Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

domenica 12 giugno 2022

Il blog, la musica, oltre quel vuoto intorno

Sono tempi brutti, e il timore è che l'egoismo, il narcisismo imperanti possano portare a un peggio che non conosciamo, non solo nelle relazioni personali, nell'economia del nostro travagliato paese ma, come in un pessimo film di fantascienza, in tutto quanto il pianeta, esposto come non mai alla catastrofe ambientale, alimentare, sanitaria, e alla guerra.

Da tempo non frequento questi miei blog personali. Scrivo regolarmente su una rivista in rete, ho scritto e ancora scriverò e pubblicherò con editori o da solo, poi dopo il primo lockdown mi sono messo a scrivere, suonare, cantare (anche se suono male e canto peggio) canzoni e a farne videoclip.

Questa attività mi dà qualche piccola soddisfazione, verificando come si può ancora studiare, , imparare, migliorare un po' anche alla mia età.

Con i bambini l'ultima esperienza è stata bellissima. Ha fatto un laboratorio di animazione teatrale con un gruppo numeroso che mi arrivava alle 4 del pomeriggio, dopo 8 ore di scuola! E ho verificato una volta di più (come in centinaia di attività nei decenni trascorsi) che non è nella scuola dei test e delle verifiche che è possibile capire che cosa i bambini imparano, perché ogni vero apprendimento o espressione, o produzione di cultura, va sempre oltre quello che può insegnare un maestro. Cioè: l'educazione non funziona quando l'allievo ripete quello che ha imparato dal maestro, ma quando da quello che il maestro ha insegnato viene stimolato poi a fare altro, qualcosa di più, di suo. Elementare, Watson!

Ma di solito questi "apprendimenti" veri nessuno li considera e, nello scenario di oggi, questo ha effetti molto più gravi e devastanti che in passato. Perché nel nostro tempo alle categorie culturali e ai riferimenti sociali tradizionali si è sostituita una confusa e incontrollabile sovrabbondanza di informazioni, stimoli, possibilità potenzialmente enormi ma per i più impraticabili di essere protagonisti e di produrre, con una diffusione orizzontale capillare dei mezzi nelle mani di tutti, resa però quasi totalmente inutile da una cultura assuefatta al puro consumo, alla passività, alla rinuncia sistematica a ogni tipo di responsabilità e di iniziativa vera sulla realtà. Il risultato un centralismo sempre più spinto, una ipertrofia burocratica, uno spreco sistematico di risorse e potenzialità, con gli umani che invece di mettersi insieme per utilizzare la potenza della tecnologia diffusa, si fossilizzano in comportamenti disperanti: chiacchiere a non finire su ogni cosa, pur di non partecipare personalmente; incapacità assoluta di ascolto e rissosità dilagante, per cui su ogni cosa, importante o frivola che sia, non ci si parla e non si costruisce ma ci si schiera; costrizione delle possibilità di democrazia infinita e quasi assoluta della Rete dentro le gabbie strette e rigide dei social network, in cui ogni analfabeta può entrare e credere di dire la sua, ma in cui in realtà ogni cosa ridotta al servizio del profitto di pochi padroni del vapore, secondo meccanismi di mercato obsoleti in cui le nuove tecnologie, a parole esaltate come se ci stessero portando a chissà quale evoluzione epocale, in realtà vengono distrutte e annichilite.

I bambini, che prima di essere addestrati a comportarsi sulla base di schemi e stereotipi, nei primi anni di vita almeno cercano di vivere, queste cose le sentono, le soffrono in modo particolare, e soprattutto soffrono il fatto di vedere sistematicamente ignorato quello che sentono, che imparano, che sanno e che sono, come persone. È dalla falsità dell'ambiente in cui li costringiamo a crescere, che derivano tanti problemi "insolubili", e non a caso durante attività come quelle di animazione, in cui semplicemente li si incoraggia a tirare fuori ed esprimere quello che hanno dentro, problemi come il deficit di attenzione e il bullismo quasi non si registrano.

Cito anche qui le parole testuali di due bambine di 9 e 10 anni:

"Il maestro ci ha lasciato la possibilità di ragionare, di inventare, e questo mi è piaciuto".

Io penso che è molto divertente condividere con gli altri la mia fantasia, senza che nessuno mi critichi per le cose che mi piace fare!”

Più o meno è successo lo stesso anche a me in quanto allievo, quando ho chiesto aiuto al mio amico Piero musicista per le mie canzoni da pubblicare on line. Dopo dritte, insegnamenti, raccomandazioni, difficoltà e incomprensioni, momenti di frustrazione sul come suonare, cantare, fare le musiche, metterci quello strumento oppure no, mixare come voleva lui o come preferivo io, a un certo punto mi sono accorto che riuscivo a fare meglio anche da solo, che certi errori grossolani li stavo superando, non perché mi adeguavo a quello che mi diceva - sarebbe per esempio impossibile, per me dilettante che va per tentativi, trovare nelle scale musicali quello che mi dice lui, che certe cose le respira da una vita! - ma perché stavo probabilmente interiorizzando il senso di critiche e osservazioni che pure in certi casi lì per lì mi avevano messo a disagio. 

Così funziona un maestro!

Qualcosa di simile era successo anche a suo tempo con la mia editor con le edizioni Sonda. Mi proponeva correzioni ai miei testi che in certi casi, se avessi risposto d'impeto, probabilmente sarebbero stati litigi furibondi. E invece, dal confronto di punti di vista a volta anche molto diversi, riuscivamo poi a incontrarci più avanti, a trovare una sintesi che ci metteva d'accordo, con risultati finali di un livello che mai sarebbe stato raggiunto se io fossi rimasto sulle mie idee e lei sulle sue. E credo che abbiamo fatto dei buoni libri, anche se a 12 anni dall'ultimo non sono più in catalogo.

La prossima canzone si chiamerà "Gente che rinuncia". Ho scritto la prima strofa un giorno che cercavo di farmi passare un attacco di depressione, in netta difficoltà nelle relazioni personali, negli affetti e sul lavoro. E scrivere in quel caso mi ha fatto subito bene. Come mi fa bene uscire nella natura, fare un giro in bicicletta, leggere un bel libro o guardare un bel film, ritrovarmi con persone che conosco o anche no a condividere per qualche momento pensieri ed emozioni.

Ho finito testo è musica, forse ho capito come cantarla e suonarla e, come anche questo articolo che sto scrivendo ora, mi serve a capire, ritrovarmi con me stesso, andare avanti non arrancando, arroccato a difesa delle mie debolezze, ma inventando magari qualcosa di nuovo, che mi piace.

Vedo intorno persone anche care, che si lasciano scomparire all'orizzonte senza che chi vuole loro bene possa fare niente per essere con loro. Paradossalmente, lo stare male e le insicurezze diventano una identità a cui aggrapparsi, mentre il flusso di doveri, lavoro, famiglia, impegni necessari o anche no - purché siano impegni, cose che non si può non fare! - porta via e trascina in un vortice che dà un ritmo preciso e non lascia il tempo di fermarsi per pensare, scegliere, desiderare, esistere magari anche per noi. E progressivamente separa, per sé e per gli altri, la volontà dalla responsabilità. Poi gli chiedi come stanno e ti dicono "Non tanto bene!" Perché ovviamente ne risentono la qualità della vita, l'umore, la salute.

Un'altra cosa mi hanno detto i bambini che è piaciuta molto durante le attività di animazione, banale, ma importantissima, essenziale: è stato bello fare le cose insieme!

 

giovedì 22 novembre 2018

La tecnologia e la nuova generazione di cittadini attivi, capitolo 1

< intro

All’alba della rivoluzione digitale: problemi e e speranze di un mondo globalizzato

Questo è il secondo di sette articoletti, il primo per l’introduzione e l’altro per i sei capitoli, in cui provo a sintetizzare il libro Technology and the New Generation of Active Citizens, che ho pubblicato a gennaio di quest’anno. A parte la piccola promozione personale, mi piacerebbe raccogliere qui qualche commento, critica, parere interlocutorio, anche se so che sarà difficile, perché i più preferiscono oggi, se mai, limitarsi a un “like” o a qualche parola sui social networks commerciali, ormai luoghi di incontro e di confronto preferiti, che tutto ingoiano e mescolano in un pastone indistinto: idee, esperienze, barzellette, notizie, sport, relazioni umane, cultura, politica. I personaggi pubblici affermano senza vergogna di non leggere i giornali e gli spazi come i blog, in cui ognuno può davvero pubblicare discorsi compiuti e non solo accenni o pillole di ragionamenti, tra una pubblicità e l’altra, vengono considerati obsoleti, come i dischi ottici e il pensiero libero, in un tempo in cui le app monouso rischiano di uccidono la rete e l’autonoma iniziativa delle persone.
Dunque, dopo il titolo del capitolo primo, qui in apertura, ecco il suo “abstract”.

«Le nostre società sono dipendenti dalla tecnologia, nel loro funzionamento profondo e nelle abitudini quotidiane delle persone comuni, che consumano avidamente app e dispositivi. Un’ideologia orientata dal mercato invecchia però le cose molto rapidamente e tende a far svanire la memoria del passato, anche recente, tanto che molti vivono come sospesi in un continuo presente, proiettati verso un futuro di fantasia, senza radici e prospettive. Anche il panorama di consumi a breve è un ostacolo ad affrontare come cittadini consapevoli e attivi i punti economici, sociali e politici di crisi, a livello locale e globale, con conseguenti disagi sociali, paura e insicurezza. Tornare agli anni in cui la storia è incominciata, osservare le diversità e analogie dal presente, può essere utile per capire meglio il nostro tempo, usare la tecnologia con più consapevolezza e forse scoprire nuovi o "vecchie" soluzioni ad alcuni problemi e vivere una vita migliore».

La storia comincia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso quando, a suoi albori, già emergono alcuni aspetti contraddittori della società dell’informazione. Herbert Marcuse, nel suo “L’uomo a una dimensione” anticipa il problema attuale del “pensiero unico” e Marshall McLuhan, con lo slogan “il medium è il messaggio”, ben descrive il popolo degli odierni adoratori di “devices”. Rispondono soprattutto i giovani, con una musica ribelle non a caso suonata e ascoltata ancora oggi, e poi con le lotte degli studenti. Ma anche altri movimenti cambiano profondamente la nostra cultura, le donne soprattutto, e perfino i bambini (chi si ricorda in Italia l’animazione teatrale, per un decennio all’avanguardia nel mondo?) suggeriscono nuovi punti di vista e nuovi possibili valori. Gli insegnamenti dei grandi educatori e anche certe pratiche di base possono essere forse importanti non solo per la scuola, ma per l’insieme della società, anche se in quei tempi ancora sono limitati gli strumenti tecnologici alternativi ai grandi mezzi di comunicazione di massa.

Paolo Beneventi

> Capitolo 2

domenica 8 gennaio 2017

La qualità, la sovrabbondanza, il rumore

Il concerto inizia con un canto di questua inglese del 1800, dagli echi celtici, bellissimo, bene eseguito strumentalmente e anche ben cantato. Anche i brani che seguono sono su quella falsariga, spaziando nella suggestiva tradizione della musica popolare dell'Europa nord occidentale, ma... non è un piacere, i suoni arrivano confusi e impastati, le orecchie alla lunga fanno male! Sarà la pessima acustica delle chiese di fine Novecento, dagli esagerati muri di cemento; saranno le due piccole casse acustiche a cui affluisce la gran quantità di microfoni, che a uno sguardo superficiale e maligno sembrano più adatte a un comizio sindacale improvvisato che a non un concerto; sarà il mixer posizionato appena davanti ai musicisti, alla faccia di quello che sentiamo noi venti metri più indietro. Comunque sia, l'effetto finale è disastroso.

Il “rumore” a cui mi riferisco nel titolo non è solo quello del concerto dell'altra sera, ma piuttosto lo intenderei – più o meno come in elettronica e in informatica - come quel qualcosa che “sporca” un messaggio e lo modifica, anche radicalmente, nel suo percorso dall'emittente al ricevente. Cioè: tu mi dici una cosa e io ne capisco un'altra!

Nelle prime file, durante il concerto, intravedo telefonini forse di ultima generazione, comunque potenti e luminosi, con cui alcune signore fanno i video, tutti tenuti rigorosamente verticali, così che la metà alta dello schermo è sistematicamente sprecata a mostrare le pareti vuote della chiesa, mentre nella stretta inquadratura ci stanno solo una cantante o un suonatore per volta e gli altri bisogna andare a cercali con movimenti continui: video rassegnati a non rendere l'insieme di quello che succede, a non apparire mai decentemente in un televisore, quando basterebbe girare l'aggeggio in orizzontale per sfruttare l'ampia visione del grandangolo e per rendere disponibile il tutto magari anche a un montaggio con Steven Spielberg!

Non è poi solo un discorso di qualità del messaggio o del canale di comunicazione (il video in HD, la banda larga), ma soprattutto di codici che occorre avere i comune, di significati denotati (precisi, univoci, quasi inequivocabili) e connotati (quelli viceversa, anche molto diversi l'uno dall'altro, che i singoli o i gruppi attribuiscono, per storie loro personali) che ogni messaggio si porta dietro.
Perché in un mondo come il nostro in cui la ridondanza e precarietà dei mezzi di comunicazione (le cose si buttano via ogni pochi mesi) mettono spesso in seria difficoltà gli umani che quei mezzi si trovano a utilizzare, alla fine il rumore, in senso esteso, analogico, evocativo, è forse la cifra più caratteristica della comunicazione oggi.
Se no non si spiegherebbe come, in presenza di mezzi non solo facili e potenti come mai nella storia, ma praticamente ormai nelle mani di tutti, la comunicazione tra le persone, a tutti i livelli, dai più personali ai più politici, appaia desolatamente povera e difficile.
E non si spiegherebbe l'assuefazione, la rassegnazione, l'abdicazione dei sensi e della ragione di fronte a concerti cacofonici, a video e film dalle immagini deformate, ad aggeggi digitali utilizzati a volte con lo stesso atteggiamento dei cartoni animati “I pronipoti” degli anni Sessanta!
Cioè abbiamo in mano attrezzi molto spesso di una bellezza e qualità assolute (le voci e gli strumenti musicali, così come certe macchine elettroniche e digitali - Apple stores ormai più raffinati di Swarovski! - e software dalle possibilità mirabolanti), ma le modalità con cui siamo ormai abituati a consumarli, oggetti ed eventi, per lo più superficialmente, passivamente, perché “si deve” più che per convinzione, fa sì che ci sentiamo appagati dal semplice fatto di “usarli”, spesso senza nemmeno la cura di verificare se il risultato finale sia conforme alla qualità degli attrezzi o alle nostre intenzioni.
C'è troppo di tutto, non riusciamo a starci dietro, ci vergogniamo ad ammetterlo, e ci adeguiamo alle mode, ai costumi del branco. Mentre la qualità scivola sempre più in basso, come la immagini spazzatura, fotografie e video, che tolgono visibilità a quelle pure belle che qualcuno per fortuna si ostina a pubblicare nei social network, come l'assalto generalmente vincente dei mediocri alla cultura, alla società civile, alla politica, con risultati che – comunque la si veda e la si pensi – rendono la generale insoddisfazione l'altra cifra caratteristica, insieme con il rumore, del tempo presente.
Ricerca eccessiva della qualità dei singoli oggetti (sempre più belli, da rimirare in modo narcisistico, da specchiarsi) e rinuncia generale alla qualità dei risultati (sempre più irrilevanti e deludenti). Metafora riuscita di una società bipolare in cui, per fare un altro esempio, mentre si stabiliscono norme igieniche e sanitarie a volte ossessive nelle mense delle scuole o degli ospedali, si lascia che tutti veniamo avvelenati un poco ogni giorno dall'aria, dall'acqua, dall'alimentazione, lasciate in balia della legge inappellabile del profitto.

Il giorno dopo però, altro evento musicale: chiesa rinascimentale, come pure i cori, del 1500-1600. Niente microfoni o amplificazione, voci limpide e pulite e perfino, da ogni postazione, nonostante le dimensioni ragguardevoli dell'edificio, si capiscono distintamente le parole, pur col quel marcato riverbero che nei software di elaborazione sonora non a caso chiamano “effetto cattedrale”. A parte alcune parti in cui interviene una dulciana rinascimentale, l'antenato del fagotto, l'unico strumento che accompagna è l'organo, il gran padrone di casa, il signore di quella musica.
Io sto in piedi e mi muovo, un po' perché fa un freddo terribile (non c'è alcuna forma di riscaldamento e siamo probabilmente sotto zero) e un po' anche perché mi piace ascoltare da diversi punti della chiesa, osservando anche i soffitti, i dipinti, gli altari: in quell'ambiente, quella musica è perfetta, oggi come 500 anni fa! Il pubblico è coinvolto e attento e se ne sta per tutto il tempo in silenzio, per intervenire solo alla fine con un applauso lungo, forse commosso. Clamoroso, ma perfino i video con i telefonini, in un contesto così generalmente “giusto”, vengono girati tutti orizzontali...
No, per la verità no, non tutti! Un signore proprio all'ultimo momento, con il suo smartphone tenuto in piedi, ci riporta dalla magia senza età alla realtà del presente. Ma forse sarebbe stato chiedere troppo!

photo credit: Rosa Menkman <a href="http://www.flickr.com/photos/68716054@N00/5350243675">PNG</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/">(license)</a>
photo credit: Martin uit Utrecht <a href="http://www.flickr.com/photos/79847371@N00/25406593593">MacBook Pro 15" concept</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>