martedì 21 aprile 2015

Quei bambini che facevano il TG

Ogni tanto, in questo blog ripubblico, per almeno un paio di ragioni.
La prima è perché – come ogni tanto devo ricordare – tutti i 944 articoli del mio precedente blog professionale “Bambini Oggi” sono inaccessibili, in quanto irreversibilmente reindirizzati.
Le seconda è che ogni tanto mi piace mettere in rete le voci dei bambini, i quali, se non vengono intervistati da Walter Veltroni, notoriamente non li ascolta nessuno.
E a tutti quelli che a quella prima cinematografica hanno ammirato e si sono stupiti, vorrei ricordare che siamo in tanti che, per professione e spesso con competenza, da molti anni raccogliamo qui e là nel mondo e anche pubblichiamo le idee e i pensieri dei bambini che incontriamo. Se vogliono leggere e vedere, ci sono tanti libri e tanti video, che se la gente li conoscesse, poi tutti non crederebbero a panzane come quella dei “natividigitali”, né sarebbe così facile per i governi periodicamente inventarsi riforme della scuola in cui i bambini veri il più delle volte non vengono neanche presi in considerazione.

Quello che riprendo qui è un’esperienza di alcuni anni fa, a Cagliari, durante il festivaldi “Tuttestorie”, con la bella foto di AndreaMameli. 11 gruppi di 5 bambini, durante 3 pomeriggi, con due macchine da presa a disposizione in grado, all'occorrenza, di scrutare nella notte (faretto e visione e infrarossi). Si trattava in 35 minuti di cercare di capire come si usa una videocamera, guardarsi intorno tra gli accadimenti e i laboratori del festival e al volo fare un telegiornale.
A differenza di quanto si crede, i bambini di oggi non hanno generalmente idea di come si fa un video e anzi commettono gli stessi errori dei loro nonni con il Super 8, dove la loro enorme “cultura latente” di telespettatori va recuperata e sollecitata a osservare alcuni, minimi ma niente affatto scontati, elementi di “grammatica” (la videocamera che va tenuta ferma anche quando si muove, gli stacchi, i cambi del punto di vista!). Dopo, ma solo dopo, imparano molto in fretta!

In questo caso, 12 minuti decenti erano venuti comunque fuori, da non mi ricordo quante ore di riprese!


mercoledì 8 aprile 2015

Il tempo per il pensiero degli altri…

Forse un giorno, se da un gradino superiore della storia qualcuno sarà in grado di dare un giudizio sulla nostra epoca, parole ricorreranno come dispersione, spreco, occasioni perdute.
Evitiamo di ripetere i soliti discorsi sulla disponibilità ipertrofica di risorse tecnologiche da cui siamo sommersi, che ogni pochi mesi si rinnovano, si moltiplicano, si rottamano, col risultato che in realtà non impariamo mai a usare niente e la nostra vita non solo non si arricchisce e non migliora, ma si appiattisce in un sempre più passivo seguire la corrente del consumo, unica possibile soluzione all’impossibilità di tenere dietro al vortice di apparenze che ci abbaglia.
Evitiamo anche i discorsi sulla retorica e l’ideologia integralista della “fine delle ideologie”, dove il pensiero dominante unico del “così va il mondo” induce i più a identificare l’attuale fallimentare e agonico sistema di mercato come l’ordine naturale delle cose, fuori da qualsiasi prospettiva storica e da qualsiasi ragionamento critico.

Quello che spesso oggi manca in modo devastante, quando si cerca di costruire qualcosa, è la considerazione vera del pensiero degli altri. Cioè, quel condividere idee e opinioni in più di una persona, in modo che a un certo punto ne risultino altre idee e altre opinioni, che non diano solo una somma, ma una sintesi superiore in cui le persone che a quella elaborazione hanno partecipato si possano riconoscere con soddisfazione.
È ciò che di solito non succede nei convegni e nei festival, che sono per lo più passerelle, vetrine, in cui non c’è mai il tempo per parlare veramente con gli altri.

Anche in rete, tantissimi comunicano le cose che pensano e che fanno, utilissime, bellissime. Le espongono come sugli scaffali di un supermercato planetario, e lì raccolgono consensi e critiche, polemiche accese e tantissimi “mi piace” (che sembra il massimo del “successo”!). A volte si crea l’occasione per dibattiti accesi e momentaneamente vivacissimi, che regolarmente non lasciano segno alcuno, e la volta dopo si ricomincia da capo.
Ma pochissimo è lo spazio in rete dove si osservano storie che crescono, o si sviluppano progetti che, oltre il gran darsi da fare dei singoli, o dei gruppi già strutturati, richiedano un impegno comune, una assunzione di responsabilità collettiva per inventare insieme qualcosa di nuovo, quello che manca, quello di cui tutti si lamentano che non c’è. Per imprese di questo tipo, generalmente “non c’è tempo”! Ma se passi metà della tua vita a pubblicare su facebook?

Inutile! Per fare davvero i conti con il pensiero degli altri, oltre i “selfie” e la ricerca anche platonica di consensi, non c’è tempo (pure se il tempo potrebbe essere poco e potremmo sceglierlo noi)  e non c’è modo, a prescindere!
Forse è un interiorizzato e profondo senso della competizione, per cui gli altri sono visti comunque come pericolosi concorrenti; forse è il risultato di delusioni personali e collettive, quando il mondo sembra scivolare in una direzione tanto diversa da quella che vorremmo, e allora proseguire soli e sconfitti è quasi una consolazione; forse ci ha estenuato la rincorsa al troppo veloce “progresso” tecnologico, di cui fatichiamo a cogliere il senso (e infatti, complessivamente, non ha un senso, o meglio, lo avrebbe se non fosse prevalentemente orientato al marketing!)

Se fossi uno di quelli che credono che la storia a un certo punto, quando noi siamo stanchi, si ferma, direi e forse scriverei: «Hanno vinto loro!»

Ma la storia va avanti, indipendentemente dal nostro impegno o opinione, e come sarà domani dipende anche dai pensieri e, soprattutto, dalle azioni di ognuno di noi.

sabato 21 marzo 2015

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 2

continua

La seconda parte di questo articolo, con il video dei bambini che giocano a programmare i computer, arriva nel blog con un molto ritardo sul previsto. C’erano altre cose da fare e una assillante presenza in rete non è necessariamente un fatto positivo, se non accompagnata da una effettiva consapevolezza di quello che si dice e si comunica.
Nel video si vede il professore mettere curiosità ai bambini e voglia di giocare con gli “automi” e i bambini stessi che, giocando e provando - così come imparano le cose i bambini - arrivano a capire come funziona la programmazione.
Discusso a più riprese in rete con un bravo professore, che nega che i bambini possano “programmare”. Certo, se uno ha in mente l'Assembly o il C++, la mente di una bambino non ci può arrivare. Ma dare a un computer le istruzioni  (testuali, righe di comando, non clic un po' a casaccio sulle icone) e correggerle fino a che la macchina non fa esattamente le cose che volevamo noi, che cos’è se non programmazione? Anche perché – e questa non è una cosa solo da bambini – si tratta comunque di applicare la giusta sintassi, e guai a sbagliare cose anche banalissime: la programmazione digitale è bellissima, ma estremamente pedante, anche quando si tratta del linguaggio Logo!
«Perché non andava?»
«Non abbiamo messo i due punti dopo “raggio”»

NOTA "DI SERVIZIO": A QUANTO PARE. GOOGLE, CON I SUOI CRITERI DI RICERCA, NON RIESCE A VEDERE IL VIDEO E A INSERIRMELO QUI (A CHE COSA SERVONO ALLORA IL CODICI DI CONDIVISIONE DI YOUTUBE, SE POI NON SI POSSONO USARE?).
NON RIMANE CHE COPIARE IL LINK, COSI', CHI VUOLE, SI GUARDA IL VIDEO DIRETTAMENTE NEL SUO CANALE:

https://youtu.be/634juQ-yC_4

I bambini hanno imparato dunque che il pensiero digitale non è andare per tentativi su un telefonino o su un tablet. Digitale è sinonimo di discreto (0, 1; sì, no), in contrapposizione ad analogico, che è sinonimo di continuo (tanto, poco; più, meno). Digitale è un ordine del pensiero, non migliore del nostro pensiero solito, ma semplicemente diverso, perché le macchine di oggi pensano così.
E quelle di domani? Beh, probabilmente questo è un altro discorso e per i bambini – che hanno meno fantasia degli adulti dotati di fantasia ma, a differenza della grande maggioranza degli “altri” adulti, non hanno perso il piacere e la capacità di usarla, la fantasia!  – forse non è neanche tanto difficile immaginare “futuri” diversi. E magari capire – il pensiero emotivo dei bambini, per intuizione, sa arrivare lontano! - che tanto, tantissimo, dipende da come noi tutti, oggi, viviamo con consapevolezza o meno il nostro presente.

giovedì 19 marzo 2015

Preferisco pubblicare foto di fiori

Riprendo a pubblicare in questo blog, dopo un lungo silenzio.
Non so se si possa ancora dire, come si usava un tempo, che il silenzio è d’oro. Certo credo sia più dignitoso che non riempire la rete di tweet quando magari non si ha niente da dire, o peggio si riescono solo a scrivere sciocchezze e banalità.
Momento, tanto per cambiare, difficile per la scuola italiana (buona, non buona, chi lo sa?), ma finalmente, oltre alle solite manovre dall’alto e alle frasi fatte, nell’uno o nell’altro senso, qualche discorso trasversale e non scontato sembra incominci a circolare, e forse anche una nuova consapevolezza che, nella scuola come in generale nella vita e nella società, senza la partecipazione diretta e la capacità di mettersi in gioco da parte di ognuno di noi, è abbastanza inutile poi parlare del presente e del futuro, e lamentarsi delle cose che non vanno, come se noi non ne avessimo per definizione alcuna responsabilità.

Sto anche cercando di costruire qualcosa che credo importante, per il lavoro di un gruppo di persone (che si potrebbe però allargare all’infinito!) e per uno spazio in rete che possa funzionare davvero come luogo di condivisione e di scambio, e non solo come incrocio spesso frustrante di individualità (o gruppi sostanzialmente chiusi) tra loro incomunicanti. Difficilissimo! Sembra che abbiamo interiorizzato dentro ognuno di noi un individualismo profondo e distruttivo, una diffidenza congenita verso il prossimo che ci impedisce di esprimere la forza enorme che potremmo avere se solo sapessimo fare anche poche cose insieme, e ci lascia nudi e indifesi in balia dei padroni del mondo, degli squali della finanza, dei monopoli globali dell’informazione e dell’alimentazione.

Sono uscito un paio di volte nei giorni scorsi sulla collina vicino a casa, su per una valle ancora brulla, e ho fotografato i fiori: gli ultimi bucaneve, e poi viole, primule, pervinche, anemoni, denti di cane. In realtà, so molto poco di fiori e in alcuni casi ho dovuto aiutarmi, per sapere il nome, con i libri ed il web. Poi ho pubblicato un po’ di immagini, quelle riuscite meglio.

Piccola cosa, saper riconoscere intorno “per nome” piante e animali. E però – l’ho imparato dai bambini, ma vale anche per noi, adulti o addirittura vetusti – sono cose che un pochino ci aiutano a sentirci meno fuori posto, in questo mondo. E con naturalezza si possono condividere con altri umani al fuori di una logica di perenne, spesso insensata competizione!

sabato 18 ottobre 2014

Il Museo Virtuale dei Piccoli Animali cambia casa!

Si chiamava “Visible children” ed era un bel progetto! Contro la “sindrome del bambino trasparente” che affligge l’infanzia di oggi.
Oggi Jacopo Michieli ha rimesso in piedi alla grande le attività presso la storica sede della Gracchia, mentre io sono alle prese con il problema se riusciamo a far partire veramente e finalmente, urbi et orbi, l’idea ambiziosa lanciata da Giovanni Lariccia di Impariamo a Imparare.
The Children’s Virtual Museum of Small Animals stava nello spazio web di “Visible children”, referenza on line a suo tempo solo nostra e che oggi rimanda ad imprese altrui.
Morire per rinascere: un mito antico! Non rinnovare un dominio, e ricominciare da capo la faticosa scalata verso la visibilità on line!

In realtà, per l’ennesima volta, il Museo si sta rinnovando completamente, a cominciare dalle questioni tecniche (“gallerie” Java piuttosto che Flash, così che si vedono anche sui tablet e permettono di scaricare le immagini), fino all’ennesimo tentativo, appoggiandosi questa volta a un progetto molto più ampio e collettivo, di far decollare quella partecipazione globale di persone e di scuole che finora è stata in realtà solo episodica e accennata (pur con momenti alti, come la pubblicazione in America con la Scuola che Funziona).

Anche per questo, forse non è un gran male “rinascere”, ricominciare.
Il nuovo indirizzo ricorda nel nome il mio blog professionale fantasma, e attorno a cui avevo poi organizzato una serie di attività che pure sono da riprendere.
Nel frattempo,  ho pubblicato ebook tematici con le edizioni Mammeonline (dai, costano poco, comprateli!), e mi sono anche deciso ad attivare il mio spazio da fotografo sul web, che per un annetto era rimasto lì vuoto, in un contesto in cui si ritrovano risorse di immagini inimmaginabili, spesso di altissima qualità, che si rivelano utilissime, per esempio immettendo nella casella di ricerca nomi di ordini, famiglie, specie di insetti, al lavoro sempre necessario di confronto e verifica per capire, conoscere, identificare. Li potete trovare la fotografia che correda a questo articolo, (pure pubblicata nel Museo), che sta con altre in un ancora piccolo ma comunque incoraggiante album delle mosche!

lunedì 22 settembre 2014

Potenza e pedanteria del pensiero digitale, 1

Piccola premessa, a chiarire un po’ di equivoci che girano.
Intanto, digitale significa “numerico”. Deriva dall’inglese digit (cifra, numero), che a sua volta deriva dal latino digitus (dito, cioè il primo “attrezzo” usato dall’uomo per contare). Nella lingua italiana, usiamo la parola “digitale” anche derivandola direttamente dal latino, quando parliamo per es. di “impronte digitali” (delle dita).

In questi anni, dato che gli aggeggi tecnologici di cui ci riempiamo la vita hanno un cuore digitale (numerico),  c’è chi ha ipotizzato che le generazioni umane recenti stiano sviluppando una sorta di “pensiero digitale”, contrapposto al tradizionale pensiero analogico degli umani.
In realtà, osservando la facilità con cui non solo generalmente i bambini – che con i dispositivi digitali ci nascono - ma anche moltissimi adulti e perfino anziani che vi si accostano per la prima volta, si destreggiano con gli aggeggi più recenti, non è difficile capire come certi dispositivi digitali dentro (computer, telefonini e via dicendo) siano diventati popolari e accessibili a tutti nel momento in cui sempre più hanno assunto una interfaccia utente analogica (il mouse che sullo schermo simula la scrivania, le dita che direttamente toccano “disegnini” sullo schermo, o stringono e allargano un’immagine).
Vale a dire, l’eventuale migrazione degli umani verso un “pensiero digitale”, che qualcuno ipotizzava nei primi anni Ottanta del secolo scorso, quando i computer si programmavano da tastiera con comandi e istruzioni pedanti ed estremamente precisi e si pensava che il “futuro” fosse il linguaggio BASIC, è stata poi aggirata costruendo macchine digitali in realtà sempre più vicine, nel funzionamento, all’approccio analogico degli utenti umani.

Questo, se da una parte (ed è un vantaggio) consente a chiunque di utilizzare con profitto gli strumenti tecnologici di oggi anche senza avere una vera competenza tecnologica, dall’altra (e può essere un problema), non sollecita quel confronto “in sintonia” con le macchine che, al tempo dei computer da programmare, aveva fatto scoprire a molti ragazzini di avere una mente adatta a misurarsi con il funzionamento profondo delle macchine stesse o, più umilmente, faceva almeno intuire a tutti il lavoro umano e il tipo di “pensiero” che sta dietro ad applicazioni facili e potenti e a videogiochi mirabolanti.
In altre parole – questa ovviamente è una mia opinione, ma si basa su un’esperienza di decenni sul campo, cioè nelle scuole con i ragazzi veri, molto vasta -  non solo diventa più difficile, dato l’uso generalizzato di applicazioni già pronte e sempre più specifiche, che non comportano alcuna ricerca di tipo informatico, che nascano ed emergano naturalmente dal gruppo nuovi Paul Allen, Steve Wozniak, Richard Stallman, Linus Torvalds, ma rischiamo seriamente di perdere alcuni elementi basilari di alfabetizzazione, rispetto a linguaggi che si sono sviluppati molto in fretta, e di cui non sono stati ancora individuati con precisione gli elementi di base e le “grammatiche” che sarebbe utile fossero conosciuti da tutti.

La frenesia da digitalizzazione oggi è di moda, ma spesso si traduce solo in nuova inutile burocrazia digitale, con una pericolosa sottovalutazione dell’approccio estremamente superficiale ai veri “alfabeti” visivi e multimediali che stanno globalizzando la cultura del pianeta e il cui utilizzo è oggi indirizzato, più che dai sistemi educativi, sostanzialmente dal marketing.
Così, "saper usare” un tablet o una LIM, seguendo l’istinto o le istruzioni (senza magari avere mai imperato a tagliare una fotografia!), non garantisce affatto consapevolezza “informatica”, come non la garantiscono le “patenti di computer” basate su un uso prevalentemente da ufficio che se ne faceva nei primi anni Ottanta e che qualcuno, a mio parere oltre ogni evidenza, ancora considera “di base”. Mentre può essere un buon segno che nella scuola italiana si stia tornando a parlare di informatica come programmazione.

Programmazione: cioè imparare fin da piccoli che siamo noi umani a istruire le macchine su quello che devono fare, e provare a vedere che cosa succede quando diamo queste istruzioni, come risponde la macchina, se sono giuste o sbagliate.
Posto che il funzionamento delle macchine di oggi - non di quelle di ieri e forse non di quelle di domani - cioè quello che potremmo chiamare “pensiero digitale” è il linguaggio macchina, che si esprime in codice binario o esadecimale ed è conosciuto bene solo da una piccola parte degli informatici di professione, esistono tanti linguaggi cosiddetti di alto livello che consentono di istruire le macchine secondo modalità molto più simili a quelle di noi umani, e alcuni sono perfettamente accessibili anche ai bambini.

Sto montando un video che ho girato con bambini della scuola primaria che, durante il passato anno scolastico,  guidati dal prof. Giovanni Lariccia, hanno lavorato con il software Iplozero, una versione del linguaggio di programmazione LOGO, su cui qui ho già scritto alcuni articoli. E, oltre gli stereotipi con cui spesso vengono descritti, ho visto bambini veri comportarsi da veri protagonisti, come succede sempre quando, nella pratica educativa, si “resettano” i luoghi comuni e le routine abituali e si fa leva sulla curiosità, la voglia di conoscere, di provare, capire tutti insieme. Succede con i computer come con le videocamere, con gli insetti del cortile come con i giochi corporei di espressione teatrale...


Continua…

martedì 9 settembre 2014

La meravigliosa adunanza presso l’edera in fiore

In questi giorni sto finalmente mettendo ordine nelle “gallerie” del Museo Virtuale dei Piccoli Animali, convertendole anche da Flash a Java. Questo rende i contenuti più accessibili, anche dai tablet che con Flash non si ritrovano più!
Una delle ragioni principali per cui l’idea del “museo” nel tempo è piaciuta (a proposito, siamo sempre in cerca di collaborazioni e sponsor!) e ha trovato spazio in pubblicazioni anche internazionali e di prestigio, credo stia nel fatto che mette d’accordo in modo semplice e immediato la natura e la tecnologia.
Si cercano insetti e ragni nel cortile della scuola (che dopo per i bambini non sarà più lo stesso!), li si “cattura” con fotografie e video (anche chi non lo ha mai fatto, ottiene spesso risultati sorprendenti!), li si osserva nello splendore del macro e poi si condividono i documenti in rete. Senza contare l’entusiasmo, la sorpresa e la meraviglia, l’interesse duraturo dei bambini, che poi ricercano, disegnano, raccontano, e spesso insieme convergono verso conclusioni scientificamente ineccepibili (“le api succhiano e le vespe tagliano!” Parola dei bambini di prima elementare, e degli scienziati!)

Piccoli animali si trovano dappertutto, ma ci sono ambienti dove più volentieri  si danno convegno. Se noi li ci appostiamo e osserviamo, sarà meglio che leggere un libro, che navigare su internet: arriveranno in tanti a incontrarci, stupirci, meravigliarci, veri, vivi e presenti. E l’occhio, l’orecchio a volte, la videocamera o la macchina fotografica con l’ obiettivo macro (cose non più da professionisti, ma da bambini ormai, da parecchio tempo e anzi, a volte meno ci si “aggiorna” seguendo i capricci del mercato, e meglio è!) moltiplicheranno la nostra capacità di vedere e di ricordare.
Così, per esempio, molti insetti diversi visitano i fiori di lavanda, così come ricca e differenziata è la folla che si dà convegno sulle ombrellifere.
Nella mia esperienza empirica, un ambiente che favorisce un’osservazione comoda e ricca è l’edera in fiore. Sta abbarbicata in quantità sul muro o sul cancello, non occorre neanche muoversi e spostarsi, ma basta avere pazienza e aspettare. A parte gli ospiti “fissi”, come ragni e cimici, è un continuo volo di api e vespe di ogni foggia e dimensione, e mosche tante e diverse da non credere. Arrivano, si spostano velocemente, non sono sempre agevoli da fotografare, ma facilmente ritorneranno.

Con le macchine digitali conviene scattare tanto, tantissimo. Non costa niente e non solo avremo più possibilità di ottenere immagini soddisfacenti, ma spesso ci capiterà di scoprire, rivedendo in grande, particolari che proprio non ci aspettavamo. Come gli occhi bianchi punteggiati di rosso dell’ Eristalinus sepulchralis (e chi se l’aspettava? E che razza di nome gli hanno dato!)

Il calabrone che si “pettina” era su un’altra edera alcuni anni fa, mentre ieri ho cercato di prenderne uno in volo, e anche se mossa l’immagine è suggestiva. Davanti all’edera in fiore, il suo volo si annuncia e si sente, si impone con un forte ronzio. Ma quasi altrettanto rumore fa anche la grossa mosca che lo imita, la Volucella zonaria!