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giovedì 20 agosto 2026

Quando i Bambini ci insegnano il Futuro

 Sto realizzando in una serie di 10 video di 15 minuti l'uno, dal titolo "Bambini Oggi, Educare nel terzo Millennio". Li rendo disponibili su YouTube come un "corso" gratuito, eventualmente introduttivo ad altri corsi più approfonditi, a distanza o in presenza, rivolti soprattutto a al mondo della scuola, se qualcuno li dovesse trovare interessanti.

Sto ricostruendo una storia, un progetto educativo e culturale che si è sviluppato in modo coerente e con risultati che ne hanno confermato la validità, attraverso i decenni, le aree disciplinari, i linguaggi e gli strumenti, di cui i protagonisti assoluti sono i bambini. E così recupero cose antiche, prendo, raduno, classifico, cerco di rendere il senso di esperienze vive e reali in cui, più dello studio, dei libri, della Rete, delle certificazioni, valgono proprio le risposte sul campo dei bambini: migliaia, che in diverse occasioni e paesi del mondo, a certe proposte praticamente sempre hanno risposto con un entusiasmo, impegno, gioco e lavoro, e idee e prodotti che, rispetto a tanti problemi del mondo di oggi, se uno li osserva con un minimo di attenzione e senza pregiudizi, gli viene da esclamare, con un grande sospiro di sollievo: ma allora, si può! 

Recupero non è nostalgia, anzi, è una di quelle cose che impongono svolte importanti oggi, dal punto di vista della professione e del pensiero. Personalmente, alla mia veneranda età, sto cambiando e correggendo quello che faccio e quello che sono, non per adeguarmi all'ennesimo fatuo spot di un sempre più evanescente mercato spacciato per "tecnologia", ma perché così richiede di svilupparsi la mia storia. Socialmente, applicato su larga scala, un atteggiamento analogo costituirebbe probabilmente una ricetta vincente per il futuro.

Cioè, vedere e considerare man mano, o anche distanza di tempo, quello che abbiamo fatto, pensato, prodotto, estrarre le cose che ci hanno dato idee, speranze, e farne cultura, invece che limitarsi per lo più descrivere, come succede da decenni oramai, quello che potremmo fare utilizzando certi mezzi hardware e software che quando finalmente abbiamo imparato a usarli, già non serve più perché ci sono già altri mezzi nuovi da descrivere e imparare - il mercato non si ferma, non ci aspetta! - e ogni volta dobbiamo ricominciare da capo, come se nel tempo non avessimo costruito niente!

Non a caso sui "social" sempre più dal niente ripartiamo, e sempre più nella vita e nella politica è un confronto sterile di opinioni astratte, campate per aria, lontane dalla vita che viviamo, prese da narrazioni altrui, su cui ci schieriamo con sempre maggiore aggressività, e che poi formano, queste aggregazioni di nulla, la confusione assoluta in cui stanno morendo le nostre società. Oltre l'abbondanza e potenza di mezzi a disposizione di ognuno di noi, che ci potrebbero trasformare tutti in dei capaci di controllare ogni attimo del nostro futuro, l'individualismo esasperato, il consumismo, la competizione, il narcisismo arrogante e saccente ci stanno rendendo sempre più incapaci di vedere, capire, comunicare. Stiamo vivendo un orizzonte desolato da cui rischia di essere bandita la speranza e, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini vive inquietudine, isolamento, impotenza, sul pianeta pochi potenti ignoranti e arroganti come non mai, tessono indisturbati e impuniti le loro trame di violenza, odio e guerra.

 Personalmente, mi rendo conto della gravità di un errore ricorrente. Quello di pensare che avendo per esempio fatto schede e relazioni della nostra bella esperienza, basti segnalare, mettere a disposizione, indirizzare altri a quel materiale, perché la comunicazione si realizzi. Come se l’oggetto potesse quasi da solo trasmettere l’esperienza, come se gli altri fossero in grado, da una documentazione, anche ben fatta come un libro o un video, di trarre le stesse emozioni, suggestioni, conclusioni scientifiche di chi quella documentazione ha prodotto. Errore! Il più delle volte gli altri si fermeranno ai titoli, e tutta quella miniera resterà materiale inutilizzato, in un contesto in cui anche i migliori sono assuefatti alla fretta e alla velocità,

Anch’io mi rendo conto per esempio, che in un corso recente con insegnanti, in cui ho mostravo esempi di prodotti stampati, video, siti web, ero andato un po’ a memoria, avevo ripreso cose che mi ricordavo essere importanti, ma non avevo svolto su quel materiale lavoro preliminare di revisione approfondita che mi avrebbe permesso, quelle stesse cose, di proporle con tutta un’altra efficacia e profondità. Come quando ritrovo adesso, e però rivedo con la dovuta attenzione per esempio quei disegni incredibili dei bambini della scuola dell’infanzia, quella volta che avevano osservato gli uccelli in giardino e mi avevano spiegato, con grande efficacia che, quando atterra, il merlo allarga le ali, ma anche la coda!

Mi sto muovendo tra gli scaffali in casa, le macchine nuove e antiche, i dischi rigidi, i CD ROM e i DVD, i supporti video e audio digitali e analogici, la Rete. E sono stato in questi giorni un sacco di tempo a fare fotocopie.

Alla mia età e con la mia storia professionale, questo delle fotocopie è un lavoro per cui magari dovrei avere una segretaria, o uno studente, che lo fa. E mi viene anche da chiedermi anche, visto la carenza clamorosa di versioni digitalizzate di materiale che avevo lì da tanti anni, perché mai non l'ho fatto prima, quando tante volte mi annoiavo o giravo in tondo. L'idea interiorizzata mio malgrado di efficienza mi fa istintivamente rimpiangere il tanto tempo che ho perso. Più o meno come quello che ho passato sul divano anche in questi ultimi due mesi, con il ventilatore a palla, complice il caldo, a dormire di giorno perché era più facile che di notte.

E invece mi accorgo che da questa "noia" dell'acquisire adesso e rinominare la pagine a una a una, insieme con la musica assolutamente casuale che intanto lascio andare, dalla collezione di pezzi rock, pop, classici pure acquisiti in passato e salvati nelle cartelle di musica del PC, man mano che il lavoro procede in un tempo forzatamente lento e senza fretta, emergono memorie, e pezzi di esperienza sparsi si ricompongono, ma non come in un puzzle di cui già si conosce la figura finale. Sarà una composizione del tutto nuova e diversa, che già dal primo incontro casuale dei vari pezzi si illumina e svela punti di vista inediti e inaspettati. La realtà si sta ricostruendo in altri modi, con nuove suggestioni, qui, adesso, come in un altro momento non sarebbe successo: intuizioni, idee, collegamenti con i problemi, i dubbi, le delusioni, le speranze e i progetti proprio di questo presente, o dell'immediato possibile futuro.

Perché poi, se vai oltre l'intuizione che risveglia una curiosità intrigante, ti rendi conto che sono proprio i momenti così che risvegliano la capacità di sentirsi vivi, attivi, in grado forse di procedere oltre, a partire da una storia che mentre la ritrovi ti restituisce le radici su cui far cresce il nuovo albero della conoscenza, e del fare.

 Bello, perché è proprio come nelle esperienze di animazione con i bambini - quelle che sto cercando di rendere nei video e negli altri articoli che sto scrivendo intorno - quando sono contenti di una bellezza che sentono crescere dentro di sé, mentre in cooperazione con gli altri ottengono soddisfazioni che mai potrebbero essere date dalla competizione.

E proprio qui sta il problema principale, la difficoltà ricorrente, data un'esperienza anche ricca e ben documentata, di condividerla con altri disposti a fare altrettanto con una parte almeno della loro esperienza. Non è evidentemente un problema solo tecnico, ma già trovare un modo semplice ed efficace per connettere in rete gli elementi significativi delle rispettive esperienze e combinarli insieme per produrre qualcosa che vada oltre, è una cosa tanto facile da dirsi quanto estremamente difficile da realizzare in pratica. Ci si prova poco e di solito, più che cercare soluzioni, ci si affida pigramente alle piattaforme commerciali di condivisione esistenti, che ovviamente sono state fatte con altri scopi, e dopo qualche timido tentativo si conclude che è impossibile, e ognuno ritorna a barcamenarsi per conto suo.

In realtà, più che una magica app che ci risolva i problemi come per magia, o miracolosi prompt che attivino per noi l'intelligenza artificiale, dovremmo prima cercare seriamente all’interno del gruppo, in un confronto serio e approfondito, le motivazioni che muovono ognuno noi e stabilire presto obiettivi magari inizialmente limitati, ma raggiungibili, per incominciare a porre a chi partecipa e perché no al mondo intero per esempio la domanda:

Davvero è possibile dall'esperienza con i bambini ricavare insegnamenti utili a risolvere certe difficoltà che affliggono oggi le società umane, per esempio trovare un modo sereno e non problematico di interfacciarsi con la tecnologia, come strumento per espandere le nostre vite, in collaborazione e non in competizione tra gli umani?

Da quello che ho visto, sperimentato e sentito in tutti questi anni e da ciò che mi torna mentre dal passato recupero materiale digitalizzato, ricordi e associazioni di idee, per quanto mi riguarda la risposta è certamente sì. Serve però un lavoro ben fatto, con emozione, curiosità, speranza, rigore scientifico.

Già in passato questa intuizione ha attraversato il pensiero e la cultura. A memoria viene in mente Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, che non a caso esce nel 1968, ma l’affermazione più importante di questa verità oggi più attuale che mai la conosciamo tutti, ed è addirittura alla base della cultura cristiana, nel Vangelo: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Ovviamente, non bisogna idealizzare l’infanzia e, se dire che il mondo governato dai bambini sarebbe migliore è una bella suggestione, così come se fosse governato dalle donne, dopo tanti secoli di patriarcato, è importante sapere che non è affatto automaticamente vero, perché i bambini poi, come le donne, prendono esempio dai modelli e comportamenti esistenti dominanti, adulti e maschili. Anche tra i bambini poi esistono paura, prepotenza, aggressività, e come unico splendido esempio possiamo citare Il Signore dello Mosche, Il romanzo originale di William Golding del 1954, lo splendido film di Peter Brook del 1963, la replica del 1990 e la mini serie televisiva che è uscita proprio quest’anno, 2026.

Se si parla di una possibile redenzione dell’umanità, il discorso va riferito a bambini, donne, uomini liberati almeno in parte dalle innumerevoli limitazioni che hanno sempre reso la nostra storia così difficile e travagliata. E ovviamente dobbiamo tenere presente che, oltre le nostre aspirazioni e il nostro impegno, si tratterà comunque di una libertà sempre parziale, irta di contraddizioni, tra natura e cultura. Serve comunque darsi da fare, a partire dalle condizioni del mondo in cui viviamo, per provare a renderlo migliore.

Oggi, un dato radicalmente nuovo è che siamo in presenza, solo da pochi decenni, di una tecnologia che per la prima volta nella storia mette a disposizione in maniera potenzialmente del tutto democratica gli stessi mezzi per fare l’informazione, in una società basata sull’informazione, nelle mani di qualsiasi cittadino del pianeta terra, compresi i bambini. L'immediatezza e facilità d’uso di base permettono di rompere le gerarchie tradizionali tra chi trasmette la conoscenza e chi soltanto la può ricevere, tra chi produce e chi soltanto consuma. Dall’osservazione e corretta comunicazione della cultura che i bambini sono in grado oggi di produrre, anche questo aspetto, il più difficile da comprendere, perché rappresenta una autentica rivoluzione rispetto a una tradizione millenaria, può emergere con evidenza, consentendo l’avvio del necessario salto culturale a una umanità che oggi complessivamente sta consumando in modo capillare la tecnologia del 2020 con lo stesso atteggiamento e conoscenza dei primi anni 1970. Che è probabilmente il problema alla base di tanti altri, su questo tormentato pianeta.

Oggi stiamo delegando all'intelligenza artificiale la messa in ordine del sapere mondiale (cioè di quella parte che da libri, giornali, archivi di immagini, ma anche conversazioni sui social network, è stato e viene travasato negli archivi digitali), e molti credono che rimescolato e rielaborato più o meno automaticamente ci possa dare la risposta a ogni domanda. Ma l'intelligenza artificiale non è in grado per esempio di scegliere da sola se nutrirsi di informazioni scientifiche ufficiali, piuttosto che di divagazioni di no vax, osservatori di scie chimiche, terrapiattisti; non può distinguere tra onnivori e vegani, né valutare la veridicità di informazioni false che, nel momento in cui si moltiplicano e vengono condivise in modo acritico attraverso la rete globale, potrebbero a un certo punto apparire come vere.

Di fatto l'informazione di massa, da quanto si è diffusa l'intelligenza artificiale, non solo non sta migliorando, ma si sta uniformando in gran parte ai livelli più bassi di ignoranza e pressapochismo, quando non di settarismo spinto, razzismo, e conflittualità senza precedenti a tutti i livelli, che dagli ambienti virtuali della rete si riversano sempre più anche nella vita quotidiana, nelle strade e nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella case della gente.

L'intelligenza artificiale non pensa, non immagina, non desidera, e non sente il peso e l'emozione della vita, che è ciò che fino a qui ha mosso la storia dell'umanità, e senza una supervisione umana seria e rigorosa in realtà può anche funzionare benissimo per un po', ma a un certo punto commetterà senz'altro errori che da sola non sarà in grado di correggere.

L'urgenza del presente non è quindi solo attrezzarsi per poter lavorare sempre meglio insieme con le macchine - il che ovviamente va fatto - ma in parallelo sviluppare al più presto, anche con l'aiuto delle macchine, la capacità degli umani - tutti gli umani, non solo gli specialisti, ognuno al suo livello, come livello minimo di alfabetizzazione - di documentare e riorganizzare la nostra personale esperienza, le memorie e documenti di cui conosciamo origine e modalità di produzione, in modo da stabilire blocchi di sapere e conoscenza pensati e sviluppati insieme, tra donne, uomini, bambini, e funzionali al nuovo, al futuro che intendiamo costruire, verso obiettivi precisi stabiliti non dal mercato o da fantomatici algoritmi, ma dai bisogni, dai desideri, dalle intenzioni delle persone e delle comunità. Anche perché in questo modo banalmente, se anche gran parte del mondo in cui viviamo sarà comunque poi affidato si sistemi artificiali, almeno sapremo come le cose più o meno funzionano e potremo inserirci nel gioco con un minimo di consapevolezza e autostima.

La tecnologia è per l'uomo, e non viceversa, e molti dei problemi che oggi ci assillano e ci sembrano insormontabili, probabilmente potrebbero essere risolti.

Non lo sapremo mai, se non ci proviamo, e i bambini ci insegnano che tutto questo è assolutamente possibile, da subito.


giovedì 26 giugno 2025

Il festival virtuale, per ricominciare

Torno dopo tanto tempo a usare questo mio blog personale, è il momento!

Lo scorso ottobre si è svolta a Brescia, un po' in sordina, la prima edizione della rassegna "I Bambini si Raccontano in Video".

Per chi non ha partecipato di persona, ricordo che sono ora disponibili in rete, nel canale YouTube TheLook of Children, il trailer, le 4 raccolte di opere di varia provenienza, e anche "l'ospite d'onore" Spirit Ship, film bellissimo del 2011, grande esempio di come l'arte può trovare strade nuove e sorprendenti dall'incontro con i bambini. E poi una sorta di "spot", inventato da un bambino di 5 anni, all'inizio dela laboratorio del 20 attobre.

Invito tutti a guardare, iscriversi al canale e magari riprendere insieme un discorso che può essere, oltre che culturalmente importante nel mondo di oggi, anche divertente e carico di speranza.

Era dunque successo, per tornare alla rassegna, che pur avendo raccolto molto materiale dall'Italia e dall'estero, c'era stata nei mesi precedenti una difficoltà di connessione soprattutto con le scuole locali, che corrisponde purtroppo a un problema generale, quando si tratta di coinvolgere il mondo dell'educazione in qualcosa che vada oltre la quotidianità dei programmi e della burocrazia, o l'eccezionalità dell'accesso alle risorse economiche del PNRR. Succede in particolare se ci sono di mezzo la fotografia e il video, in questo strano mondo in cui in cui in nome della "privacy" si sta in molti casi cancellando dalla comunicazione educativa il sorriso dei bambini e dei ragazzi, sempre più associandolo nel sentimento comune al pericolo e alla paura. E se questo serva a "proteggere" le giovani generazioni, oppure sia per loro nel lungo periodo un danno enorme, ingigantendo timori irrazionali e consegnando la gestione delle immagini che tutti, anche i bambini, ormai produciamo e pubblichiamo incessantemente con i telefonini, semplicemente nelle mani incontrollabili del mercato, sarebbe una questione interessante da affrontare.

Molti educatori pensano che sia utile far conoscere meglio le cose buone e belle che succedono nella scuola, mostrare alla società e all'opinione pubblica che non ci sono solo il bullismo e tutti quei problemi e sindromi per cui sempre più bambini vengono etichettati e affidati agli psicologi. Tanto più che oggi lo si può fare, come un tempo non era possibile, attraverso la voce dei bambini stessi che, se stimolati a un uso attivo e consapevole, sono in grado di utilizzare in prima persona e attivamente i mezzi audiovisivi, e in generale la tecnologia, giocando come sanno fare i bambini, con una libertà e una autonomia dagli stereotipi correnti che la maggior parte dei cittadini consumatori in crisi della società dell'informazione nemmeno si immagina.

Il canale e la Community YouTube, così come le pagine web del progetto, possono essere luoghi virtuali efficace per la condivisione dei video e il confronto tra educatori, insegnanti e in generale chiunque sia interessato.


Ho pubblicato dunque in questi giorni il trailer della rassegna, in parte "restaurato" nel video e nell'audio, anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale - suggerisco il confronto con le vecchie immagini cubane SD buie e sgranate della presentazione di 6 minuti di un anno fa, e si può fare di meglio, dato che io so usare ancora in modo approssimativo gli strumenti! - e poi le 4 raccolte per la durata complessiva di un'ora, che avevamo presentato al pubblico presente nella sala a Brescia. YouTube mi dice che "Opere 1" e "Opere 4" sono parzialmente bloccati per problemi di copyright e che in alcuni paesi potrebbero non essere visibili. Dato che sono assemblaggi di lavori altrui, ho cercato di capire invano quali sono i video responsabili, e se qualcuno ha idea di dove e come si possono controllare meglio queste cose, attendo suggerimenti.

In pratica, la parte spettacolare della rassegna è ora tutta disponibile in rete. Ho aggiunto poi una brevissima sequenza in cui in pochi secondi un bambino di 5 anni ci dà una lezione su come la comunicazione audiovisiva oggi può essere in realtà subito un gioco, bello, attivo, entusiasmante, oltre certi stereotipi e banalizzazioni correnti.

E pensavo. Se un progetto ha un suo senso, una possibile utilità per le nuove generazioni e per la società in generale, anche se in alcune fasi trova difficoltà ad affermarsi, non è proprio il caso di rinunciare.

Così torno a mettere in ordine anche le pagine web, con un riepilogo scritto a caldo ancora a novembre, un po' di cose che si potrebbero fare (ma si tratta di vedere insieme, ne potremmo in realtà fare altre), e di nuovo vado a cercare i diversi interlocutori, con cui nei mesi precedenti alla rassegna c'era stato un contatto diretto, augurandomi che ci si possa ritrovare e magari escogitare insieme un modo semplice ed efficace per allargare il discorso..

Sono tempi in cui anche l'educazione, come del resto la politica, più che preparare il futuro sembra inseguire giorno per giorno gli umori più superficiali che agitano l''opinione pubblica, con soluzioni grottesche (e probabilmente illegali) come la proibizione dell'uso di strumenti come il telefono cellulare a scuola, negando di fatto una volta di più una possibile alfabetizzazione a un uso attivo e consapevole della tecnologia, oltre gli stereotipi indotti dal mercato.

Informatevi prima per favore, almeno, studiate! O almeno ascoltate i bambini veri, che hanno tante cose da insegnare!

Dal mio ultimo laboratorio, con molte classi della primaria di un istituto comprensivo, c'è per esempio questo video su bambini e robot che varrebbe la pena di vedere.

Ma più in generale, c'è un'informazione, anzi una comunicazione dal basso che sempre più è urgente che impariamo far funzionare, per riscoprire insieme, adulti e bambini, l'efficacia e il piacere di mettere insieme gioco ed esperienza, natura e tecnologia, cultura e collaborazione tra gli umani, oltre l'ignoranza, la diffidenza, le paura, le risse, la guerra.

venerdì 21 gennaio 2022

Gestire la complessità, parte terza



L’umanità dell’informazione al bivio tra conformismo acritico e intolleranza o consapevolezza e responsabilità
 

...parte prima; ... parte seconda

4. Alienazione 2.0

Il linguaggio e le parole sono il modo principale con cui gli umani pensano la loro vita. È una cosa talmente automatica e quotidiana che non ce ne rendiamo conto, ma banalmente capire quello che diciamo, riferirlo alla nostra esperienza, usare termini che trovano corrispondenze nel pensiero e quel pensiero svolgerlo in modo armonico e sereno, è importante. Dovere di continuo adeguarsi a qualcosa che arriva comunque dal di fuori, perché è di moda, perché le convenzioni sociali, perché la tecnologia, perché il nostro ruolo, perché così va il mondo, alla lunga deprimono, producono insicurezza e perdita dell’autostima, appiattiscono e intristiscono la vita.

Mi capitò anni fa con una collega che lavora in campo ambientale e con i bambini, una brava, intelligente e istruita, una di quelle persone che non si trascinano nel mondo aspettano di sapere dagli altri che cosa devono fare. Stavo parlando e, nel mezzo di un ragionamento, usai una termine già allora comune e dissi “Due punto zero!”

Ricordo la sua espressione assolutamente basita. Credo che mi fermai, spiegai con altre parole che cosa intendevo dire. Poi però, siccome ritengo che per vivere in mezzo agli altri serva anche tenere conto delle interazioni con la gente, provai a pensarci, a farmi qualche domanda. Cioè: avevo incontrato una sacca inaspettata di umana insipienza (per cui chi non sa casca dal fico, ma sono lacune sue), oppure ero io che forse avevo usato una espressione che, per quanto in voga, linguisticamente non andava bene?

Le persone normali contano “1,2,3,4”, a voce, con le dita. E ci si capisce, fin da bambini, ci viene naturale e questo tipo di numerazione si può applicare a qualsiasi cosa. Ma ecco a un certo punto che quelli al passo con i tempi (o che più banalmente se la tirano), quando parlano di “tecnologia” incominciano a contare “1.0, 2.0, 3.0”. E la terminologia entra nel linguaggio corrente, si diffonde. A parte però che in italiano per indicare i decimali bisognerebbe usare la virgola, dai tempi della scuola dell’obbligo tutti sanno che “virgola 0” è una espressione assolutamente priva di senso: la virgola si mette solo quando dopo c’è un numero, un decimale, non il nulla!. Domanda allora: perché lo diciamo?


Scuola primaria Arici, Brescia 2002
disegno a mano di Matteo, IIIa, dopo i disegni al computer 

Chiedo perdono se azzardo un’ipotesi. La maggior parte usano l’espressione per non sentirsi tagliati fuori. Tutti lo dicono e anche io lo dico, anche se non so assolutamente che cosa significhi. In un mondo in cui Narciso detta legge, parlare come quelli che sanno di “tecnologia” (uso le virgolette, perché è alquanto strana l’idea che da alcuni anni abbiamo della tecnologia) diventa un imperativo sociale. Anche se usiamo i nostri aggeggi digitali al 5% delle loro possibilità, anche se luoghi comuni sostanzialmente privi di senso come quello dei “nativi digitali” rischiano di far crescere le nuove generazioni in un equivoco devastante, fornendo un facile alibi alle generazioni adulte per giustificare i propri fallimenti educativi.

Intorno, mentre i ritmi e la quantità di informazioni si fanno sempre più incalzanti e invadenti, forse per recuperare altrove una sicurezza che l’ignoranza generale dei mezzi certo non consente, i sistemi di istruzione, le aspettative e i riconoscimenti sociali spesso, invece di rendersi più fluidi ed elastici, si arroccano su anacronistici sistema di valutazioni, omologazioni, certificazioni che negano di fatto la natura stessa del cambiamento. Così i cittadini della società dell’informazione non solo non hanno gli strumenti concettuali per comprendere e gestire la ridondanza, ma nessuno si preoccupa di darglieli, anche perché il sostanziale analfabetismo di base alimenta l’economia e il mercato, con tutti a dotarsi affannosamente di ogni sorta di strumento tecnologico che possibilmente faccia, pensi per noi, e aziende planetarie che costruiscono imperi miliardari mai visti praticamente sul nulla, millantando di liberare noi poveri consumatori dalle responsabilità.

Il modello “positivo” è quello ben pronosticato nei cartoni animati dei Pronipoti, degli anni 60 del secolo scorso, un “futuro” reso facile e automatico da macchine che ci sostituiscono in tutto. La faccia negativa è la ribellione delle macchine, l’umanità schiacciata da un progresso tecnologico che è impossibile controllare o che, nelle mani di un pugno sempre più ristretto di individui, si trasforma nel Grande Fratello, o provoca quelle catastrofi di mostri e lotta selvaggia di tutti contro tutti che dalla letteratura e dal cinema direttamente entrano nell’immaginario della gente, dipingendo scenari sempre più apocalittici di angoscia e paura, che si riflettono sul mondo reale e lo rendono molto più difficile da vivere.

L’orizzonte culturale di restringe, si rifiuta il ragionamento, la riflessione. Ma si approfitta della rete telematica mondiale - nella sua versione addomesticata, regolamentata entro schemi preconfezionati e rigidi stabiliti dai padroni privati dei social network, che ci esimono apparentemente da ogni responsabilità – per esporre le proprie idee comunque, affermare una identità, contemplare la propria presenza “digitale” sugli schermi. Ci colleghiamo con quelli che la pensano come noi, troviamo il nostro schieramento, ci mostriamo all’esterno spesso attraverso pochi tratti distintivi schematici, titoli, slogan riassuntivi che, negando in partenza la complessità, allontano progressivamente sempre più la possibilità di affrontarla. Perché intanto diamo per scontato che, per quanto facciamo sentire la nostra voce in rete, le decisioni vere sulla vita reale di noi e di tutti le prenderà comunque qualcun altro.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIb
disegno al computer: Bosco!

Se l’umanità degli anni 1990 appariva
piuttosto frastornata dallo sviluppo tecnologico incalzante e culturalmente impegnativo - i personal computer, il World Wide Web - e comunque fiduciosa che se non fossimo stati capaci noi di fare il salto culturale necessario, ci avrebbero pensato i nostri figli, quella del 2000 è stata “tranquillizzata” da una tecnologia che si è abbassata al livello di chiunque – i telefonini, i social network – e a quel salto culturale sembra avere ormai rinunciato. Non ha imparato niente di nuovo e nemmeno pensa più davvero che serva imparare - non lo fanno più neanche i nostri figli, la curiosità, la ricerca, il gioco ridotti a una scelta tra gli scaffali di software sempre più predigerito - perché c’è chi apparecchia ogni cosa per noi, c’è una app per tutto, e in fondo naufragar ci è dolce in questo mare. Come una ubriacatura, una droga sotto il cui effetto tutto sembra apparentemente funzionare, per possibilmente allontanare un mondo reale di cui – perdonate il ritornello, ma qui sta il punto - ci rifiutiamo di condividere la responsabilità.


5. La società dell’informazione interrotta e il trionfo dell’inutilità

Non è da ieri che si studia e si descrive come funziona l’informazione, e alcuni punti fermi sono ancora validi e possono essere ben compresi anche dai bambini.

C’è un emittente, che produce il messaggio, e un destinatario, a cui il messaggio arriva; c’è un canale attraverso cui viene trasmesso e un codice, lingua, alfabeto, numeri, immagini o altro, che il destinatario deve conoscere, ne no gli è impossibile capire. Poi importante è il rumore che - come il traffico durante una conversazione, le interferenze durante una trasmissione radio - può disturbare in vario modo vario la comprensione del messaggio, fino a renderlo inintelligibile del tutto.

Questo schema, mutatis mutandis, vale per la trasmissione di dati come per le comunicazioni tra gli umani. Ma ci sono altri fattori che vanno considerati, caratteristici del tempo presente, e non derivano a mio parere tanto dalle novità tecnologiche, quanto dall’atteggiamento degli umani.

Uno: i tempi di attenzione. Li si descrive spesso oggi come “fatalmente” sempre più ridotti, come se fosse una evoluzione antropologica e non una abitudine mentale. Si parla di bambini che più di otto o dieci minuti non sono in grado di seguire la lezione della maestra, così come qualsiasi altra cosa. Ma davvero?

Come si fa per esempio a procedere attraverso i livelli di un videogioco, se non si presta attenzione? Ed è una attenzione che molti ragazzini riescono evidentemente a tenere viva per molte ore di seguito! E come mai se quello che dico o che faccio è interessante, succede invece che come per magia i bambini mi seguono?

Senza sottovalutare la desuetudine a stare attenti, che effettivamente riguarda un numero crescente di individui e può creare problemi, forse dovremmo inquadrare la questione in un contesto in cui l’overdose da informazione sollecita banalmente reazioni di difesa da parte degli umani, per cui l’attenzione scatta solo in presenza di una motivazione sufficientemente forte. E nell’emettere il nostro messaggio, sarebbe bene tenerne conto.

Due: la sostanziale autoreferenzialità di molti messaggi, quello che potremmo chiamare anche “effetto specchio”. Cioè, siamo talmente presi dalla intenzione alla base della nostra comunicazione, che non andiamo poi a verificare quale messaggio arriva in effetti al destinatario.

Ho già commentato nella prima parte di questo articolo (capitolo 2) – e mi sembra un ottimo esempio - la per me bizzarra e contraddittoria strategia linguistica “inclusiva” a base di asterischi che alcuni praticano nelle loro comunicazioni scritte. Di fatto, a parte quelli che la condividono, non credo che servano indagini scientifiche approfondite per dire che i destinatari di questi messaggi dal genere indefinito e dalle vocali mancanti molto spesso ne sono irritati, o semplicemente ridono.

Domanda: come può essere inclusiva una comunicazione che nei più suscita fastidio o ilarità?

Di seguito, due esempi di paradossi che mi sembra rendano l’idea di come il flusso continuo di informazione in cui viviamo immersi sia spesso interrotto e inutile.

Se ci chiamano a parlare in televisione, chiunque di noi, ci spiegheranno che  dobbiamo sbrigarcela in pochi minuti, perché se no dopo ci tagliano: i famosi implacabili, inappellabili tempi televisivi!

Ma se guardiamo trasmissioni di grande popolarità come “Uomini e donne”, vediamo che lì al pettegolezzo, al cazzeggio, al bullismo, alla litigiosità in TV non si pone alcuni limite: quelli possono parlare per ore di niente, e vanno bene, fanno audience!

Ci sono blog culturali, perfino social network di nicchia culturalmente impegnati, in cui ogni discussione sui destini del mondo, anche lanciata da menti eccelse, quale che sia l’argomento sembra destinata ad arenarsi entro pochi interventi e commenti. E il pensiero non procede, i nuovi media non diventano quel moltiplicatore di idee e iniziative che ottimisti pionieri avevano forse incautamente profetizzato.

Se invece in Instagram, Facebook, Twitter o Tik Tok si “postano” a volte assolute scemenze, o foto o immagini semplicemente curiose o intriganti, ecco che può capitare che intorno si scateni un delirio di “mi piace”, faccine, cuoricini, commenti di ogni sorta, fino a far diventare quelle scemenze “virali”.

Più che di mutazioni antropologiche o della natura dei mezzi, credo si tratti più banalmente della manifestazione di un generale disagio e senso di impotenza che si avvitano su se stessi., assuefatti come siamo a non esprimerci in contesti “costruttivi”, ma solo a fornire testimonianze e attestati di presenza entro cornici protette.

Solo che vivere immersi in un flusso di informazioni che riguardo alle cose importanti ci lascia abitualmente inespressi e insoddisfatti, alla lunga non fa affatto bene.

Continua

mercoledì 29 dicembre 2021

Gestire la complessità, parte prima


L
umanità dell’informazione al bivio tra conformismo acritico e intolleranza o consapevolezza e responsabilità


1. Prologo: ascoltare e capire il disagio. L’involuzione tecnologica.

Non è sano rassegnarsi al disagio.

Personalmente, nella fase ormai discendente della mia non breve presenza su questo pianeta, l’esperienza mi suggerisce di non sottovalutare il disagio, nelle relazioni pubbliche come in quelle personali. E, senza unirmi alla schiera di quegli intellettuali che, partendo da situazioni loro, oggi si ritengono autorizzati a pontificare su tutto, compreso quello di cui non sanno quasi nulla, semplicemente inizio questo mio ragionamento condividendo un punto di vista. Sarebbe poi bello se ciò innescasse una discussione, uno scambio di idee, in cui esperienze diverse si confrontano, si modificano vicendevolmente, e magari alla fine convergono verso un percorso comune per crescere insieme.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno al computer 
Ecco, il prima disagio mi viene proprio dal fatto che, in un momento storico in cui l’umanità si trova ad affrontare sfide che non esagerato definire planetarie, il cambiamento climatico, i flussi migratori, la riconversione energetica, e ci sono probabilmente tutte le risorse tecniche e intellettuali per affrontarle e forse vincerle, non solo a livello politico generale si sta facendo pochissimo, ma perfino le discussioni tra “amici” o tra colleghi più o meno esperti di questo e di quello raramente decollano, oltre le affermazioni distintive di ognuno e la terribile, mortifera domanda ricorrente: “da che parte stai?” Sembra che affrontiamo i problemi, qualsiasi problema, non per cercare soluzioni, ma per affermare in qualche modo la nostra identità, il nostro schieramento, in un bisogno di dividere il mondo tra i i buoni (noi) e i cattivi (gli altri) che sappiamo non avere nessuna base razionale, ma se non lo facciamo ci sentiamo persi. E comunque rassegnati a un contesto diffuso di impotenza e frustrazione, come se il nostro non potesse che essere uno sterile esercizio intellettuale, tanto le decisioni vere le prende sempre qualcun altro.

Spendiamo fiumi e oceani di parole a descrivere per esempio quello la tecnologia ci permetterebbe di fare, e poi ragioniamo pochissimo su quello che effettivamente si fa, e ancor meno alla fine personalmente facciamo. Usiamo ogni giorno mezzi incredibilmente potenti di interazione, condivisione, vera e propria produzione di informazione della società detta dell’informazione, per un’infima frazione delle loro potenzialità, e questo nostro incerto balbettio individualistico, consumistico, condizionato in modo pesantissimo da decenni d assuefazione alla passività televisiva, lo scambiamo per il “futuro” verso cui ci starebbe portando la tecnologia. Peggio ancora, è ormai la somma di miliardi dei nostri balbettii in rete che determina le aspettative di qualità nella comunicazione globale, al punto che oggi sempre più anche le TV professionali si adeguano ai social network, in un precipizio generale di rumore, confusione, pressapochismo.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
disegno a mano

Abbiamo perfino azzerato l’immaginazione. Negli anni Sessanta si fantasticava di viaggi spaziali oltre i confini del sistema solare; negli Ottanta nei personal computer maneggiati dai ragazzini vedevamo la possibilità prossima futura per chiunque di giocare alla pace o alla guerra, un potere presto disponibile a renderci tutti potentissimi, o a scoppiarci tra le mani. Oggi, una tecnologia spesso più avanzata di quella che allora si poteva prevedere è alla portata di ognuno, e la usiamo per ordinare la pizza, mentre lo Spazio è diventato lo scenario ozioso ed esclusivo in cui, durante poche ore in orbita intorno alla terra, i paperoni del pianeta vanno a scattarsi narcisistici e costosissimi selfies da pubblicare sui social network e mostrare nella TV globale!

2. Sostituire e togliere non è mai inclusivo. Il “politicamente corretto” che divide

La scena è paradossale. Si stabilisce – o si suppone, perché spesso non è neanche vero - che alcune cose, leggi, terminologie, usanze, siano discriminanti rispetto al genere, all’orientamento religioso, politico, sessuale di qualcuno, in particolare delle minoranze, e allora si adottano soluzioni che di fatto mettono a disagio la maggioranza. Chi davvero in coscienza ci trova un senso e pensa sinceramente che serva a migliorarci, alzi la mano!

Siamo talmente condizionati da una cultura della esclusione intollerante e tendenzialmente integralista, che spesso pratichiamo la cosiddetta “inclusione” in modo da provocare sostanzialmente ulteriori divisioni, conflitti, discriminazioni, non cercando nemmeno e ovviamente non vedendo soluzioni eventualmente possibili davvero inclusive, che uscendo dalla logica degli schieramenti e delle contrapposizione probabilmente si potrebbero trovare con relativa facilità.

Qualche esempio, tra quelli che hanno provocato discussioni.

Siccome viviamo in società laiche, si parla o si decide di proibire nei luoghi pubblici l’ostentazione di simboli religiosi, mettendo però poi insieme in un delirio di confusione il crocifisso appeso alla parete di un’aula scolastica (ufficiale, istituzionale, quindi forse potenzialmente davvero divisivo per chi non condivide) con il velo islamico delle studentesse (personale, attinente alla sfera delle libertà individuali di espressione, che non si capisce come e perché dovrebbe “offendere” qualcuno).

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disegno al computer

Si consiglia di non augurare “Buon Natale” e di non fare il Presepio a scuola, perché chi non è cristiano potrebbe sentirsi a disagio (e perché mai?), mentre tutto intorno comunque – le vacanze, la messa di mezzanotte, il cenone e il panettone, le luminarie, le pubblicità in TV - concorre a celebrare una festa tra spiritualità e consumi di cui a questo punto non si capisce più il senso. Cioè, quale problema può esserci per il fatto che nei paesi di tradizione cristiana si festeggi il Natale, e quale ragionamento contorto ci può far supporre che far finta di non farlo possa in qualche modo risultare inclusivo? Inclusione non è nascondere le tradizioni prevalenti, ma se mai ammettere, riconoscere anche quelle di altre comunità religiose ed etniche, minoritarie ma presenti nelle nostre società, che festeggiano tra loro Hanukkah, la fine del Ramadan, il capodanno Cinese, e magari festeggiarle con loro.

Ancora, si propone nei documenti di sostituire “mamma e papà” con “genitore 1 e genitore 2”, per non discriminare più altre possibili forme di famiglia, come quelle omosessuali, la cui esistenza riconosciuta è considerata un passo avanti per i diritti civili di tutti. Con questo però si impone un cambiamento che può suonare come una negazione della famiglia com’era intesa finora, uno schiaffo al senso comune, alle tradizioni, alle convinzioni religiose diffuse. Non si elimina affatto la discriminazione, ma la si rovescia e la si amplifica, innescando conflitti divisivi inutili e controproducenti.

Potrebbe bastare in questo caso, per esempio, scrivere sul modulo qualcosa come: “mamma/genitore 1, papà/genitore 2”. A parte la sorpresa iniziale e un certa ridondanza, per chi non cerchi divisioni a tutti i costi, questa formula "affiancata" è accettabile da tutti: si salvaguardano i ruoli familiari tradizionali e più comuni, aggiungendo lo spazio per situazioni diverse. Nessuno impone il suo punto di vista a nessun altro e semplicemente ci si abitua dopo un po' a una terminologia più aperta e in questo caso sì inclusiva, che aggiunge, non sostituisce.

Poi, personalmente in me (e in moltissimi altri, anche se spesso non lo dicono) provoca un forte fastidio leggere - come alcuni usano da qualche tempo - sostituite negli scritti le desinenze di genere con asterischi o, peggio ancora, con caratteri dedicati, come nel sistema “schwa”, per cui addirittura si ricorre a segni speciali che ti fanno impazzire sulla tastiera (cioè, per essere inclusivi, tutto il mondo si dovrebbe riadattare!) A parte la sua sostanziale impraticabilità in modo coerente e completo all’interno della frasi (e ?i* articol*, il lo la i gli le?), la cosa immediatamente non regge con parole il cui genere non è dato solo dalla desinenza e per cui la discriminazione immediatamente si ripropone.

Scuola primaria Arici, Brescia 2002, classe IIa
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Perché per esempio “scrittor*” e non “scrittric*”? Tralasciando il fatto che si spezza – è non sembra una cosa da poco - il legame tra la lingua scritta e quella parlata, perché una lettura ad alta voce “inclusiva” senza desinenze dubito non risulti assolutamente ridicola ai più e una eventuale a desinenze “libere” obbligherebbe il parlante a continue impegnative scelte di genere all’interno di un semplice testo, al punto da non riuscire probabilmente più a leggere.

Nella scrittura poi, applicando schwa o asterischi "inclusivi" ci si sottopone di fatto a una sorta di supervisione dall’esterno, di auto censura di parole e pensiero, di conversione continua dal modo come abbiamo imparato a parlare e a scrivere in un altro che di continuo politicamente ci corregge. Ma il mondo e la vita non sono già abbastanza complicati? E aggiungere ulteriori elementi di stress perfino nell’atto banale e quotidiano di scrivere e leggere, davvero ci fa incamminare lungo la strada dell’inclusione, o non piuttosto aumenta il disagio quotidiano complessivo, la sensazione diffusa e a volte esagerata di non essere noi i padroni della nostra vita, e quindi la frustrazione, l’irritabilità, l’insofferenza, la violenza non solo latente che, oltre il perbenismo e i formalismi, nelle nostre società appare in aumento costante proprio nei confronti delle donne? Con buon pace degli asterischi, delle quote rosa e delle altre forzature artificiose con cui ci si affanna a correggere la tradizionale disparità tra i sessi.

In generale, la mia umile opinione è che sovrapporre in modo pedante invadente - mi si perdoni, ma provi a rifletterci, chi di queste cose si compiace - sempre più regole a tanta parte delle nostre vite, non aumenta la qualità delle relazioni tra le persone, i sessi, i gruppi sociali, le etnie, ma possibilmente le deteriora ulteriormente. E mentre aggiungere può essere - magari non sempre - inclusivo, sostituire, togliere, vietare, prescrivere, il più delle volte provoca solo nuove divisioni, discriminazioni, conflitti.


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