giovedì 18 agosto 2016

Burkini, referendum, olimpiadi e... l'erotica dell'insegnamento!

Mi viene in mente ora: l'altro giorno mi sono ritrovato su una spiaggia, l'unico con i pantaloni lunghi! Si può? Per fortuna ero a Moniga del Garda e non a Cannes, dove i francesi ne facessero una giusta almeno una volta, che in nome della “laicità” adesso stabiliscono come la gente deve vestire! (dato che l'oppressione delle donne notoriamente si consuma sulle spiagge attraverso i costumi coprenti. E se qualcuna non sopporta il sole?)
Burkini vietato negli hotel del Marocco (paese musulmano) già nel 2014!
Perché l'argomento principale di cui si parla di questi giorni di ozioso agosto sembra essere il burkini! Ma non eravamo un mondo in crisi, addirittura in guerra, non ci sono argomenti più seri su cui dibattere e polemizzare? Per esempio, qui da noi in Italia il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, che non è solo questione di guardare le facce di quelli che votano nell'altro modo (ma Grillo, il sole ti ha dato alla testa, e da che parte stai? Devo figurarmi, nel segreto dell'urna, i sorrisi di Renzi e della Boschi, o i ghigni di Brunetta e di Salvini? Aiuto, non c'è scampo!)
Sto guardando alle Olimpiadi il nuoto sincronizzato, dove le atlete egiziane, presumibilmente islamiche, indossano un costume da bagno normale, mostrano le gambe. Davvero in questo mondo non ci si capisce più niente!

Però mi sto ritrovando tantissimo in questi giorni nel libro L'ora di Lezione, per un'erotica dell'insegnamento, di Massimo Recalcati. Per chi non lo conoscesse, lo trovo semplicemente illuminante, soprattutto dopo l'inflazione di sciocchezze ascoltate in questi anni sulla scuola “digitale” e delle “competenze”! A parte la sottolineatura del tratto distintivo di quello che è il protagonista oggi di scuola e società, cioè Narciso, che per sua natura è “sconnesso” (e allora si capisce anche come nonostante il 4G facciamo così fatica comunicare!), mi piace particolarmente come l'autore insiste sul nocciolo della questione: «È solo l'amore – l'eros – col quale l'insegnante investe il sapere a rendere quel sapere degno di interesse per i suoi allievi, a renderlo un oggetto capace di causare il desiderio».
Penso allora ai bambini che conosco quando, oltre tutte le crisi della scuola e del mondo, imparano, conoscono e sempre producono una straordinaria cultura mossi dalla curiosità, dal piacere, dal desiderio. Come scriveva il Poeta, alla fine di tutto: «L'amor che move il sole e l'altre stelle».

Alle olimpiadi ci sono adesso le BMX. A dir la verità, sembra un po' Giochi senza Frontiere, ma gli atleti indossano una tuta che assomiglia al burkini!

venerdì 10 giugno 2016

¡Más allá del “like”!

Lo escribí en un libro del 1999 y lo pienso todavía: la web es probablemente la máxima ocasión de democracia de la historia de la humanidad. Pero ocasión no significa que una cosa se va a realizar, depende siempre de las personas, es decir de nosotros, que evidentemente tenemos muchos problemas con la web, así como los tenemos con la democracia.

Facebook y las otras redes sociales no son la web, sino clubes privados con reglas suyas, donde todos, incluso los analfabetos tecnológicos, puede entrar sin dificultad, encontrar mucha gente y hacer muchas cosas. Pero no podemos pensar que sean herramientas de trabajo efectivos. Desde el momento en que muchos millones de personas están allí, su función principal es, de cualquier modo, mover dinero. Y si necesitamos herramientas para trabajar, tenemos que construirlas.
Brescia, Italia, años 80
Si la web es difícil de entender y utilizar propiamente, para mujeres y hombres acostumbrados a los libros tradicionales y sobre todo a la televisión, que tienen miedo cuando son libres de moverse, conectar, eligir, en frente de una cantidad enorme de datos y posibilidades, las redes sociales ofrecen recintos protegidos donde los activos pueden sentirse protagonistas con todas la palabras y las imágenes que quieren, y los pasivos pueden también participar simplemente mirando, o haciendo clic sobre el “me gusta”. Los dos, igualmente, casi siempre no salen del recinto.

Las visitas al “post” dicen que alguien ha visto lo que uno ha escrito; no certifica que ha leído. El me gusta no certifica tampoco, ni a veces el compartir (muchos comparten sin leer). Los comentarios significan una presencia más activa pero, por ejemplo, comentar el link a un blog en facebook no es como comentar en el blog mismo (que viviría de los comentarios, que en la red social se pierden).
Ahora que tenemos proyectos reales, como La Mirada de los Niños en el Mundo, que intentan desarrollarse, marcar una presencia incluso con pocas palabras en un grupo facebook, puede ser útil para que la gente se encuentre, se conozca, y sepa que otros son interesados y participan.
Otras herramientas para trabajar de verdad, hay que construirlas en otras partes, en la web y sobre todo en el mundo real.

mercoledì 1 giugno 2016

Alfabetizzazione video

Ci sto personalmente lavorando molto in questo periodo.
Un volta depurato il nostro pensiero dall'onnipresente ideologia del “digitale”, che nessuno in realtà sa che cosa sia (spesso solo marketing o nuova e più ottusa burocrazia, perché si può dare la colpa alle “macchine”!) l'alfabetizzazione video è probabilmente la vera base oggi di una possibile cittadinanza attiva.
Il video è la lingua universale che ha uniformato globalmente tutto il pianeta come televisione e  tutti la capiscono. Dal punto di vista del consumo , ha trovato negli ultimi tempi una diffusione ancora più capillare attraverso i dispositivi mobili, che soprattutto vengono utilizzati come riproduttori di audiovisivi. Ma già da alcuni decenni, grazie a strumenti tecnologici sempre più facili, economici e potenti, è un linguaggio che consente anche a tutti di produrre, e oggi di diffondere globalmente quello che produciamo, attraverso la rete e i social network.
Videocamera Full VHS, 1987
Curiosamente, è una lingua che però non si studia a scuola, che pochi davvero parlano, e pochissimi scrivono!

Si è scritto moltissimo in tutti questi anni sugli effetti che la televisione ha sui bambini, quasi sempre in termini di tempi di permanenza davanti allo schermo e di contenuti, il più delle volte sottovalutando lo specifico della comunicazione audiovisiva e basandosi sulle modalità standard di consumo come se fossero le uniche possibili. Quanto all'uso attivo di videocamere, fotocamere, telefonini, o ti spiegano le questioni “tecniche” come se con quegli aggeggi tutti sapessero già esattamente che cosa farci, oppure, più o meno come 50 anni fa, ti insegnano come si fa un film! (e se un film uno non lo vuole fare? Tanto vale che resti analfabeta!)
In definitiva, il linguaggio video, quello con cui universalmente si comunica su tutto il pianeta, ognuno se le impara per conto proprio, tra condizionamenti commerciali e stereotipi, in balia del caso e del mercato.

Videocamera con scheda SDXC, 2013
Lavorando con i bambini e proponendo, con gli strumenti per fare il video, semplicemente di giocarci, così come giocano con un pallone o con le bambole, si scoprono utilizzi non convenzionali che si legano direttamente all'esperienza di vita delle persone, senza necessariamente passare dal cinema e dalla TV tradizionali, né essere vissuti come una cosa fine a se stessa che non può andare oltre l'album dei ricordi o lo scherzo in rete.
Lavorando con i bambini e imparando da loro, si capisce anche che, più che corsi in cui apprendere il linguaggio video in modo scolastico, servono luoghi e occasioni, reali o virtuali, in cui utilizzarlo in modo “naturale”, condividere le nostre comunicazioni video per correggersi e migliorare, crescere nella consapevolezza della cultura che produciamo.
Così, come gli esseri umani imparano a parlare una lingua naturale prima di studiare la grammatica, lo stesso può essere oggi, grazie alla tecnologia di cui disponiamo, anche per il linguaggio video. Ma così come il gioco spontaneo dei bambini, in un contesto sociale artificioso come quello in cui viviamo, a volte va “liberato” perché possa davvero esprimersi, per esempio attraverso l'animazione teatrale, allo stesso modo vanno garantite le condizioni perché incontro tra gli umani e il linguaggio video possa avvenire oltre le abitudini e i facili stereotipi. E l'esperienza può essere sorprendente.
Videocamera DV, 2006
Nel nostro faticoso tentativo di costruire un gruppo di lavoro, presto un'associazione vera e propria, attraverso il progetto internazionale Terra Insieme, il Museo Virtuale dei Piccoli Animali nasce per esempio dall'esplorazione del giardino delle scuole con l'aiuto della fotografia e del video; Lo sguardo dei bambini del mondo sarà un “festival video” diverso; il “corso video” che proponiamo vorrebbe essere soprattutto un momento di scambio di esperienze e conoscenze.

mercoledì 25 maggio 2016

Ci risiamo, con la favola dei “nativi digitali”!

Il prof. Ferri torna a parlarci dei “nativi digitali”, ammonendo noi miscredenti che dobbiamo metterci l'animo in pace, perché esistono! Ha anche pubblicato il link al suo articolo nel mio gruppo facebook “Bambini Oggi Tecnologie” e di questo lo ringrazio.

Dopo di che, vorrei riprendere anch'io qualche considerazione su quel discorso che molti fanno ma che – limiti miei – francamente non riesco a capire: la contrapposizione tra la cultura del libro (che sarebbe la cultura precedente) e quella “digitale”.
È un mio modesto punto di vista, ma lo esprimo così, anch'io in modo lapidario:
  1. Non è vero che la cultura precedente a quella “digitale” si basa sul libro ma – chi in coscienza può affermare qualcosa di diverso? – è un misto di stampa (libri, giornali, rotocalchi) e cultura audiovisiva, radio, cinema e televisione, con una forte prevalenza della televisione.
  2. Parlare di cultura “digitale” non ha senso.
Bambini alla LIM che programmano in LOGO
Mi spiego.
Il libro, la televisione, la radio sono mezzi di comunicazione di pensiero, parole, suoni, immagini. La scrittura, la narrazione orale, il disegno, la musica, la pittura, la scultura, la matematica sono linguaggi di espressione e conoscenza.
Il “digitale”, può essere la traduzione in termini numerici di mezzi e linguaggi precedenti (digitalizzazione), oppure la produzione direttamente secondo modalità numeriche (perché poi “digitale” significa “numerico”, magari molti non lo sanno!) di contenuti che agli utenti finali possono presentarsi in modo sostanzialmente non dissimile dai corrispettivi contenuti analogici (la musica, che sia un vinile, un nastro, un CD, un Mp3, si ascolta comunque con le orecchie!), in altri comportano la necessità di piccoli apprendimenti (per passare per esempio dal libro di carta all'ebook) o ancora inducono comportamenti e “stili conoscitivi” che prima non erano dati (es. l'utilizzo per diverse ore al giorno di aggeggi come gli smartphone, per fare le cose più disparate).

A parte che gli aggeggi digitali in realtà sono diventati popolari da quando sono intuitivi e analogici (la programmazione in linguaggio “C” richiede una vera competenza digitale, l'uso del mouse e del touch screen no!), c'è questa ipotesi per cui ci sarebbero differenze sostanziali e significative tra chi è nato quando gli aggeggi digitali ancora non esistevano e quelli che invece ci sono cresciuti dentro. Di solito ti fanno l'esempio del bimbo di tre anni che usa il tablet e della nonnina che è in crisi con il digitale terrestre! Di nonnini che usano con disinvoltura il tablet e di adolescenti imbranati non ne parlano mai, e già questo è fortemente sospetto. Così come non dicono che l'età media dei frequentatori dei social network è ben più alta di quella dei supposti “nativi”, né che i più giovani preferiscono di gran lunga leggere i libri di carta, piuttosto che gli ebook.Eccetera.

Felini digitali?
Se – osservando per esempio i passeggeri di una metropolitana di ogni età, tutti con le mani e gli occhi sul telefonino - ci sono differenze significative di comportamenti cognitivi riferibili alle generazioni, nella realtà non è dato di saperlo, perché tali comportamenti andrebbero osservati e verificati attraverso indagini vaste ed estremamente approfondite, che nessuno in realtà ha mai fatto. Per portare avanti quelle che restano fondamentalmente teorie, il più delle volte si procede per ipotesi e sillogismi: «Siccome studiano su Internet, quindi...» Quindi che cosa?. Che cosa fanno in realtà, come cercano, come sanno usare i collegamenti, incrociare i dati, elaborare delle sintesi? Davvero si pensa seriamente di poter applicare schemi universali a situazioni assolutamente variabili e imprevedibili, legate alle storie culturali e personali di ognuno, basandosi semplicemente sulla data di nascita?

Quando poi, dalle affermazioni perentorie quanto astratte, i sostenitori dei “nativi” scendono sul terreno degli esempi concreti, non di rado si sfiora il patetico, come quel tale che, di fronte a una platea di adolescenti esterrefatti, non solo affermava la “differenza sostanziale” dello scrivere al computer di un “nativo” e di un “immigrato”: «Perché io poi devo stampare!» (???), ma a un certo punto, aveva anche chiesto con entusiasmo al pubblico dei “nativi”: «Chi di voi si sveglia con il il telefonino?»
Ho alzato la mano solo io che ho 60 anni! Non lo sa quel tale che i bambini e gli adolescenti, la mattina, si fanno chiamare dalla mamma?

Concludo citando una affermazione tristissima e inquietante, ascoltata con le mie orecchie da un relatore durante un convegno in cui pure gente brava e preparata, addirittura riconosciuti “guru”, avevano espresso dubbi e perplessità sul fatto che abbia un senso parlare di “nativi digitali”. Questo tale dunque, a un certo punto letteralmente dice: «Bisogna mettere le lavagne digitali nelle scuole, perché pensano come loro!»
Davvero, per affezionarci a una definizione così imprecisa e ambigua, dobbiamo correre il rischio di cadere così in basso?

martedì 19 aprile 2016

The flipped generations: l'età capovolta!


Premessa: questo è un articolo “induttivo”. Non si sentenzia di verità cosmiche, ma si buttano lì motivi di riflessione, basati però sull'osservazione di cose che effettivamente si possono osservare nella realtà. Per quelli che – magari ce n'è ancora - non si accontentano dei luoghi comuni che stanno asciugando il mondo!

I 30enni e 40enni di oggi spesso sono vecchi. Hanno appreso la loro “gioventù” dalla televisione, e alcuni (non facciamo nomi, ma ce n'è di importanti!) si comportano oggi come in Happy Days! Fanno finta di intendersi di tecnologia, usano espressioni come “2.0” come se sapessero che cosa vuol dire, e l'orizzonte culturale, politico ed economico in cui si muovono è quello perdente e disastroso degli anni Ottanta, il liberismo, la competizione, la personalizzazione della politica. Sono gli alfieri di una nuova burocrazia che quando gli umani sono messi a disagio dalla robotizzazione a vanvera della società, la spiegazione è che quello è il prezzo da pagare, perché così comunque sarà il “futuro”.
Bacheca alla fiera del libro per ragazzi, Bologna 2016

I 20enni, cresciuti da una scuola di identità sempre più incerta e da una società immobile con il mito del cambiamento, che sembra aver definitivamente identificato la rivoluzione digitale con il possesso (non l'uso consapevole, per carità, non esageriamo!) dell'ultimo modello di telefonino e il cazzeggio in circoli chiusi e oziosi che stanno soppiantando quella che una volta era la rete, sono se possibile ancora più vecchi. Spesso, non conoscono altro "lavoro" se non quello che può arrivare dall'agenzia interinale, due mesi in un magazzino o in un call center e poi chissà. Non hanno speranza o desiderio di cambiare il mondo e, realisti e pragmatici più dei loro nonni, sono per lo più alla ricerca di una nicchia di sopravvivenza.
 
Non è i che i 50, 60 e 70enni siano messi oggi molto meglio, visto che poi il disastro di mondo in cui viviamo lo hanno costruito loro. Ma, se per la maggior parte hanno rinnegato i sogni di gioventù, molti quando erano giovani alcune cose le hanno fatte, e non cose da nulla! Il 68, la musica rock, il personal computer, il web!

Oggi si scopre che per esempio nella scuola, spesso i più innovatori sono gli over 45! C'è da stupirsi? Sono quelli che hanno la cultura del prima e del dopo, quelli che sanno che, dietro ai gadget digitali, c'è una storia, quelli che magari si ricordano che a volte le idee contano più delle istruzioni per l'uso o delle procedure apprese a memoria nella scuola dei quiz.
E rimbalza in questi giorni in rete, anche se non è una cosa nuovissima, il post in cui si racconta di come è cambiato il lavoro alla Virgin, per iniziativa di una ragazzo di più di sessant'anni. Ha ripreso alcune idee della cosiddetta etica hacker, quando si pensava che lo sviluppo tecnologico potesse favorire il superamento della vecchia morale capitalistica, basata sul denaro, la competizione, il finto libero mercato...
 
Siamo ancora ancorati alla vecchia idea che per immaginare il futuro bisogna essere giovani. Ma forse è successo che il troppo sognare e poi il troppo tradire quegli stessi sogni fatto sistema, ha rovesciato, insieme con l'equilibrio ecologico del pianeta, anche il gioco antico delle generazioni.
Che il nuovo slogan per eventualmente cambiare il mondo sia "largo all'esperienza"? Flipped generations!

lunedì 4 aprile 2016

Ebook "Mosche", scaricabile gratis!

Oggi apre la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Io ci faccio un salto domani e così non corro il rischio di imbattermi nel ministro Franceschini (la cui pagina di attività, mentre scrivo, è ferma a gennaio!)
Lì sarà soprattutto una festa di libri di carta che, soprattutto quelli destinati ai ragazzi, non sono destinati a morire, no, proprio no!
La ragione per cui la seconda edizione del mio libro di fotografia, scienza e poesia Le Mosche esce in formato elettronico non è però solo economica (niente costi di stampa e di distribuzione, dite poco?)
Gli ebook della collana contengono link alla rete, voci di Wikipedia, ma anche qua e là qualche video, collegamenti ipertestuali tra le pagine e altro. Il libro elettronico, specialmente se non è di narrativa, è dinamico e consente operazioni in lettura e in scrittura assolutamente impensabili con un libro di carta. Ma soprattutto, me li sono praticamente fatti da solo, utilizzando le mie fotografie, impaginandolo con un software che cosa pochi euro, ed è evidentemente una cosa che, più o meno bene, possono fare tutti.
Chissà perché, questa cosa che con gli ebook possiamo essere tutti editori, tutto sommato si parla molto poco. Forse perché è un'innovazione, una possibile rivoluzione vera?

Il libro Mosche si può scaricare GRATIS!
A parte le rime che ho scritto, la parte scientifica deriva dal lavoro fatto negli anni con i bambini e tiene conto di quello che a loro piace, che gli interessa e li appassiona, avendo utilizzato la tecnologia in modo attivo e legato all'esperienza delle persone, più che non alle mode del marketing!. Le fotografie sono fatte con macchine assolutamente non professionali (anche questa è un'altra “rivoluzione” a portata di mano e che quindi non dobbiamo conoscere!) e in definitiva, la “lezione” sarebbe che libri come questo o come altri che possono servire, anche per la didattica, le scuole, per esempio, se li possono fare per conto proprio (ecco perché non se ne parla, se si diffondo la voce guai!).

Argomenti troppo complicati e importanti. E allora, ricordando che gli sugli insetti fanno parte di un più complessivo progetto condiviso che finalmente ore sta per diventare grande, Il Museo Virtuale dei Piccoli Animali, chiudo con la filastrocca del moscone, qui ritratto due volte (l'altro con gli occhi verdi è uno splendido tafano!) che nel libro sta a pagina 6.

Tante volte lo incontro nero e grosso
ronzare rumoroso a più non posso
picchiare la finestra contro il vetro
perché non sa che non si passa dietro.
Non pensavo guardando da vicino
di scoprire un moscone juventino!
È a strisce e a quadretti bianchi e neri
ha gli occhi rossi che non paion veri
i peli dritti sulla groppa e il sedere
che cosa mai mi tocca di vedere!
Eppure anche lui in fondo ha un cuore
quando tranquillo si posa su un fiore.


mercoledì 23 marzo 2016

Come sarà il futuro, digitale o intelligente?

Treno locale nord Milano, di quelli belli e comodi, penultima generazione, di recente costruzione.
Lo scorrere delle stazioni è scandito con efficienza dalle indicazioni sul display digitale, accompagnate dalla suadente voce femminile che dell'altoparlante annuncia: "prossima fermata", "stiamo per arrivare a..."
Poi, come non di rado succede, durante una sosta in stazione le luci cominciano a lampeggiare in modo preoccupante, si spengono.
Oh no, adesso ci diranno che dobbiamo cambiare treno!
Per fortuna il blackout dura poco e la marcia riprende.
Treno di Trenord, ultima generazione!
Le informazioni però sballano. Il software ha ricominciato a contare le stazioni dal principio e crede di essere a Saronno sud, invece siamo a Quarto Oggiaro!
Con tutte le indicazioni sbagliate, ci potrebbero essere difficoltà per qualcuno, dato che lungo la bella e moderna linea i nomi delle stazioni, scritte in bianco sul verde delle eleganti pensiline, di notte non sono illuminati.

Una sola considerazione, a proposito di una parola che per molti oggi è sinonimo di progresso, tecnologia, perfezione: digitale!
Chi ha qualche idea di programmazione lo sa bene, ma anche quelli che hanno conosciuto i personal computer nei tempi in cui per usarli era consigliabile avere un'infarinatura di BASIC e di dos: le macchine digitali non pensano! Solo pedissequamente eseguono le istruzioni di un programmatore umano. Se queste sono sbagliate o incomplete, la macchina digitale non se ne accorge e il risultato, per l'utente, non è soddisfacente.
In questo caso, per esempio, servirebbe che qualcuno prevedesse un controllo incrociato tra le informazioni che vengono date sulle stazioni e un rilevatore GPS. E si eviterebbero situazioni imbarazzanti.
Treno regionale, Stazione Centrale di Milano

Un'altra cosa si usava dire negli anni in cui nella vita degli umani, come una novità, sempre più entravano i  computer, per evitare che gli umani stessi si abbandonassero a una fiducia eccessiva in quelle macchine. Li si definiva "utili idioti". Cioè, di nuovo, possono svolgere lavori pazzeschi, a velocità per gli umani impensabili ma, per l'appunto, non pensano.
Non a caso, dopo decenni di sperimentazione non sempre soddisfacente sulla cosiddetta intelligenza artificiale, i ricercatori sono orientati a puntare su macchine di concezione diversa, più analogiche, basate sulle "reti neurali". Perché digitale è, in definitiva, sinonimo di "stupido"!
Vero è che il discorso riguarda aggeggi che consentono comunque prestazioni mirabolanti e che, correttamente utilizzati, possono cambiare il modo di apprendere, comunicare, produrre. Ma ugualmente, data la sostanziale correttezza della equivalenza digitale = stupido, che per esempio la scuola del futuro venga immaginata come "digitale", fa un certo effetto!