mercoledì 5 agosto 2015

Felini digitali



C'è un gattino ospite in casa, in questi giorni, che quando non cerca di arrampicarsi con le unghie sulle mie gambe, come ha fatto stamattina (e gli ho anche urlato dietro, ma mi ha fatto male!) è per molti versi simpaticissimo.
Dato che non sta fermo un momento ed è curioso di ogni cosa, ovviamente di più di quelle che si muovono, ho provato a proporgli uno di quei videogiochi che una nota casa di alimenti per animali he ideato per le nuove generazioni di felini che, cresciuti in familiarità con gli schermi, pare abbiano naturalmente sviluppato nuove competenze digitali.
L'altro gatto che bazzica abitualmente in casa, che non ha mai usato la sabbiolina e fa i suoi bisogni rigorosamente all'aperto, ma in compenso ama bere dal rubinetto, non è in effetti molto per i videogiochi. Probabilmente è un fatto generazionale. Se pensiamo che un anno di un gatto ne vale tanti dei nostri, praticamente lui è un felino del secolo scorso, quando i tablet non c'erano ancora.

Il gattino dunque, che per la cronaca si chiama Alpha (nome impegnativo, emblematico!) si interessa ai pesci del videogioco e toccandoli con la zampina scopre che li può mandare a fondo, con accompagnamento sonoro di bolle e sciacquio.
Ma c’è qualcosa che non lo convince e allora incomincia a rovistare ai bordi del tablet, cerca di sollevare la schermo, vuole vedere se i pesci sono nascosti lì sotto
Sveglio, il gattino!

mercoledì 17 giugno 2015

Che cos’è l’aria?



Come sto facendo in questi giorni anche sull’altro blog “Tool Stumenti”, riprendo qui un articolo che avevo pubblicato originariamente sul mio blog estinto “Bambini Oggi”, il 10 aprile 2010.
Era sul maestro Marcello Sala e sulla sua arte di non insegnare, basata sulla capacità dei bambini di auto organizzarsi confrontando parole e pensieri, in particolare riguardo agli argomenti scientifici.
Tra le sue pagine web, ricche di spunti e materiali, interessante è "L'ascolto", dedicata alle conversazioni in classe. Oltre a trascrivere con la giusta rilevanza le parole dei bambini, inserisce note utili non solo per capire certe particolarità della cultura infantile, ma soprattutto per definire quale può essere, in un contesto educativo non trasmissivo, il ruolo del maestro. Che è poi una della ragioni fondamentali - credo - per cui si continua a fare scuola in modo tradizionale, nonostante sia evidente che in un contesto collaborativo i bambini imparano molto di più: l'adulto, non più insegnante, ha paura di sparire!

I bambini della scuola dell'infanzia – trascrivo dalla pagina di Sala - parlano dunque di che cos'è l'aria:
Arianna: E' il vento che ci fa respirare [Subito vengono messe in relazione le due esperienze percettive relative all'aria]
Ins: Cioè?
Mauro: Boh?
Arianna: Per me è una cosa che ci fa crescere e respirare
Carolina: Sono le nuvole che soffiano. [Il movimento delle nuvole è ciò che rende visibile il vento. La relazione appare invertita nel linguaggio "infantile" (le virgolette si riferiscono agli stereotipi del linguaggio "animistico" con cui ci si rivolge ai bambini).]
Manuel: A me mi sembra che l'aria ci fa un po' di vento quando siamo sudati [Dall'esperienza all'osservazione (precisione, selezione di pertinenza).]
Vale la pena di andare a leggere anche il seguito, e in particolare le note tra le parentesi quadre, in cui l'adulto, rispetto al pensiero infantile, più che interpretarlo e giudicarlo, cerca di capirlo, di vederne le particolarità e la logica, in modo da poter assegnare il giusto significato a parole ed espressioni, quando ha a che fare con i bambini. Un esempio interessante, in particolare per tutti quelli che lamentano difficoltà di comunicazione con le giovanissime generazioni.

Post scriptum, dalla mia esperienza in una scuola dell’infanzia di Padova l’anno scorso, 2014, e in particolare dal video, pubblicato in DVD con ARPAV Veneto, in cui chiedevo ai bambini a cosa serve l’aria?
Una bambina, con un sorriso bellissimo, risponde: «Per farci vivere, per farci respirare e – coro di altra bambina – per farci stare bene!»
Poi il discorso cade sui modi di dire, e i bambini allora si divertono a giocarli alla lettera, camminando con il naso all’aria, sdraiandosi per terra pancia all’aria. Poi, che cosa significa “fare discorsi campati in aria?”
“Vuol dire che una persona chiede all’altro una cosa e poi l’altro risponde una cosa che non c’entra niente!”

giovedì 23 aprile 2015

Le uova della forbicina

Altro articolo ripubblicato, a distanza di quasi  sei anni, ma il video è ancora lì, attuale.

In una vecchia scuola elementare di Brescia, vicino al cancelletto che separa il parcheggio dall'ingresso, i bambini hanno sollevato un sasso alla base di un muro.
Una forbicina femmina (si riconosce dalle forbici dritte, mentre quelle dei maschi sono ad arco, come nella foto qui a fianco (il poverino aveva perso una zampa!), e i bambini ormai distinguono al volo) è lì con le sue uova, improvvisamente portate allo scoperto. Così ci capita di filmare una scena di “cure parentali” da parte di un insetto, che incomincia a trasportare le uova dentro in un buco, lontano dalla luce e dai pericoli... ma poi forse si perde anche un po', le uova sono tante, ne prende uno con la bocca, lo lascia, ne va a recuperare un altro... Commenti affascinati dei pochi bambini intorno.

Ho poi montato questa scena insieme con altre immagini di forbicine sempre trovate dai bambini e l'ho messa su YouTube. E se si cercano con Google i video della Forficula auricularia, ecco che il nostro è lì, insieme con pezzi di documentari della BBC. I loro sono più belli, ma noi lo abbiamo girato in pochi minuti, con mezzi alla portata di tutti.


martedì 21 aprile 2015

Quei bambini che facevano il TG

Ogni tanto, in questo blog ripubblico, per almeno un paio di ragioni.
La prima è perché – come ogni tanto devo ricordare – tutti i 944 articoli del mio precedente blog professionale “Bambini Oggi” sono inaccessibili, in quanto irreversibilmente reindirizzati.
Le seconda è che ogni tanto mi piace mettere in rete le voci dei bambini, i quali, se non vengono intervistati da Walter Veltroni, notoriamente non li ascolta nessuno.
E a tutti quelli che a quella prima cinematografica hanno ammirato e si sono stupiti, vorrei ricordare che siamo in tanti che, per professione e spesso con competenza, da molti anni raccogliamo qui e là nel mondo e anche pubblichiamo le idee e i pensieri dei bambini che incontriamo. Se vogliono leggere e vedere, ci sono tanti libri e tanti video, che se la gente li conoscesse, poi tutti non crederebbero a panzane come quella dei “natividigitali”, né sarebbe così facile per i governi periodicamente inventarsi riforme della scuola in cui i bambini veri il più delle volte non vengono neanche presi in considerazione.

Quello che riprendo qui è un’esperienza di alcuni anni fa, a Cagliari, durante il festivaldi “Tuttestorie”, con la bella foto di AndreaMameli. 11 gruppi di 5 bambini, durante 3 pomeriggi, con due macchine da presa a disposizione in grado, all'occorrenza, di scrutare nella notte (faretto e visione e infrarossi). Si trattava in 35 minuti di cercare di capire come si usa una videocamera, guardarsi intorno tra gli accadimenti e i laboratori del festival e al volo fare un telegiornale.
A differenza di quanto si crede, i bambini di oggi non hanno generalmente idea di come si fa un video e anzi commettono gli stessi errori dei loro nonni con il Super 8, dove la loro enorme “cultura latente” di telespettatori va recuperata e sollecitata a osservare alcuni, minimi ma niente affatto scontati, elementi di “grammatica” (la videocamera che va tenuta ferma anche quando si muove, gli stacchi, i cambi del punto di vista!). Dopo, ma solo dopo, imparano molto in fretta!

In questo caso, 12 minuti decenti erano venuti comunque fuori, da non mi ricordo quante ore di riprese!


mercoledì 8 aprile 2015

Il tempo per il pensiero degli altri…

Forse un giorno, se da un gradino superiore della storia qualcuno sarà in grado di dare un giudizio sulla nostra epoca, parole ricorreranno come dispersione, spreco, occasioni perdute.
Evitiamo di ripetere i soliti discorsi sulla disponibilità ipertrofica di risorse tecnologiche da cui siamo sommersi, che ogni pochi mesi si rinnovano, si moltiplicano, si rottamano, col risultato che in realtà non impariamo mai a usare niente e la nostra vita non solo non si arricchisce e non migliora, ma si appiattisce in un sempre più passivo seguire la corrente del consumo, unica possibile soluzione all’impossibilità di tenere dietro al vortice di apparenze che ci abbaglia.
Evitiamo anche i discorsi sulla retorica e l’ideologia integralista della “fine delle ideologie”, dove il pensiero dominante unico del “così va il mondo” induce i più a identificare l’attuale fallimentare e agonico sistema di mercato come l’ordine naturale delle cose, fuori da qualsiasi prospettiva storica e da qualsiasi ragionamento critico.

Quello che spesso oggi manca in modo devastante, quando si cerca di costruire qualcosa, è la considerazione vera del pensiero degli altri. Cioè, quel condividere idee e opinioni in più di una persona, in modo che a un certo punto ne risultino altre idee e altre opinioni, che non diano solo una somma, ma una sintesi superiore in cui le persone che a quella elaborazione hanno partecipato si possano riconoscere con soddisfazione.
È ciò che di solito non succede nei convegni e nei festival, che sono per lo più passerelle, vetrine, in cui non c’è mai il tempo per parlare veramente con gli altri.

Anche in rete, tantissimi comunicano le cose che pensano e che fanno, utilissime, bellissime. Le espongono come sugli scaffali di un supermercato planetario, e lì raccolgono consensi e critiche, polemiche accese e tantissimi “mi piace” (che sembra il massimo del “successo”!). A volte si crea l’occasione per dibattiti accesi e momentaneamente vivacissimi, che regolarmente non lasciano segno alcuno, e la volta dopo si ricomincia da capo.
Ma pochissimo è lo spazio in rete dove si osservano storie che crescono, o si sviluppano progetti che, oltre il gran darsi da fare dei singoli, o dei gruppi già strutturati, richiedano un impegno comune, una assunzione di responsabilità collettiva per inventare insieme qualcosa di nuovo, quello che manca, quello di cui tutti si lamentano che non c’è. Per imprese di questo tipo, generalmente “non c’è tempo”! Ma se passi metà della tua vita a pubblicare su facebook?

Inutile! Per fare davvero i conti con il pensiero degli altri, oltre i “selfie” e la ricerca anche platonica di consensi, non c’è tempo (pure se il tempo potrebbe essere poco e potremmo sceglierlo noi)  e non c’è modo, a prescindere!
Forse è un interiorizzato e profondo senso della competizione, per cui gli altri sono visti comunque come pericolosi concorrenti; forse è il risultato di delusioni personali e collettive, quando il mondo sembra scivolare in una direzione tanto diversa da quella che vorremmo, e allora proseguire soli e sconfitti è quasi una consolazione; forse ci ha estenuato la rincorsa al troppo veloce “progresso” tecnologico, di cui fatichiamo a cogliere il senso (e infatti, complessivamente, non ha un senso, o meglio, lo avrebbe se non fosse prevalentemente orientato al marketing!)

Se fossi uno di quelli che credono che la storia a un certo punto, quando noi siamo stanchi, si ferma, direi e forse scriverei: «Hanno vinto loro!»

Ma la storia va avanti, indipendentemente dal nostro impegno o opinione, e come sarà domani dipende anche dai pensieri e, soprattutto, dalle azioni di ognuno di noi.

sabato 21 marzo 2015

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 2

continua

La seconda parte di questo articolo, con il video dei bambini che giocano a programmare i computer, arriva nel blog con un molto ritardo sul previsto. C’erano altre cose da fare e una assillante presenza in rete non è necessariamente un fatto positivo, se non accompagnata da una effettiva consapevolezza di quello che si dice e si comunica.
Nel video si vede il professore mettere curiosità ai bambini e voglia di giocare con gli “automi” e i bambini stessi che, giocando e provando - così come imparano le cose i bambini - arrivano a capire come funziona la programmazione.
Discusso a più riprese in rete con un bravo professore, che nega che i bambini possano “programmare”. Certo, se uno ha in mente l'Assembly o il C++, la mente di una bambino non ci può arrivare. Ma dare a un computer le istruzioni  (testuali, righe di comando, non clic un po' a casaccio sulle icone) e correggerle fino a che la macchina non fa esattamente le cose che volevamo noi, che cos’è se non programmazione? Anche perché – e questa non è una cosa solo da bambini – si tratta comunque di applicare la giusta sintassi, e guai a sbagliare cose anche banalissime: la programmazione digitale è bellissima, ma estremamente pedante, anche quando si tratta del linguaggio Logo!
«Perché non andava?»
«Non abbiamo messo i due punti dopo “raggio”»

NOTA "DI SERVIZIO": A QUANTO PARE. GOOGLE, CON I SUOI CRITERI DI RICERCA, NON RIESCE A VEDERE IL VIDEO E A INSERIRMELO QUI (A CHE COSA SERVONO ALLORA IL CODICI DI CONDIVISIONE DI YOUTUBE, SE POI NON SI POSSONO USARE?).
NON RIMANE CHE COPIARE IL LINK, COSI', CHI VUOLE, SI GUARDA IL VIDEO DIRETTAMENTE NEL SUO CANALE:

https://youtu.be/634juQ-yC_4

I bambini hanno imparato dunque che il pensiero digitale non è andare per tentativi su un telefonino o su un tablet. Digitale è sinonimo di discreto (0, 1; sì, no), in contrapposizione ad analogico, che è sinonimo di continuo (tanto, poco; più, meno). Digitale è un ordine del pensiero, non migliore del nostro pensiero solito, ma semplicemente diverso, perché le macchine di oggi pensano così.
E quelle di domani? Beh, probabilmente questo è un altro discorso e per i bambini – che hanno meno fantasia degli adulti dotati di fantasia ma, a differenza della grande maggioranza degli “altri” adulti, non hanno perso il piacere e la capacità di usarla, la fantasia!  – forse non è neanche tanto difficile immaginare “futuri” diversi. E magari capire – il pensiero emotivo dei bambini, per intuizione, sa arrivare lontano! - che tanto, tantissimo, dipende da come noi tutti, oggi, viviamo con consapevolezza o meno il nostro presente.

giovedì 19 marzo 2015

Preferisco pubblicare foto di fiori

Riprendo a pubblicare in questo blog, dopo un lungo silenzio.
Non so se si possa ancora dire, come si usava un tempo, che il silenzio è d’oro. Certo credo sia più dignitoso che non riempire la rete di tweet quando magari non si ha niente da dire, o peggio si riescono solo a scrivere sciocchezze e banalità.
Momento, tanto per cambiare, difficile per la scuola italiana (buona, non buona, chi lo sa?), ma finalmente, oltre alle solite manovre dall’alto e alle frasi fatte, nell’uno o nell’altro senso, qualche discorso trasversale e non scontato sembra incominci a circolare, e forse anche una nuova consapevolezza che, nella scuola come in generale nella vita e nella società, senza la partecipazione diretta e la capacità di mettersi in gioco da parte di ognuno di noi, è abbastanza inutile poi parlare del presente e del futuro, e lamentarsi delle cose che non vanno, come se noi non ne avessimo per definizione alcuna responsabilità.

Sto anche cercando di costruire qualcosa che credo importante, per il lavoro di un gruppo di persone (che si potrebbe però allargare all’infinito!) e per uno spazio in rete che possa funzionare davvero come luogo di condivisione e di scambio, e non solo come incrocio spesso frustrante di individualità (o gruppi sostanzialmente chiusi) tra loro incomunicanti. Difficilissimo! Sembra che abbiamo interiorizzato dentro ognuno di noi un individualismo profondo e distruttivo, una diffidenza congenita verso il prossimo che ci impedisce di esprimere la forza enorme che potremmo avere se solo sapessimo fare anche poche cose insieme, e ci lascia nudi e indifesi in balia dei padroni del mondo, degli squali della finanza, dei monopoli globali dell’informazione e dell’alimentazione.

Sono uscito un paio di volte nei giorni scorsi sulla collina vicino a casa, su per una valle ancora brulla, e ho fotografato i fiori: gli ultimi bucaneve, e poi viole, primule, pervinche, anemoni, denti di cane. In realtà, so molto poco di fiori e in alcuni casi ho dovuto aiutarmi, per sapere il nome, con i libri ed il web. Poi ho pubblicato un po’ di immagini, quelle riuscite meglio.

Piccola cosa, saper riconoscere intorno “per nome” piante e animali. E però – l’ho imparato dai bambini, ma vale anche per noi, adulti o addirittura vetusti – sono cose che un pochino ci aiutano a sentirci meno fuori posto, in questo mondo. E con naturalezza si possono condividere con altri umani al fuori di una logica di perenne, spesso insensata competizione!