “La Scuola che Funziona”, a sottolineare la marginalità delle posizioni scientificamente informate in campo educativo, faceva parte di un progetto chiamato “Gocce nel mare”!
Leggere, documentarsi dunque, ripensare, se possibile…

In un ebook dal titolo evocativo, A scuola con il Tetris, di Edyta Slomka , trovo una sintesi semplice ma efficace del perché il personal computer potrebbe rappresentare una novità rivoluzionaria nel panorama educativo. Non si parte una volta tanto dalla confusione oggi imperante tra tecnologia e mercato, ma più seriamente dai modi in cui l’essere umano impara le cose. In pratica, nella tradizionale dicotomia tra l’apprendimento senso motorio (proprio del bambino piccolo, ma tipico per es. anche della bottega artigiana, che si svolge nella vita reale, immediato, permanente, ma limitato all’esperienza personale diretta) e l’apprendimento simbolico ricostruttivo (come a scuola, o attraverso la lettura e i media, potenzialmente vastissimo, ma difficile da memorizzare e ordinare, perché si svolge principalmente nella mente), il personal computer, con le sue capacità di simulazione e risposta interattiva, stabilisce un possibile collegamento.  Le due forme di apprendimento cioè, attraverso un uso attivo e consapevole della macchine digitali di oggi (nelle loro varie manifestazioni, inclusi i videogiochi) possono realizzarsi insieme, spalancando orizzonti prima impensabili alla conoscenza, alla sua condivisione, alla riflessione collettiva su come si conosce.
Osserva l’autrice: «Con il computer si apre per la prima volta la strada per poter integrare la percezione e l’azione».  «Il computer diviene una potente macchina metacognitiva che consente al bambino di riflettere e conoscere i suoi processi mentali e le strategie più adeguate a ciascuno».
Cosa non da poco, in un momento storico e culturale in cui, in presenza di un sapere che si rinnova a una velocità vorticosa, “imparare a imparare” diventa una condizione essenziale di alfabetizzazione, nella società dell’informazione e della conoscenza.

Certo, macchine che in modo così esplicito propongono il passaggio da un sistema educativo basato tuttora principalmente sulla trasmissione di contenuti a un altro che fa perno sulla metacognizione, mettono anche paura. E forse varrebbe la pena di domandarsi come mai nella scuola, dopo decenni in cui i personal computer sono stati ammessi con grande fatica, per lo più segregati in luoghi in cui non potessero fare danni, come le aule informatiche, a un certo punto, anche tra molti refrattari tecnologici, siano sorti tanti cori entusiasti all’apparire di LIM e tablet, a cantare unanimi l’indispensabile “digitalizzazione”. Forse perché finalmente molti vi riconoscevano, rivisitati ed elettronici ma comunque ancora presenti e rassicuranti, il libro e la lavagna?

Come a dire che allora in fondo, si tratta soltanto di imparare un nuovo modo e aggiornato di fare lezione!


photo credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/neilvagechen/1047124112/">ne!l chen</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">cc</a>

mercoledì 30 aprile 2014

Tra i piccoli abitanti del giardino, immaginando il futuro


Faccio ormai fatica a scrivere di "tecnologia": quella fiera continua del nulla spacciato per innovazione, dove le più belle idee e possibilità degli ultimi quarantanni sono state quasi tutte sepolte sotto una bara di ideologia che di fatto produce quasi solo conformismo, rassegnazione, accettazione supina delle regole del "mercato", e disalfabetizzazione di massa asservito alla burocrazia.
Faccio fatica anche a scrivere di educazione, frequentando – potrei dire, per fortuna – da esterno, una istituzione scuola che da anni pare aver smarrito globalmente il senso della propria funzione sociale, nonostante il lavoro eccellente e misconosciuto di tanti insegnanti, che ci sono e fanno cose egregie e nessuno lo sa, lottando contro i mulini a vento, e nonostante i bambini e i ragazzi, che mai come di questi tempi sono assetati e affamati di educazione, di realtà, di rapporti veri e costruttivi con gli adulti, perché in quel mondo spot in cui li facciamo crescere manca l'aria, manca il senso del come e perché si vive.

Poi – al solito – basta un'uscita  a guardarsi intorno, tra il giardino, gli alberi, i muri, e tutto sembra apparire sotto una prospettiva diversa, semplice, immediata, interessante e viva.

Lo so, sono anni che vado raccontando degli insetti e dei ragni che scopriamo in giardino, e forse per qualcuno rischio anche di essere noioso. 

Al confronto però con altri mantra pure ripetuti da anni e con ben altra potenza e aggressività, al punto che molta gente senza neanche pensarci se ne è convinta e ci crede, queste non sono balle! Non procedo per speculazioni sofistiche che per esempio descrivono un mondo popolato di fantomatici "nativi digitali", per la consolazione di adulti in crisi in cerca di un alibi e la gioia dei venditori di aggeggi tecnologici da imporre al mondo. Dico semplicemente quello che vedo e che sento, e tutte le volte mi stupisco di quanto sia facile, naturale, con i bambini vivere un'esperienza in cui si si riescono, sempre a mettere d'accordo, in un paio d'ore, natura e tecnologia, entusiasmo infantile e verità scientifica, interesse sincero per il mondo reale e divertimento, libri di carta e condivisione di documenti digitali in rete.

Quest'anno la qualità delle immagini raccolte è davvero buona. Mentre le scuole organizzano il materiale dal loro punto di vista, io ho pensato di rilanciare il Museo Vurtuale dei Piccoli Animali con queste gallerie di scoperte sul campo. Poi si riprendono i contatti vecchi e si vanno a cercare quelli nuovi, si rinfresca la memoria ai corrispondenti di tutto il mondo.

La vera novità, la vera possibile rivoluzione del tempo presente – anche questo magari vale la pena di ripeterlo – è che tecnicamente tutti - bambini, adulti, anziani, tutti! - possiamo essere oggi immediatamente produttori di informazione, nella società dell'informazione, a livello planetario! Prenderne coscienza, può trasformarci all'improvviso da consumatori scontenti, isolati e passivi in attori consapevoli e sociali, da competitori arrabbiati in cooperatori soddisfatti. E possiamo provare a immaginare quello che succederebbe se milioni, centinaia di milioni di persone prendessero davvero l'abitudine di condividere e realizzare in rete i propri progetti culturali, sociali, politici, produttivi, oltre le restrizioni d'uso imposte dai regimi, oltre l'attuale gestione privatistica e commerciale da parte di un pugno di multinazionali...