giovedì 20 agosto 2026

Quando i Bambini ci insegnano il Futuro

 Sto realizzando in una serie di 10 video di 15 minuti l'uno, dal titolo "Bambini Oggi, Educare nel terzo Millennio". Li rendo disponibili su YouTube come un "corso" gratuito, eventualmente introduttivo ad altri corsi più approfonditi, a distanza o in presenza, rivolti soprattutto a al mondo della scuola, se qualcuno li dovesse trovare interessanti.

Sto ricostruendo una storia, un progetto educativo e culturale che si è sviluppato in modo coerente e con risultati che ne hanno confermato la validità, attraverso i decenni, le aree disciplinari, i linguaggi e gli strumenti, di cui i protagonisti assoluti sono i bambini. E così recupero cose antiche, prendo, raduno, classifico, cerco di rendere il senso di esperienze vive e reali in cui, più dello studio, dei libri, della Rete, delle certificazioni, valgono proprio le risposte sul campo dei bambini: migliaia, che in diverse occasioni e paesi del mondo, a certe proposte praticamente sempre hanno risposto con un entusiasmo, impegno, gioco e lavoro, e idee e prodotti che, rispetto a tanti problemi del mondo di oggi, se uno li osserva con un minimo di attenzione e senza pregiudizi, gli viene da esclamare, con un grande sospiro di sollievo: ma allora, si può! 

Recupero non è nostalgia, anzi, è una di quelle cose che impongono svolte importanti oggi, dal punto di vista della professione e del pensiero. Personalmente, alla mia veneranda età, sto cambiando e correggendo quello che faccio e quello che sono, non per adeguarmi all'ennesimo fatuo spot di un sempre più evanescente mercato spacciato per "tecnologia", ma perché così richiede di svilupparsi la mia storia. Socialmente, applicato su larga scala, un atteggiamento analogo costituirebbe probabilmente una ricetta vincente per il futuro.

Cioè, vedere e considerare man mano, o anche distanza di tempo, quello che abbiamo fatto, pensato, prodotto, estrarre le cose che ci hanno dato idee, speranze, e farne cultura, invece che limitarsi per lo più descrivere, come succede da decenni oramai, quello che potremmo fare utilizzando certi mezzi hardware e software che quando finalmente abbiamo imparato a usarli, già non serve più perché ci sono già altri mezzi nuovi da descrivere e imparare - il mercato non si ferma, non ci aspetta! - e ogni volta dobbiamo ricominciare da capo, come se nel tempo non avessimo costruito niente!

Non a caso sui "social" sempre più dal niente ripartiamo, e sempre più nella vita e nella politica è un confronto sterile di opinioni astratte, campate per aria, lontane dalla vita che viviamo, prese da narrazioni altrui, su cui ci schieriamo con sempre maggiore aggressività, e che poi formano, queste aggregazioni di nulla, la confusione assoluta in cui stanno morendo le nostre società. Oltre l'abbondanza e potenza di mezzi a disposizione di ognuno di noi, che ci potrebbero trasformare tutti in dei capaci di controllare ogni attimo del nostro futuro, l'individualismo esasperato, il consumismo, la competizione, il narcisismo arrogante e saccente ci stanno rendendo sempre più incapaci di vedere, capire, comunicare. Stiamo vivendo un orizzonte desolato da cui rischia di essere bandita la speranza e, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini vive inquietudine, isolamento, impotenza, sul pianeta pochi potenti ignoranti e arroganti come non mai, tessono indisturbati e impuniti le loro trame di violenza, odio e guerra.

 Personalmente, mi rendo conto della gravità di un errore ricorrente. Quello di pensare che avendo per esempio fatto schede e relazioni della nostra bella esperienza, basti segnalare, mettere a disposizione, indirizzare altri a quel materiale, perché la comunicazione si realizzi. Come se l’oggetto potesse quasi da solo trasmettere l’esperienza, come se gli altri fossero in grado, da una documentazione, anche ben fatta come un libro o un video, di trarre le stesse emozioni, suggestioni, conclusioni scientifiche di chi quella documentazione ha prodotto. Errore! Il più delle volte gli altri si fermeranno ai titoli, e tutta quella miniera resterà materiale inutilizzato, in un contesto in cui anche i migliori sono assuefatti alla fretta e alla velocità,

Anch’io mi rendo conto per esempio, che in un corso recente con insegnanti, in cui ho mostravo esempi di prodotti stampati, video, siti web, ero andato un po’ a memoria, avevo ripreso cose che mi ricordavo essere importanti, ma non avevo svolto su quel materiale lavoro preliminare di revisione approfondita che mi avrebbe permesso, quelle stesse cose, di proporle con tutta un’altra efficacia e profondità. Come quando ritrovo adesso, e però rivedo con la dovuta attenzione per esempio quei disegni incredibili dei bambini della scuola dell’infanzia, quella volta che avevano osservato gli uccelli in giardino e mi avevano spiegato, con grande efficacia che, quando atterra, il merlo allarga le ali, ma anche la coda!

Mi sto muovendo tra gli scaffali in casa, le macchine nuove e antiche, i dischi rigidi, i CD ROM e i DVD, i supporti video e audio digitali e analogici, la Rete. E sono stato in questi giorni un sacco di tempo a fare fotocopie.

Alla mia età e con la mia storia professionale, questo delle fotocopie è un lavoro per cui magari dovrei avere una segretaria, o uno studente, che lo fa. E mi viene anche da chiedermi anche, visto la carenza clamorosa di versioni digitalizzate di materiale che avevo lì da tanti anni, perché mai non l'ho fatto prima, quando tante volte mi annoiavo o giravo in tondo. L'idea interiorizzata mio malgrado di efficienza mi fa istintivamente rimpiangere il tanto tempo che ho perso. Più o meno come quello che ho passato sul divano anche in questi ultimi due mesi, con il ventilatore a palla, complice il caldo, a dormire di giorno perché era più facile che di notte.

E invece mi accorgo che da questa "noia" dell'acquisire adesso e rinominare la pagine a una a una, insieme con la musica assolutamente casuale che intanto lascio andare, dalla collezione di pezzi rock, pop, classici pure acquisiti in passato e salvati nelle cartelle di musica del PC, man mano che il lavoro procede in un tempo forzatamente lento e senza fretta, emergono memorie, e pezzi di esperienza sparsi si ricompongono, ma non come in un puzzle di cui già si conosce la figura finale. Sarà una composizione del tutto nuova e diversa, che già dal primo incontro casuale dei vari pezzi si illumina e svela punti di vista inediti e inaspettati. La realtà si sta ricostruendo in altri modi, con nuove suggestioni, qui, adesso, come in un altro momento non sarebbe successo: intuizioni, idee, collegamenti con i problemi, i dubbi, le delusioni, le speranze e i progetti proprio di questo presente, o dell'immediato possibile futuro.

Perché poi, se vai oltre l'intuizione che risveglia una curiosità intrigante, ti rendi conto che sono proprio i momenti così che risvegliano la capacità di sentirsi vivi, attivi, in grado forse di procedere oltre, a partire da una storia che mentre la ritrovi ti restituisce le radici su cui far cresce il nuovo albero della conoscenza, e del fare.

 Bello, perché è proprio come nelle esperienze di animazione con i bambini - quelle che sto cercando di rendere nei video e negli altri articoli che sto scrivendo intorno - quando sono contenti di una bellezza che sentono crescere dentro di sé, mentre in cooperazione con gli altri ottengono soddisfazioni che mai potrebbero essere date dalla competizione.

E proprio qui sta il problema principale, la difficoltà ricorrente, data un'esperienza anche ricca e ben documentata, di condividerla con altri disposti a fare altrettanto con una parte almeno della loro esperienza. Non è evidentemente un problema solo tecnico, ma già trovare un modo semplice ed efficace per connettere in rete gli elementi significativi delle rispettive esperienze e combinarli insieme per produrre qualcosa che vada oltre, è una cosa tanto facile da dirsi quanto estremamente difficile da realizzare in pratica. Ci si prova poco e di solito, più che cercare soluzioni, ci si affida pigramente alle piattaforme commerciali di condivisione esistenti, che ovviamente sono state fatte con altri scopi, e dopo qualche timido tentativo si conclude che è impossibile, e ognuno ritorna a barcamenarsi per conto suo.

In realtà, più che una magica app che ci risolva i problemi come per magia, o miracolosi prompt che attivino per noi l'intelligenza artificiale, dovremmo prima cercare seriamente all’interno del gruppo, in un confronto serio e approfondito, le motivazioni che muovono ognuno noi e stabilire presto obiettivi magari inizialmente limitati, ma raggiungibili, per incominciare a porre a chi partecipa e perché no al mondo intero per esempio la domanda:

Davvero è possibile dall'esperienza con i bambini ricavare insegnamenti utili a risolvere certe difficoltà che affliggono oggi le società umane, per esempio trovare un modo sereno e non problematico di interfacciarsi con la tecnologia, come strumento per espandere le nostre vite, in collaborazione e non in competizione tra gli umani?

Da quello che ho visto, sperimentato e sentito in tutti questi anni e da ciò che mi torna mentre dal passato recupero materiale digitalizzato, ricordi e associazioni di idee, per quanto mi riguarda la risposta è certamente sì. Serve però un lavoro ben fatto, con emozione, curiosità, speranza, rigore scientifico.

Già in passato questa intuizione ha attraversato il pensiero e la cultura. A memoria viene in mente Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, che non a caso esce nel 1968, ma l’affermazione più importante di questa verità oggi più attuale che mai la conosciamo tutti, ed è addirittura alla base della cultura cristiana, nel Vangelo: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Ovviamente, non bisogna idealizzare l’infanzia e, se dire che il mondo governato dai bambini sarebbe migliore è una bella suggestione, così come se fosse governato dalle donne, dopo tanti secoli di patriarcato, è importante sapere che non è affatto automaticamente vero, perché i bambini poi, come le donne, prendono esempio dai modelli e comportamenti esistenti dominanti, adulti e maschili. Anche tra i bambini poi esistono paura, prepotenza, aggressività, e come unico splendido esempio possiamo citare Il Signore dello Mosche, Il romanzo originale di William Golding del 1954, lo splendido film di Peter Brook del 1963, la replica del 1990 e la mini serie televisiva che è uscita proprio quest’anno, 2026.

Se si parla di una possibile redenzione dell’umanità, il discorso va riferito a bambini, donne, uomini liberati almeno in parte dalle innumerevoli limitazioni che hanno sempre reso la nostra storia così difficile e travagliata. E ovviamente dobbiamo tenere presente che, oltre le nostre aspirazioni e il nostro impegno, si tratterà comunque di una libertà sempre parziale, irta di contraddizioni, tra natura e cultura. Serve comunque darsi da fare, a partire dalle condizioni del mondo in cui viviamo, per provare a renderlo migliore.

Oggi, un dato radicalmente nuovo è che siamo in presenza, solo da pochi decenni, di una tecnologia che per la prima volta nella storia mette a disposizione in maniera potenzialmente del tutto democratica gli stessi mezzi per fare l’informazione, in una società basata sull’informazione, nelle mani di qualsiasi cittadino del pianeta terra, compresi i bambini. L'immediatezza e facilità d’uso di base permettono di rompere le gerarchie tradizionali tra chi trasmette la conoscenza e chi soltanto la può ricevere, tra chi produce e chi soltanto consuma. Dall’osservazione e corretta comunicazione della cultura che i bambini sono in grado oggi di produrre, anche questo aspetto, il più difficile da comprendere, perché rappresenta una autentica rivoluzione rispetto a una tradizione millenaria, può emergere con evidenza, consentendo l’avvio del necessario salto culturale a una umanità che oggi complessivamente sta consumando in modo capillare la tecnologia del 2020 con lo stesso atteggiamento e conoscenza dei primi anni 1970. Che è probabilmente il problema alla base di tanti altri, su questo tormentato pianeta.

Oggi stiamo delegando all'intelligenza artificiale la messa in ordine del sapere mondiale (cioè di quella parte che da libri, giornali, archivi di immagini, ma anche conversazioni sui social network, è stato e viene travasato negli archivi digitali), e molti credono che rimescolato e rielaborato più o meno automaticamente ci possa dare la risposta a ogni domanda. Ma l'intelligenza artificiale non è in grado per esempio di scegliere da sola se nutrirsi di informazioni scientifiche ufficiali, piuttosto che di divagazioni di no vax, osservatori di scie chimiche, terrapiattisti; non può distinguere tra onnivori e vegani, né valutare la veridicità di informazioni false che, nel momento in cui si moltiplicano e vengono condivise in modo acritico attraverso la rete globale, potrebbero a un certo punto apparire come vere.

Di fatto l'informazione di massa, da quanto si è diffusa l'intelligenza artificiale, non solo non sta migliorando, ma si sta uniformando in gran parte ai livelli più bassi di ignoranza e pressapochismo, quando non di settarismo spinto, razzismo, e conflittualità senza precedenti a tutti i livelli, che dagli ambienti virtuali della rete si riversano sempre più anche nella vita quotidiana, nelle strade e nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella case della gente.

L'intelligenza artificiale non pensa, non immagina, non desidera, e non sente il peso e l'emozione della vita, che è ciò che fino a qui ha mosso la storia dell'umanità, e senza una supervisione umana seria e rigorosa in realtà può anche funzionare benissimo per un po', ma a un certo punto commetterà senz'altro errori che da sola non sarà in grado di correggere.

L'urgenza del presente non è quindi solo attrezzarsi per poter lavorare sempre meglio insieme con le macchine - il che ovviamente va fatto - ma in parallelo sviluppare al più presto, anche con l'aiuto delle macchine, la capacità degli umani - tutti gli umani, non solo gli specialisti, ognuno al suo livello, come livello minimo di alfabetizzazione - di documentare e riorganizzare la nostra personale esperienza, le memorie e documenti di cui conosciamo origine e modalità di produzione, in modo da stabilire blocchi di sapere e conoscenza pensati e sviluppati insieme, tra donne, uomini, bambini, e funzionali al nuovo, al futuro che intendiamo costruire, verso obiettivi precisi stabiliti non dal mercato o da fantomatici algoritmi, ma dai bisogni, dai desideri, dalle intenzioni delle persone e delle comunità. Anche perché in questo modo banalmente, se anche gran parte del mondo in cui viviamo sarà comunque poi affidato si sistemi artificiali, almeno sapremo come le cose più o meno funzionano e potremo inserirci nel gioco con un minimo di consapevolezza e autostima.

La tecnologia è per l'uomo, e non viceversa, e molti dei problemi che oggi ci assillano e ci sembrano insormontabili, probabilmente potrebbero essere risolti.

Non lo sapremo mai, se non ci proviamo, e i bambini ci insegnano che tutto questo è assolutamente possibile, da subito.


giovedì 26 giugno 2025

Il festival virtuale, per ricominciare

Torno dopo tanto tempo a usare questo mio blog personale, è il momento!

Lo scorso ottobre si è svolta a Brescia, un po' in sordina, la prima edizione della rassegna "I Bambini si Raccontano in Video".

Per chi non ha partecipato di persona, ricordo che sono ora disponibili in rete, nel canale YouTube TheLook of Children, il trailer, le 4 raccolte di opere di varia provenienza, e anche "l'ospite d'onore" Spirit Ship, film bellissimo del 2011, grande esempio di come l'arte può trovare strade nuove e sorprendenti dall'incontro con i bambini. E poi una sorta di "spot", inventato da un bambino di 5 anni, all'inizio dela laboratorio del 20 attobre.

Invito tutti a guardare, iscriversi al canale e magari riprendere insieme un discorso che può essere, oltre che culturalmente importante nel mondo di oggi, anche divertente e carico di speranza.

Era dunque successo, per tornare alla rassegna, che pur avendo raccolto molto materiale dall'Italia e dall'estero, c'era stata nei mesi precedenti una difficoltà di connessione soprattutto con le scuole locali, che corrisponde purtroppo a un problema generale, quando si tratta di coinvolgere il mondo dell'educazione in qualcosa che vada oltre la quotidianità dei programmi e della burocrazia, o l'eccezionalità dell'accesso alle risorse economiche del PNRR. Succede in particolare se ci sono di mezzo la fotografia e il video, in questo strano mondo in cui in cui in nome della "privacy" si sta in molti casi cancellando dalla comunicazione educativa il sorriso dei bambini e dei ragazzi, sempre più associandolo nel sentimento comune al pericolo e alla paura. E se questo serva a "proteggere" le giovani generazioni, oppure sia per loro nel lungo periodo un danno enorme, ingigantendo timori irrazionali e consegnando la gestione delle immagini che tutti, anche i bambini, ormai produciamo e pubblichiamo incessantemente con i telefonini, semplicemente nelle mani incontrollabili del mercato, sarebbe una questione interessante da affrontare.

Molti educatori pensano che sia utile far conoscere meglio le cose buone e belle che succedono nella scuola, mostrare alla società e all'opinione pubblica che non ci sono solo il bullismo e tutti quei problemi e sindromi per cui sempre più bambini vengono etichettati e affidati agli psicologi. Tanto più che oggi lo si può fare, come un tempo non era possibile, attraverso la voce dei bambini stessi che, se stimolati a un uso attivo e consapevole, sono in grado di utilizzare in prima persona e attivamente i mezzi audiovisivi, e in generale la tecnologia, giocando come sanno fare i bambini, con una libertà e una autonomia dagli stereotipi correnti che la maggior parte dei cittadini consumatori in crisi della società dell'informazione nemmeno si immagina.

Il canale e la Community YouTube, così come le pagine web del progetto, possono essere luoghi virtuali efficace per la condivisione dei video e il confronto tra educatori, insegnanti e in generale chiunque sia interessato.


Ho pubblicato dunque in questi giorni il trailer della rassegna, in parte "restaurato" nel video e nell'audio, anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale - suggerisco il confronto con le vecchie immagini cubane SD buie e sgranate della presentazione di 6 minuti di un anno fa, e si può fare di meglio, dato che io so usare ancora in modo approssimativo gli strumenti! - e poi le 4 raccolte per la durata complessiva di un'ora, che avevamo presentato al pubblico presente nella sala a Brescia. YouTube mi dice che "Opere 1" e "Opere 4" sono parzialmente bloccati per problemi di copyright e che in alcuni paesi potrebbero non essere visibili. Dato che sono assemblaggi di lavori altrui, ho cercato di capire invano quali sono i video responsabili, e se qualcuno ha idea di dove e come si possono controllare meglio queste cose, attendo suggerimenti.

In pratica, la parte spettacolare della rassegna è ora tutta disponibile in rete. Ho aggiunto poi una brevissima sequenza in cui in pochi secondi un bambino di 5 anni ci dà una lezione su come la comunicazione audiovisiva oggi può essere in realtà subito un gioco, bello, attivo, entusiasmante, oltre certi stereotipi e banalizzazioni correnti.

E pensavo. Se un progetto ha un suo senso, una possibile utilità per le nuove generazioni e per la società in generale, anche se in alcune fasi trova difficoltà ad affermarsi, non è proprio il caso di rinunciare.

Così torno a mettere in ordine anche le pagine web, con un riepilogo scritto a caldo ancora a novembre, un po' di cose che si potrebbero fare (ma si tratta di vedere insieme, ne potremmo in realtà fare altre), e di nuovo vado a cercare i diversi interlocutori, con cui nei mesi precedenti alla rassegna c'era stato un contatto diretto, augurandomi che ci si possa ritrovare e magari escogitare insieme un modo semplice ed efficace per allargare il discorso..

Sono tempi in cui anche l'educazione, come del resto la politica, più che preparare il futuro sembra inseguire giorno per giorno gli umori più superficiali che agitano l''opinione pubblica, con soluzioni grottesche (e probabilmente illegali) come la proibizione dell'uso di strumenti come il telefono cellulare a scuola, negando di fatto una volta di più una possibile alfabetizzazione a un uso attivo e consapevole della tecnologia, oltre gli stereotipi indotti dal mercato.

Informatevi prima per favore, almeno, studiate! O almeno ascoltate i bambini veri, che hanno tante cose da insegnare!

Dal mio ultimo laboratorio, con molte classi della primaria di un istituto comprensivo, c'è per esempio questo video su bambini e robot che varrebbe la pena di vedere.

Ma più in generale, c'è un'informazione, anzi una comunicazione dal basso che sempre più è urgente che impariamo far funzionare, per riscoprire insieme, adulti e bambini, l'efficacia e il piacere di mettere insieme gioco ed esperienza, natura e tecnologia, cultura e collaborazione tra gli umani, oltre l'ignoranza, la diffidenza, le paura, le risse, la guerra.

domenica 12 giugno 2022

Il blog, la musica, oltre quel vuoto intorno

Sono tempi brutti, e il timore è che l'egoismo, il narcisismo imperanti possano portare a un peggio che non conosciamo, non solo nelle relazioni personali, nell'economia del nostro travagliato paese ma, come in un pessimo film di fantascienza, in tutto quanto il pianeta, esposto come non mai alla catastrofe ambientale, alimentare, sanitaria, e alla guerra.

Da tempo non frequento questi miei blog personali. Scrivo regolarmente su una rivista in rete, ho scritto e ancora scriverò e pubblicherò con editori o da solo, poi dopo il primo lockdown mi sono messo a scrivere, suonare, cantare (anche se suono male e canto peggio) canzoni e a farne videoclip.

Questa attività mi dà qualche piccola soddisfazione, verificando come si può ancora studiare, , imparare, migliorare un po' anche alla mia età.

Con i bambini l'ultima esperienza è stata bellissima. Ha fatto un laboratorio di animazione teatrale con un gruppo numeroso che mi arrivava alle 4 del pomeriggio, dopo 8 ore di scuola! E ho verificato una volta di più (come in centinaia di attività nei decenni trascorsi) che non è nella scuola dei test e delle verifiche che è possibile capire che cosa i bambini imparano, perché ogni vero apprendimento o espressione, o produzione di cultura, va sempre oltre quello che può insegnare un maestro. Cioè: l'educazione non funziona quando l'allievo ripete quello che ha imparato dal maestro, ma quando da quello che il maestro ha insegnato viene stimolato poi a fare altro, qualcosa di più, di suo. Elementare, Watson!

Ma di solito questi "apprendimenti" veri nessuno li considera e, nello scenario di oggi, questo ha effetti molto più gravi e devastanti che in passato. Perché nel nostro tempo alle categorie culturali e ai riferimenti sociali tradizionali si è sostituita una confusa e incontrollabile sovrabbondanza di informazioni, stimoli, possibilità potenzialmente enormi ma per i più impraticabili di essere protagonisti e di produrre, con una diffusione orizzontale capillare dei mezzi nelle mani di tutti, resa però quasi totalmente inutile da una cultura assuefatta al puro consumo, alla passività, alla rinuncia sistematica a ogni tipo di responsabilità e di iniziativa vera sulla realtà. Il risultato un centralismo sempre più spinto, una ipertrofia burocratica, uno spreco sistematico di risorse e potenzialità, con gli umani che invece di mettersi insieme per utilizzare la potenza della tecnologia diffusa, si fossilizzano in comportamenti disperanti: chiacchiere a non finire su ogni cosa, pur di non partecipare personalmente; incapacità assoluta di ascolto e rissosità dilagante, per cui su ogni cosa, importante o frivola che sia, non ci si parla e non si costruisce ma ci si schiera; costrizione delle possibilità di democrazia infinita e quasi assoluta della Rete dentro le gabbie strette e rigide dei social network, in cui ogni analfabeta può entrare e credere di dire la sua, ma in cui in realtà ogni cosa ridotta al servizio del profitto di pochi padroni del vapore, secondo meccanismi di mercato obsoleti in cui le nuove tecnologie, a parole esaltate come se ci stessero portando a chissà quale evoluzione epocale, in realtà vengono distrutte e annichilite.

I bambini, che prima di essere addestrati a comportarsi sulla base di schemi e stereotipi, nei primi anni di vita almeno cercano di vivere, queste cose le sentono, le soffrono in modo particolare, e soprattutto soffrono il fatto di vedere sistematicamente ignorato quello che sentono, che imparano, che sanno e che sono, come persone. È dalla falsità dell'ambiente in cui li costringiamo a crescere, che derivano tanti problemi "insolubili", e non a caso durante attività come quelle di animazione, in cui semplicemente li si incoraggia a tirare fuori ed esprimere quello che hanno dentro, problemi come il deficit di attenzione e il bullismo quasi non si registrano.

Cito anche qui le parole testuali di due bambine di 9 e 10 anni:

"Il maestro ci ha lasciato la possibilità di ragionare, di inventare, e questo mi è piaciuto".

Io penso che è molto divertente condividere con gli altri la mia fantasia, senza che nessuno mi critichi per le cose che mi piace fare!”

Più o meno è successo lo stesso anche a me in quanto allievo, quando ho chiesto aiuto al mio amico Piero musicista per le mie canzoni da pubblicare on line. Dopo dritte, insegnamenti, raccomandazioni, difficoltà e incomprensioni, momenti di frustrazione sul come suonare, cantare, fare le musiche, metterci quello strumento oppure no, mixare come voleva lui o come preferivo io, a un certo punto mi sono accorto che riuscivo a fare meglio anche da solo, che certi errori grossolani li stavo superando, non perché mi adeguavo a quello che mi diceva - sarebbe per esempio impossibile, per me dilettante che va per tentativi, trovare nelle scale musicali quello che mi dice lui, che certe cose le respira da una vita! - ma perché stavo probabilmente interiorizzando il senso di critiche e osservazioni che pure in certi casi lì per lì mi avevano messo a disagio. 

Così funziona un maestro!

Qualcosa di simile era successo anche a suo tempo con la mia editor con le edizioni Sonda. Mi proponeva correzioni ai miei testi che in certi casi, se avessi risposto d'impeto, probabilmente sarebbero stati litigi furibondi. E invece, dal confronto di punti di vista a volta anche molto diversi, riuscivamo poi a incontrarci più avanti, a trovare una sintesi che ci metteva d'accordo, con risultati finali di un livello che mai sarebbe stato raggiunto se io fossi rimasto sulle mie idee e lei sulle sue. E credo che abbiamo fatto dei buoni libri, anche se a 12 anni dall'ultimo non sono più in catalogo.

La prossima canzone si chiamerà "Gente che rinuncia". Ho scritto la prima strofa un giorno che cercavo di farmi passare un attacco di depressione, in netta difficoltà nelle relazioni personali, negli affetti e sul lavoro. E scrivere in quel caso mi ha fatto subito bene. Come mi fa bene uscire nella natura, fare un giro in bicicletta, leggere un bel libro o guardare un bel film, ritrovarmi con persone che conosco o anche no a condividere per qualche momento pensieri ed emozioni.

Ho finito testo è musica, forse ho capito come cantarla e suonarla e, come anche questo articolo che sto scrivendo ora, mi serve a capire, ritrovarmi con me stesso, andare avanti non arrancando, arroccato a difesa delle mie debolezze, ma inventando magari qualcosa di nuovo, che mi piace.

Vedo intorno persone anche care, che si lasciano scomparire all'orizzonte senza che chi vuole loro bene possa fare niente per essere con loro. Paradossalmente, lo stare male e le insicurezze diventano una identità a cui aggrapparsi, mentre il flusso di doveri, lavoro, famiglia, impegni necessari o anche no - purché siano impegni, cose che non si può non fare! - porta via e trascina in un vortice che dà un ritmo preciso e non lascia il tempo di fermarsi per pensare, scegliere, desiderare, esistere magari anche per noi. E progressivamente separa, per sé e per gli altri, la volontà dalla responsabilità. Poi gli chiedi come stanno e ti dicono "Non tanto bene!" Perché ovviamente ne risentono la qualità della vita, l'umore, la salute.

Un'altra cosa mi hanno detto i bambini che è piaciuta molto durante le attività di animazione, banale, ma importantissima, essenziale: è stato bello fare le cose insieme!

 

venerdì 21 gennaio 2022

Gestire la complessità, parte terza



L’umanità dell’informazione al bivio tra conformismo acritico e intolleranza o consapevolezza e responsabilità
 

...parte prima; ... parte seconda

4. Alienazione 2.0

Il linguaggio e le parole sono il modo principale con cui gli umani pensano la loro vita. È una cosa talmente automatica e quotidiana che non ce ne rendiamo conto, ma banalmente capire quello che diciamo, riferirlo alla nostra esperienza, usare termini che trovano corrispondenze nel pensiero e quel pensiero svolgerlo in modo armonico e sereno, è importante. Dovere di continuo adeguarsi a qualcosa che arriva comunque dal di fuori, perché è di moda, perché le convenzioni sociali, perché la tecnologia, perché il nostro ruolo, perché così va il mondo, alla lunga deprimono, producono insicurezza e perdita dell’autostima, appiattiscono e intristiscono la vita.

Mi capitò anni fa con una collega che lavora in campo ambientale e con i bambini, una brava, intelligente e istruita, una di quelle persone che non si trascinano nel mondo aspettano di sapere dagli altri che cosa devono fare. Stavo parlando e, nel mezzo di un ragionamento, usai una termine già allora comune e dissi “Due punto zero!”

Ricordo la sua espressione assolutamente basita. Credo che mi fermai, spiegai con altre parole che cosa intendevo dire. Poi però, siccome ritengo che per vivere in mezzo agli altri serva anche tenere conto delle interazioni con la gente, provai a pensarci, a farmi qualche domanda. Cioè: avevo incontrato una sacca inaspettata di umana insipienza (per cui chi non sa casca dal fico, ma sono lacune sue), oppure ero io che forse avevo usato una espressione che, per quanto in voga, linguisticamente non andava bene?

Le persone normali contano “1,2,3,4”, a voce, con le dita. E ci si capisce, fin da bambini, ci viene naturale e questo tipo di numerazione si può applicare a qualsiasi cosa. Ma ecco a un certo punto che quelli al passo con i tempi (o che più banalmente se la tirano), quando parlano di “tecnologia” incominciano a contare “1.0, 2.0, 3.0”. E la terminologia entra nel linguaggio corrente, si diffonde. A parte però che in italiano per indicare i decimali bisognerebbe usare la virgola, dai tempi della scuola dell’obbligo tutti sanno che “virgola 0” è una espressione assolutamente priva di senso: la virgola si mette solo quando dopo c’è un numero, un decimale, non il nulla!. Domanda allora: perché lo diciamo?


Scuola primaria Arici, Brescia 2002
disegno a mano di Matteo, IIIa, dopo i disegni al computer 

Chiedo perdono se azzardo un’ipotesi. La maggior parte usano l’espressione per non sentirsi tagliati fuori. Tutti lo dicono e anche io lo dico, anche se non so assolutamente che cosa significhi. In un mondo in cui Narciso detta legge, parlare come quelli che sanno di “tecnologia” (uso le virgolette, perché è alquanto strana l’idea che da alcuni anni abbiamo della tecnologia) diventa un imperativo sociale. Anche se usiamo i nostri aggeggi digitali al 5% delle loro possibilità, anche se luoghi comuni sostanzialmente privi di senso come quello dei “nativi digitali” rischiano di far crescere le nuove generazioni in un equivoco devastante, fornendo un facile alibi alle generazioni adulte per giustificare i propri fallimenti educativi.

Intorno, mentre i ritmi e la quantità di informazioni si fanno sempre più incalzanti e invadenti, forse per recuperare altrove una sicurezza che l’ignoranza generale dei mezzi certo non consente, i sistemi di istruzione, le aspettative e i riconoscimenti sociali spesso, invece di rendersi più fluidi ed elastici, si arroccano su anacronistici sistema di valutazioni, omologazioni, certificazioni che negano di fatto la natura stessa del cambiamento. Così i cittadini della società dell’informazione non solo non hanno gli strumenti concettuali per comprendere e gestire la ridondanza, ma nessuno si preoccupa di darglieli, anche perché il sostanziale analfabetismo di base alimenta l’economia e il mercato, con tutti a dotarsi affannosamente di ogni sorta di strumento tecnologico che possibilmente faccia, pensi per noi, e aziende planetarie che costruiscono imperi miliardari mai visti praticamente sul nulla, millantando di liberare noi poveri consumatori dalle responsabilità.

Il modello “positivo” è quello ben pronosticato nei cartoni animati dei Pronipoti, degli anni 60 del secolo scorso, un “futuro” reso facile e automatico da macchine che ci sostituiscono in tutto. La faccia negativa è la ribellione delle macchine, l’umanità schiacciata da un progresso tecnologico che è impossibile controllare o che, nelle mani di un pugno sempre più ristretto di individui, si trasforma nel Grande Fratello, o provoca quelle catastrofi di mostri e lotta selvaggia di tutti contro tutti che dalla letteratura e dal cinema direttamente entrano nell’immaginario della gente, dipingendo scenari sempre più apocalittici di angoscia e paura, che si riflettono sul mondo reale e lo rendono molto più difficile da vivere.

L’orizzonte culturale di restringe, si rifiuta il ragionamento, la riflessione. Ma si approfitta della rete telematica mondiale - nella sua versione addomesticata, regolamentata entro schemi preconfezionati e rigidi stabiliti dai padroni privati dei social network, che ci esimono apparentemente da ogni responsabilità – per esporre le proprie idee comunque, affermare una identità, contemplare la propria presenza “digitale” sugli schermi. Ci colleghiamo con quelli che la pensano come noi, troviamo il nostro schieramento, ci mostriamo all’esterno spesso attraverso pochi tratti distintivi schematici, titoli, slogan riassuntivi che, negando in partenza la complessità, allontano progressivamente sempre più la possibilità di affrontarla. Perché intanto diamo per scontato che, per quanto facciamo sentire la nostra voce in rete, le decisioni vere sulla vita reale di noi e di tutti le prenderà comunque qualcun altro.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIb
disegno al computer: Bosco!

Se l’umanità degli anni 1990 appariva
piuttosto frastornata dallo sviluppo tecnologico incalzante e culturalmente impegnativo - i personal computer, il World Wide Web - e comunque fiduciosa che se non fossimo stati capaci noi di fare il salto culturale necessario, ci avrebbero pensato i nostri figli, quella del 2000 è stata “tranquillizzata” da una tecnologia che si è abbassata al livello di chiunque – i telefonini, i social network – e a quel salto culturale sembra avere ormai rinunciato. Non ha imparato niente di nuovo e nemmeno pensa più davvero che serva imparare - non lo fanno più neanche i nostri figli, la curiosità, la ricerca, il gioco ridotti a una scelta tra gli scaffali di software sempre più predigerito - perché c’è chi apparecchia ogni cosa per noi, c’è una app per tutto, e in fondo naufragar ci è dolce in questo mare. Come una ubriacatura, una droga sotto il cui effetto tutto sembra apparentemente funzionare, per possibilmente allontanare un mondo reale di cui – perdonate il ritornello, ma qui sta il punto - ci rifiutiamo di condividere la responsabilità.


5. La società dell’informazione interrotta e il trionfo dell’inutilità

Non è da ieri che si studia e si descrive come funziona l’informazione, e alcuni punti fermi sono ancora validi e possono essere ben compresi anche dai bambini.

C’è un emittente, che produce il messaggio, e un destinatario, a cui il messaggio arriva; c’è un canale attraverso cui viene trasmesso e un codice, lingua, alfabeto, numeri, immagini o altro, che il destinatario deve conoscere, ne no gli è impossibile capire. Poi importante è il rumore che - come il traffico durante una conversazione, le interferenze durante una trasmissione radio - può disturbare in vario modo vario la comprensione del messaggio, fino a renderlo inintelligibile del tutto.

Questo schema, mutatis mutandis, vale per la trasmissione di dati come per le comunicazioni tra gli umani. Ma ci sono altri fattori che vanno considerati, caratteristici del tempo presente, e non derivano a mio parere tanto dalle novità tecnologiche, quanto dall’atteggiamento degli umani.

Uno: i tempi di attenzione. Li si descrive spesso oggi come “fatalmente” sempre più ridotti, come se fosse una evoluzione antropologica e non una abitudine mentale. Si parla di bambini che più di otto o dieci minuti non sono in grado di seguire la lezione della maestra, così come qualsiasi altra cosa. Ma davvero?

Come si fa per esempio a procedere attraverso i livelli di un videogioco, se non si presta attenzione? Ed è una attenzione che molti ragazzini riescono evidentemente a tenere viva per molte ore di seguito! E come mai se quello che dico o che faccio è interessante, succede invece che come per magia i bambini mi seguono?

Senza sottovalutare la desuetudine a stare attenti, che effettivamente riguarda un numero crescente di individui e può creare problemi, forse dovremmo inquadrare la questione in un contesto in cui l’overdose da informazione sollecita banalmente reazioni di difesa da parte degli umani, per cui l’attenzione scatta solo in presenza di una motivazione sufficientemente forte. E nell’emettere il nostro messaggio, sarebbe bene tenerne conto.

Due: la sostanziale autoreferenzialità di molti messaggi, quello che potremmo chiamare anche “effetto specchio”. Cioè, siamo talmente presi dalla intenzione alla base della nostra comunicazione, che non andiamo poi a verificare quale messaggio arriva in effetti al destinatario.

Ho già commentato nella prima parte di questo articolo (capitolo 2) – e mi sembra un ottimo esempio - la per me bizzarra e contraddittoria strategia linguistica “inclusiva” a base di asterischi che alcuni praticano nelle loro comunicazioni scritte. Di fatto, a parte quelli che la condividono, non credo che servano indagini scientifiche approfondite per dire che i destinatari di questi messaggi dal genere indefinito e dalle vocali mancanti molto spesso ne sono irritati, o semplicemente ridono.

Domanda: come può essere inclusiva una comunicazione che nei più suscita fastidio o ilarità?

Di seguito, due esempi di paradossi che mi sembra rendano l’idea di come il flusso continuo di informazione in cui viviamo immersi sia spesso interrotto e inutile.

Se ci chiamano a parlare in televisione, chiunque di noi, ci spiegheranno che  dobbiamo sbrigarcela in pochi minuti, perché se no dopo ci tagliano: i famosi implacabili, inappellabili tempi televisivi!

Ma se guardiamo trasmissioni di grande popolarità come “Uomini e donne”, vediamo che lì al pettegolezzo, al cazzeggio, al bullismo, alla litigiosità in TV non si pone alcuni limite: quelli possono parlare per ore di niente, e vanno bene, fanno audience!

Ci sono blog culturali, perfino social network di nicchia culturalmente impegnati, in cui ogni discussione sui destini del mondo, anche lanciata da menti eccelse, quale che sia l’argomento sembra destinata ad arenarsi entro pochi interventi e commenti. E il pensiero non procede, i nuovi media non diventano quel moltiplicatore di idee e iniziative che ottimisti pionieri avevano forse incautamente profetizzato.

Se invece in Instagram, Facebook, Twitter o Tik Tok si “postano” a volte assolute scemenze, o foto o immagini semplicemente curiose o intriganti, ecco che può capitare che intorno si scateni un delirio di “mi piace”, faccine, cuoricini, commenti di ogni sorta, fino a far diventare quelle scemenze “virali”.

Più che di mutazioni antropologiche o della natura dei mezzi, credo si tratti più banalmente della manifestazione di un generale disagio e senso di impotenza che si avvitano su se stessi., assuefatti come siamo a non esprimerci in contesti “costruttivi”, ma solo a fornire testimonianze e attestati di presenza entro cornici protette.

Solo che vivere immersi in un flusso di informazioni che riguardo alle cose importanti ci lascia abitualmente inespressi e insoddisfatti, alla lunga non fa affatto bene.

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