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domenica 12 giugno 2022

Il blog, la musica, oltre quel vuoto intorno

Sono tempi brutti, e il timore è che l'egoismo, il narcisismo imperanti possano portare a un peggio che non conosciamo, non solo nelle relazioni personali, nell'economia del nostro travagliato paese ma, come in un pessimo film di fantascienza, in tutto quanto il pianeta, esposto come non mai alla catastrofe ambientale, alimentare, sanitaria, e alla guerra.

Da tempo non frequento questi miei blog personali. Scrivo regolarmente su una rivista in rete, ho scritto e ancora scriverò e pubblicherò con editori o da solo, poi dopo il primo lockdown mi sono messo a scrivere, suonare, cantare (anche se suono male e canto peggio) canzoni e a farne videoclip.

Questa attività mi dà qualche piccola soddisfazione, verificando come si può ancora studiare, , imparare, migliorare un po' anche alla mia età.

Con i bambini l'ultima esperienza è stata bellissima. Ha fatto un laboratorio di animazione teatrale con un gruppo numeroso che mi arrivava alle 4 del pomeriggio, dopo 8 ore di scuola! E ho verificato una volta di più (come in centinaia di attività nei decenni trascorsi) che non è nella scuola dei test e delle verifiche che è possibile capire che cosa i bambini imparano, perché ogni vero apprendimento o espressione, o produzione di cultura, va sempre oltre quello che può insegnare un maestro. Cioè: l'educazione non funziona quando l'allievo ripete quello che ha imparato dal maestro, ma quando da quello che il maestro ha insegnato viene stimolato poi a fare altro, qualcosa di più, di suo. Elementare, Watson!

Ma di solito questi "apprendimenti" veri nessuno li considera e, nello scenario di oggi, questo ha effetti molto più gravi e devastanti che in passato. Perché nel nostro tempo alle categorie culturali e ai riferimenti sociali tradizionali si è sostituita una confusa e incontrollabile sovrabbondanza di informazioni, stimoli, possibilità potenzialmente enormi ma per i più impraticabili di essere protagonisti e di produrre, con una diffusione orizzontale capillare dei mezzi nelle mani di tutti, resa però quasi totalmente inutile da una cultura assuefatta al puro consumo, alla passività, alla rinuncia sistematica a ogni tipo di responsabilità e di iniziativa vera sulla realtà. Il risultato un centralismo sempre più spinto, una ipertrofia burocratica, uno spreco sistematico di risorse e potenzialità, con gli umani che invece di mettersi insieme per utilizzare la potenza della tecnologia diffusa, si fossilizzano in comportamenti disperanti: chiacchiere a non finire su ogni cosa, pur di non partecipare personalmente; incapacità assoluta di ascolto e rissosità dilagante, per cui su ogni cosa, importante o frivola che sia, non ci si parla e non si costruisce ma ci si schiera; costrizione delle possibilità di democrazia infinita e quasi assoluta della Rete dentro le gabbie strette e rigide dei social network, in cui ogni analfabeta può entrare e credere di dire la sua, ma in cui in realtà ogni cosa ridotta al servizio del profitto di pochi padroni del vapore, secondo meccanismi di mercato obsoleti in cui le nuove tecnologie, a parole esaltate come se ci stessero portando a chissà quale evoluzione epocale, in realtà vengono distrutte e annichilite.

I bambini, che prima di essere addestrati a comportarsi sulla base di schemi e stereotipi, nei primi anni di vita almeno cercano di vivere, queste cose le sentono, le soffrono in modo particolare, e soprattutto soffrono il fatto di vedere sistematicamente ignorato quello che sentono, che imparano, che sanno e che sono, come persone. È dalla falsità dell'ambiente in cui li costringiamo a crescere, che derivano tanti problemi "insolubili", e non a caso durante attività come quelle di animazione, in cui semplicemente li si incoraggia a tirare fuori ed esprimere quello che hanno dentro, problemi come il deficit di attenzione e il bullismo quasi non si registrano.

Cito anche qui le parole testuali di due bambine di 9 e 10 anni:

"Il maestro ci ha lasciato la possibilità di ragionare, di inventare, e questo mi è piaciuto".

“Io penso che è molto divertente condividere con gli altri la mia fantasia, senza che nessuno mi critichi per le cose che mi piace fare!”

Più o meno è successo lo stesso anche a me in quanto allievo, quando ho chiesto aiuto al mio amico Piero musicista per le mie canzoni da pubblicare on line. Dopo dritte, insegnamenti, raccomandazioni, difficoltà e incomprensioni, momenti di frustrazione sul come suonare, cantare, fare le musiche, metterci quello strumento oppure no, mixare come voleva lui o come preferivo io, a un certo punto mi sono accorto che riuscivo a fare meglio anche da solo, che certi errori grossolani li stavo superando, non perché mi adeguavo a quello che mi diceva - sarebbe per esempio impossibile, per me dilettante che va per tentativi, trovare nelle scale musicali quello che mi dice lui, che certe cose le respira da una vita! - ma perché stavo probabilmente interiorizzando il senso di critiche e osservazioni che pure in certi casi lì per lì mi avevano messo a disagio. 

Così funziona un maestro!

Qualcosa di simile era successo anche a suo tempo con la mia editor con le edizioni Sonda. Mi proponeva correzioni ai miei testi che in certi casi, se avessi risposto d'impeto, probabilmente sarebbero stati litigi furibondi. E invece, dal confronto di punti di vista a volta anche molto diversi, riuscivamo poi a incontrarci più avanti, a trovare una sintesi che ci metteva d'accordo, con risultati finali di un livello che mai sarebbe stato raggiunto se io fossi rimasto sulle mie idee e lei sulle sue. E credo che abbiamo fatto dei buoni libri, anche se a 12 anni dall'ultimo non sono più in catalogo.

La prossima canzone si chiamerà "Gente che rinuncia". Ho scritto la prima strofa un giorno che cercavo di farmi passare un attacco di depressione, in netta difficoltà nelle relazioni personali, negli affetti e sul lavoro. E scrivere in quel caso mi ha fatto subito bene. Come mi fa bene uscire nella natura, fare un giro in bicicletta, leggere un bel libro o guardare un bel film, ritrovarmi con persone che conosco o anche no a condividere per qualche momento pensieri ed emozioni.

Ho finito testo è musica, forse ho capito come cantarla e suonarla e, come anche questo articolo che sto scrivendo ora, mi serve a capire, ritrovarmi con me stesso, andare avanti non arrancando, arroccato a difesa delle mie debolezze, ma inventando magari qualcosa di nuovo, che mi piace.

Vedo intorno persone anche care, che si lasciano scomparire all'orizzonte senza che chi vuole loro bene possa fare niente per essere con loro. Paradossalmente, lo stare male e le insicurezze diventano una identità a cui aggrapparsi, mentre il flusso di doveri, lavoro, famiglia, impegni necessari o anche no - purché siano impegni, cose che non si può non fare! - porta via e trascina in un vortice che dà un ritmo preciso e non lascia il tempo di fermarsi per pensare, scegliere, desiderare, esistere magari anche per noi. E progressivamente separa, per sé e per gli altri, la volontà dalla responsabilità. Poi gli chiedi come stanno e ti dicono "Non tanto bene!" Perché ovviamente ne risentono la qualità della vita, l'umore, la salute.

Un'altra cosa mi hanno detto i bambini che è piaciuta molto durante le attività di animazione, banale, ma importantissima, essenziale: è stato bello fare le cose insieme!

 

venerdì 21 gennaio 2022

Gestire la complessità, parte terza



L’umanità dell’informazione al bivio tra conformismo acritico e intolleranza o consapevolezza e responsabilità
 

...parte prima; ... parte seconda

4. Alienazione 2.0

Il linguaggio e le parole sono il modo principale con cui gli umani pensano la loro vita. È una cosa talmente automatica e quotidiana che non ce ne rendiamo conto, ma banalmente capire quello che diciamo, riferirlo alla nostra esperienza, usare termini che trovano corrispondenze nel pensiero e quel pensiero svolgerlo in modo armonico e sereno, è importante. Dovere di continuo adeguarsi a qualcosa che arriva comunque dal di fuori, perché è di moda, perché le convenzioni sociali, perché la tecnologia, perché il nostro ruolo, perché così va il mondo, alla lunga deprimono, producono insicurezza e perdita dell’autostima, appiattiscono e intristiscono la vita.

Mi capitò anni fa con una collega che lavora in campo ambientale e con i bambini, una brava, intelligente e istruita, una di quelle persone che non si trascinano nel mondo aspettano di sapere dagli altri che cosa devono fare. Stavo parlando e, nel mezzo di un ragionamento, usai una termine già allora comune e dissi “Due punto zero!”

Ricordo la sua espressione assolutamente basita. Credo che mi fermai, spiegai con altre parole che cosa intendevo dire. Poi però, siccome ritengo che per vivere in mezzo agli altri serva anche tenere conto delle interazioni con la gente, provai a pensarci, a farmi qualche domanda. Cioè: avevo incontrato una sacca inaspettata di umana insipienza (per cui chi non sa casca dal fico, ma sono lacune sue), oppure ero io che forse avevo usato una espressione che, per quanto in voga, linguisticamente non andava bene?

Le persone normali contano “1,2,3,4”, a voce, con le dita. E ci si capisce, fin da bambini, ci viene naturale e questo tipo di numerazione si può applicare a qualsiasi cosa. Ma ecco a un certo punto che quelli al passo con i tempi (o che più banalmente se la tirano), quando parlano di “tecnologia” incominciano a contare “1.0, 2.0, 3.0”. E la terminologia entra nel linguaggio corrente, si diffonde. A parte però che in italiano per indicare i decimali bisognerebbe usare la virgola, dai tempi della scuola dell’obbligo tutti sanno che “virgola 0” è una espressione assolutamente priva di senso: la virgola si mette solo quando dopo c’è un numero, un decimale, non il nulla!. Domanda allora: perché lo diciamo?


Scuola primaria Arici, Brescia 2002
disegno a mano di Matteo, IIIa, dopo i disegni al computer 

Chiedo perdono se azzardo un’ipotesi. La maggior parte usano l’espressione per non sentirsi tagliati fuori. Tutti lo dicono e anche io lo dico, anche se non so assolutamente che cosa significhi. In un mondo in cui Narciso detta legge, parlare come quelli che sanno di “tecnologia” (uso le virgolette, perché è alquanto strana l’idea che da alcuni anni abbiamo della tecnologia) diventa un imperativo sociale. Anche se usiamo i nostri aggeggi digitali al 5% delle loro possibilità, anche se luoghi comuni sostanzialmente privi di senso come quello dei “nativi digitali” rischiano di far crescere le nuove generazioni in un equivoco devastante, fornendo un facile alibi alle generazioni adulte per giustificare i propri fallimenti educativi.

Intorno, mentre i ritmi e la quantità di informazioni si fanno sempre più incalzanti e invadenti, forse per recuperare altrove una sicurezza che l’ignoranza generale dei mezzi certo non consente, i sistemi di istruzione, le aspettative e i riconoscimenti sociali spesso, invece di rendersi più fluidi ed elastici, si arroccano su anacronistici sistema di valutazioni, omologazioni, certificazioni che negano di fatto la natura stessa del cambiamento. Così i cittadini della società dell’informazione non solo non hanno gli strumenti concettuali per comprendere e gestire la ridondanza, ma nessuno si preoccupa di darglieli, anche perché il sostanziale analfabetismo di base alimenta l’economia e il mercato, con tutti a dotarsi affannosamente di ogni sorta di strumento tecnologico che possibilmente faccia, pensi per noi, e aziende planetarie che costruiscono imperi miliardari mai visti praticamente sul nulla, millantando di liberare noi poveri consumatori dalle responsabilità.

Il modello “positivo” è quello ben pronosticato nei cartoni animati dei Pronipoti, degli anni 60 del secolo scorso, un “futuro” reso facile e automatico da macchine che ci sostituiscono in tutto. La faccia negativa è la ribellione delle macchine, l’umanità schiacciata da un progresso tecnologico che è impossibile controllare o che, nelle mani di un pugno sempre più ristretto di individui, si trasforma nel Grande Fratello, o provoca quelle catastrofi di mostri e lotta selvaggia di tutti contro tutti che dalla letteratura e dal cinema direttamente entrano nell’immaginario della gente, dipingendo scenari sempre più apocalittici di angoscia e paura, che si riflettono sul mondo reale e lo rendono molto più difficile da vivere.

L’orizzonte culturale di restringe, si rifiuta il ragionamento, la riflessione. Ma si approfitta della rete telematica mondiale - nella sua versione addomesticata, regolamentata entro schemi preconfezionati e rigidi stabiliti dai padroni privati dei social network, che ci esimono apparentemente da ogni responsabilità – per esporre le proprie idee comunque, affermare una identità, contemplare la propria presenza “digitale” sugli schermi. Ci colleghiamo con quelli che la pensano come noi, troviamo il nostro schieramento, ci mostriamo all’esterno spesso attraverso pochi tratti distintivi schematici, titoli, slogan riassuntivi che, negando in partenza la complessità, allontano progressivamente sempre più la possibilità di affrontarla. Perché intanto diamo per scontato che, per quanto facciamo sentire la nostra voce in rete, le decisioni vere sulla vita reale di noi e di tutti le prenderà comunque qualcun altro.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIb
disegno al computer: Bosco!

Se l’umanità degli anni 1990 appariva
piuttosto frastornata dallo sviluppo tecnologico incalzante e culturalmente impegnativo - i personal computer, il World Wide Web - e comunque fiduciosa che se non fossimo stati capaci noi di fare il salto culturale necessario, ci avrebbero pensato i nostri figli, quella del 2000 è stata “tranquillizzata” da una tecnologia che si è abbassata al livello di chiunque – i telefonini, i social network – e a quel salto culturale sembra avere ormai rinunciato. Non ha imparato niente di nuovo e nemmeno pensa più davvero che serva imparare - non lo fanno più neanche i nostri figli, la curiosità, la ricerca, il gioco ridotti a una scelta tra gli scaffali di software sempre più predigerito - perché c’è chi apparecchia ogni cosa per noi, c’è una app per tutto, e in fondo naufragar ci è dolce in questo mare. Come una ubriacatura, una droga sotto il cui effetto tutto sembra apparentemente funzionare, per possibilmente allontanare un mondo reale di cui – perdonate il ritornello, ma qui sta il punto - ci rifiutiamo di condividere la responsabilità.


5. La società dell’informazione interrotta e il trionfo dell’inutilità

Non è da ieri che si studia e si descrive come funziona l’informazione, e alcuni punti fermi sono ancora validi e possono essere ben compresi anche dai bambini.

C’è un emittente, che produce il messaggio, e un destinatario, a cui il messaggio arriva; c’è un canale attraverso cui viene trasmesso e un codice, lingua, alfabeto, numeri, immagini o altro, che il destinatario deve conoscere, ne no gli è impossibile capire. Poi importante è il rumore che - come il traffico durante una conversazione, le interferenze durante una trasmissione radio - può disturbare in vario modo vario la comprensione del messaggio, fino a renderlo inintelligibile del tutto.

Questo schema, mutatis mutandis, vale per la trasmissione di dati come per le comunicazioni tra gli umani. Ma ci sono altri fattori che vanno considerati, caratteristici del tempo presente, e non derivano a mio parere tanto dalle novità tecnologiche, quanto dall’atteggiamento degli umani.

Uno: i tempi di attenzione. Li si descrive spesso oggi come “fatalmente” sempre più ridotti, come se fosse una evoluzione antropologica e non una abitudine mentale. Si parla di bambini che più di otto o dieci minuti non sono in grado di seguire la lezione della maestra, così come qualsiasi altra cosa. Ma davvero?

Come si fa per esempio a procedere attraverso i livelli di un videogioco, se non si presta attenzione? Ed è una attenzione che molti ragazzini riescono evidentemente a tenere viva per molte ore di seguito! E come mai se quello che dico o che faccio è interessante, succede invece che come per magia i bambini mi seguono?

Senza sottovalutare la desuetudine a stare attenti, che effettivamente riguarda un numero crescente di individui e può creare problemi, forse dovremmo inquadrare la questione in un contesto in cui l’overdose da informazione sollecita banalmente reazioni di difesa da parte degli umani, per cui l’attenzione scatta solo in presenza di una motivazione sufficientemente forte. E nell’emettere il nostro messaggio, sarebbe bene tenerne conto.

Due: la sostanziale autoreferenzialità di molti messaggi, quello che potremmo chiamare anche “effetto specchio”. Cioè, siamo talmente presi dalla intenzione alla base della nostra comunicazione, che non andiamo poi a verificare quale messaggio arriva in effetti al destinatario.

Ho già commentato nella prima parte di questo articolo (capitolo 2) – e mi sembra un ottimo esempio - la per me bizzarra e contraddittoria strategia linguistica “inclusiva” a base di asterischi che alcuni praticano nelle loro comunicazioni scritte. Di fatto, a parte quelli che la condividono, non credo che servano indagini scientifiche approfondite per dire che i destinatari di questi messaggi dal genere indefinito e dalle vocali mancanti molto spesso ne sono irritati, o semplicemente ridono.

Domanda: come può essere inclusiva una comunicazione che nei più suscita fastidio o ilarità?

Di seguito, due esempi di paradossi che mi sembra rendano l’idea di come il flusso continuo di informazione in cui viviamo immersi sia spesso interrotto e inutile.

Se ci chiamano a parlare in televisione, chiunque di noi, ci spiegheranno che  dobbiamo sbrigarcela in pochi minuti, perché se no dopo ci tagliano: i famosi implacabili, inappellabili tempi televisivi!

Ma se guardiamo trasmissioni di grande popolarità come “Uomini e donne”, vediamo che lì al pettegolezzo, al cazzeggio, al bullismo, alla litigiosità in TV non si pone alcuni limite: quelli possono parlare per ore di niente, e vanno bene, fanno audience!

Ci sono blog culturali, perfino social network di nicchia culturalmente impegnati, in cui ogni discussione sui destini del mondo, anche lanciata da menti eccelse, quale che sia l’argomento sembra destinata ad arenarsi entro pochi interventi e commenti. E il pensiero non procede, i nuovi media non diventano quel moltiplicatore di idee e iniziative che ottimisti pionieri avevano forse incautamente profetizzato.

Se invece in Instagram, Facebook, Twitter o Tik Tok si “postano” a volte assolute scemenze, o foto o immagini semplicemente curiose o intriganti, ecco che può capitare che intorno si scateni un delirio di “mi piace”, faccine, cuoricini, commenti di ogni sorta, fino a far diventare quelle scemenze “virali”.

Più che di mutazioni antropologiche o della natura dei mezzi, credo si tratti più banalmente della manifestazione di un generale disagio e senso di impotenza che si avvitano su se stessi., assuefatti come siamo a non esprimerci in contesti “costruttivi”, ma solo a fornire testimonianze e attestati di presenza entro cornici protette.

Solo che vivere immersi in un flusso di informazioni che riguardo alle cose importanti ci lascia abitualmente inespressi e insoddisfatti, alla lunga non fa affatto bene.

Continua

lunedì 8 novembre 2021

La Rete siamo noi: usiamola!

Banalmente: non siamo magari un po’ stanchi di fare pubblicità gratis all’ultimo software delle multinazionali che – bontà loro! – aiuta la scuola ad adeguarsi all’ultimo trend di mercato, o di gridare allarmi per la serie coreana che fa male ai bambini che prima nessuno guardava e che adesso ovviamente guardano tutti, o di preoccuparci del costume diffuso delle famiglie di pranzare guardando ognuno nel suo telefonino invece che nel piatto o negli occhi degli altri commensali, come se fosse una mutazione genetica irreversibile? Non siamo stanchi di deprimerci, di sentirci impotenti di fronte a un mondo che ci appare sempre più fuori da ogni possibile controllo e che in realtà in gran parte costruiamo noi, tutti i giorni, con i nostri clic timidi e sfigati che però, uno per uno sommandosi a miliardi, fanno la fortuna di aziende che se per una settimana ci facessimo semplicemente gli affari nostri, probabilmente entrerebbero in una crisi tremenda?

Chiedo soprattutto agli insegnanti, agli educatori, a chi si occupa di bambini e ragazzi, i cui volti e sorrisi stiamo cancellando dalla società dell’informazione, facendoli crescere (per “proteggerli”!?) in un contesto sociale sempre più intriso di sospetto e paura, per poi discutere preoccupati in loro assenza dei loro problemi, dei nuovi crescenti “bisogni educativi speciali”, della necessità di medici e psicologi che assistano il loro crescente disagio (in costante aumento, chissà perché?)

Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

Dove e come seriamente è da vedere, ma bisogna farlo. Mettersi finalmente con impegno, convinzione, costanza - e soprattutto non disperdendo questo tipo di informazioni in miriadi di siti web, blog, gruppi sui social network, discussioni tra amici, tutti separati di loro come se non esistesse la Rete, ma con l’obiettivo preciso di raggiungere la massa critica necessaria – mettersi a far conoscere le buone pratiche che nella scuola e altrove rivelano una miriade di realtà belle, complesse, vive e sorprendenti; e poi le opere, gli scritti, i disegni, i video, i multimediali di bambini e i ragazzi, dalla cui diffusione e conoscenza – oggi potenzialmente più facile che mai, ma che ci stiamo colpevolmente auto censurando - l’opinione pubblica possa finalmente farsi una idea meno stereotipata delle giovanissime generazioni (altro che pinzillacchere come i “nativi digitali!”) e gli stessi nostri nostri figli e nipoti possano ricavare un po’ di autostima per quello che sono e non solo consumarsi dietro a modelli distruttivi di consumo e competizione a tutti i costi.

Qualcosa c’è, qualcosa si è tentato e non è riuscito, qualcos’altro magari da qualche parte funziona. Si tratta banalmente di usare la Rete per raccoglierlo, farlo più grande, funzionante, efficace, senza rassegnarci a un mondo di pagine web di scuole che sembrano l’esaltazione della burocrazia, di siti in rete tutti uguali fatti con lo stampino di pochi software rigidi e omologanti, di “tecnologia” che da una parte ci opprime con procedure sempre più cervellotiche e avvilenti a dall’altra ci offre comode app per ordinare una pizza!

Questo piccolo articolo non è un grido nel deserto, ma una esortazione alla cittadinanza attiva, che andremo a praticare anche in modo più diretto, incrociando post sui “social”, email, chiamate personali a questo e quello, tutto quanto si può mettere in campo per scuotere le persone e moltiplicare l’informazione, oltre il presente di paura e di scarico di responsabilità.

Perché si può fare, ne possiamo uscire migliori e anche, da subito, sentirci un po’ più forti e meno soli.

 

domenica 5 luglio 2020

La pelle dell’orso e l’informazione rifiutata

Non sappiamo ancora come andrà a finire questa volta la solita storia assurda del Trentino in cui, dopo aver favorito il ripopolamento degli orsi credendo forse che si trattasse di pelouche o cartoni animati, tutte le volte che un umano fa il cretino e un animale grosso e forte giustamente si rivolta, politici e amministratori vogliono ammazzare l’orso! (boh, non è che se un pedone attraversa la strada mentre passa un camion a ci finisce sotto, poi radono al suolo la fabbrica Iveco!)
Non sappiamo come andrà a finire, ma basterebbe una ricerca in rete dal telefonino, scrivendo per esempio “orso Trentino”, e subito avremmo le ultime notizie in tempo reale, da giornali, agenzie di stampa, web TV e molto altro. Troppo facile?
Succede invece che qualcuno ripiglia e ripubblica la tragica, pessima notizia di qualche anno fa, e per tutto il popolo di facebook ecco l'orsa femmina, madre di due cuccioli, è stata abbattuta! Non leggono della presa di posizione in suo favore del ministro dell'ambiente che ha forse creato un importante conflitto istituzionale con le autorità regionali, non leggono delle petizioni per salvarla, del sondaggio on line che, per quel che vale, è a favore dell'orsa al 99%. Qualcuno ha scritto su Facebook che l'orsa è morta (vero, ma era un'altra orsa, 3 anni fa!) e quindi è subito rabbia, sdegno, indignazione, senso di impotenza! Tutti a grondare lacrime sulle tastiere (noi e la nostra cerchia, che non è come piangere da soli!) e a nessuno passa per la testa di controllare se sia vero.

CC0 - Public Domain a public domain JPG image
Questo sarebbe l’unico, semplicissimo antidoto contro le fake news! Controllare! Non serve che qualcuno ti insegni a difenderti, o ti dica quali sono le fonti attendibili e quali no, non serve una cultura mostruosa e nemmeno essere particolarmente intelligenti. Con una banalissima ricerca incrociata, attraverso cui le persone semplicemente verifichino le notizie prima di rilanciarle, in un ambiente come la rete eventuali fake si smonterebbero da sole in pochissimo tempo.

Si comincia magari con cose facili e politicamente neutre. Come quando devo riconoscere un insetto o un albero, e banalmente cerco immagini in rete con un numero alto di corrispondenze. Perché può essere che qualcuno abbia sbagliato informazione, oppure che il motore di ricerca associ il nome a una figura vicina. Quando le corrispondenze sono tante, quando la fonte appare seria e attendibile (per esempio un sito scientifico universitario piuttosto che la collezione di fotografie di Pinco Pallo), il tasso di errore si abbassa in maniera determinante.
E questo si può incominciare a fare fin da bambini, a scuola, non costa niente, non richiede investimenti né esperti di comunicazione o di coding. Ma è una di quelle basi senza le quali la nostra società, parcellizzata, globalizzata, in perenne overdose d’informazione, rischia seriamente di scoppiare.
Imparare a fare una verifica in rete, magari in gruppo, è anche un modo – ancora, troppo facile? - per riprenderci il senso della realtà e un poco di controllo della nostra vita, contro le opposte visioni apocalittiche che tanto male fanno alla salute mentale delle persone, in particolare in questi tempi di pandemia.
Non farlo, non porsi il problema di farlo, credere che tutto il “potere” stia inevitabilmente nella mani di Google, Apple, Facebook, Microsoft e via dicendo (e intanto farci male l’un l’altro nelle reti sociali, crescendo nella convinzione insana di non contare nulla!) davvero è pericolosissimo, soprattutto nel momento in cui persone come noi insicure, ignoranti e abituate a muoversi in questo modo sciatto e approssimativo, vengono poi da noi messe (ahi, la “democrazia”!) in posizione di responsabilità politica, nazionale e internazionale. E quello che può capitare è davvero sotto gli occhi di tutti. Al punto che, per non vederlo, tantissimi ormai soltanto guardano nello specchio dei propri luoghi comuni e convinzioni.
E speriamo che, in questa situazione assurda, almeno questa volta riusciamo a salvare l’orsa!