lunedì 10 settembre 2018

La Mirada de los Niños en el Mundo

Acabo de compartir algunas notas con Irene Blei, en Argentina, que está de acuerdo con el “manifesto” (¡y me ayudará a corregir el texto en español!) de La Mirada del los Niños en el Mundo”, un proyecto pensado hace uno meses con otros argentinos de Festicortos, con Josep Arbiol, director de la MICE de Valencia y otros de diferentes países, aunque no todavía desarrollado bien porque, a pesar de las oportunidades técnicamente infinitas ofrecidas hoy por la tecnología, no es fácil hacer una red que realmente funciona.
En las notas recuerdo mi proveniencia de la animación teatral y del trabajo con los niños y el ambiente, y la necesidad de no considerar la educación a los media como si fuera una disciplina en si misma, sobre todo en referencia a las profesionalidades tradicionales de TV, cinema, radio etc. Vivimos hoy, desde muchos años, en un universo multimedia, donde precisamente la presencia masiva e invasiva de la tecnología en la vida cotidiana hace necesaria una educación atentamente basada sobre todo en la socialidad, el conocimiento del cuerpo su propio y de los otros, el encuentro con la naturaleza con todos los sentidos. Con los niños, es muy fácil y natural trabajar en esto y aprender de ellos como todo se puede hacer en armonía. Con los medios audiovisuales de hoy, fáciles y muy poderosos, esta armonía puede ser comunicada a los demás, directamente por los niños mismos.
Nuestra sociedad no conoce las caras y las sonrisas de nuestros niños, se piensa que compartir imágenes de ellos sea “peligroso” y nadie o muy pocos, incluso en la escuela, escuchan a sus voces reales, prefiriendo referirse a ellos según estereotipos, como los inexistentes, pero capaces de dirigir la producción y la educación, “nativos digitales”.
Si devolvemos a los niños el uso de los medios para hacer videos, los dejamos jugar con ellos, los ayudamos a dar una buena forma a sus historias y mensajes y a difundirlos, los tenemos en cuenta, es una óptima cosa para los niños mismos, su serenidad y autoestima, y una gran oportunidad para nosotros de entender muchas cosas, aprender de ellos y avanzar en pasos importantes hacia el uso consciente de los tecnología y la ciudadanía activa.
A todos los que quieren participar en la creación de redes, canales, televisiones de niños, los invitamos a comentar aquí en este blog y escribirnos por correo electrónico.


sabato 7 luglio 2018

Imparare dai bambini


Torno a scrivere dopo alcuni mesi di silenzio, sulla rivista on line SoloTablet e ora qui, e a seguire credo continuerò, perché ci sono tante cose da dire. L’ultimo squillo era stato forse importante e comunque internazionale, il libro su tecnologia e cittadinanza attiva pubblicato a gennaio in America.
Torno dopo alcuni mesi di stand by mediatico, ma durante i quali ho lavorato con i bambini e i ragazzi e abbiamo realizzato cose di alto livello, sotto forma di video che presto dovrebbero essere pubblicati, in cui si vedono i giovanissimi autori che fanno e producono, secondo modalità che spiazzano tanti miopi luoghi comuni che troppi, anche in ambito educativo, superficialmente per molto tempo hanno dato per scontati.

Sul modo come loro si vedono, i ragazzi, durante queste attività in cui si cimentano tranquillamente con computer, LIM, tablet, telefonini, videocamere, gioco teatrale, disegno, scrittura di storie, canto, corse all’aperto, osservazione di insetti, in una armonia di mezzi e linguaggi che chissà perché tanta parte del mondo adulto non riesce a vedere, interessanti i cartellini che alcuni si sono appuntati al petto, durante il laboratorio intensivo di cinque giorni che ho condotto a Siena insieme con Elisabetta Casagli presso la scuola primaria Peruzzi, la settimana dopo la fine della scuola.
Sui cartellini c'era scritto: “Attore Tecnico”. Bellissimo! Anche se in realtà sembra che Elisabetta avesse suggerito etichette in cui i due termini “attore” e “tecnico” avrebbero dovuto essere separati, indicando due ruoli diversi. Potenza del sincretismo infantile!
Nel video, che dovrebbe essere disponibile per la pubblicazione presto, si vedono in effetti i bambini, esseri naturalmente multimediali, cambiare attività e mansioni con grande naturalezza, disponibili a farsi ugualmente entusiasmare dai mezzi digitali come dalle formiche, in modo naturale e spontaneo, così come a comunicare e a collaborare tra di loro e con gli adulti, sollecitati in questo caso da una domanda semplice quanto intrigante: chi è un bambino?

Questa armonia facile di mezzi e linguaggi - altro luogo comune da sfatare - non è una questione solo di età, ma soprattutto di atteggiamento. Con Elisabetta mi sono ritrovato a lavorare senza che ci fossimo mai visti e praticamente abbiamo scelto al volo di fondere i laboratori e agire insieme non avendo nemmeno il tempo di parlarci. E tutto ha funzionato molto bene anche con le maestre tutor del laboratorio e la coordinatrice del pon.
Avere stimoli da lanciare ai bambini ed essere curiosi di ascoltare quello che hanno da dire in effetti aiuta... E si imparano un sacco di cose!

lunedì 5 febbraio 2018

La scrittura e la memoria dispersa dell’era digitale

Copio e incollo, con qualche aggiustamento, cose scritte da me e altri giorni fa in una discussione su Facebook, dove tutti argomentano di tutto e dopo pochi giorni non si riesce a trovare più niente, con buona pace del ritornello che recita “in internet non si perde nulla!” Certo, ma le cose dove stanno?

Questa sistematica dispersione della memoria contribuisce a fare sì che, di fatto il riduzionismo e il "presentismo" siano la cifra, orientata da un marketing di corto respiro, di un tempo senza storia come il nostro. È presto, o tardi, per ragionare, capire insieme, invertire certe tendenze? Se l'uno per cento dell'umanità partecipa della ricchezza del pianeta, il “quanto per cento” partecipa della formazione della cultura? Quante meravigliose idee "digitali", fuori dalle fiere e dal dibattito di una ristrettissima élite, oltretutto divisa in tanti scompartimenti stagni, arrivano al pubblico che consuma e spreca hardware e software come fossero detersivi?
Il grande problema dell'oggi si riassume in una parola: partecipazione. I mezzi tecnici la consentirebbero a livelli mai visti nella storia, a tutti, anche ai bambini. Le consuetudini di pensiero e l'asservimento a leggi di mercato vecchie di secoli la negano, e con essa la libertà dei popoli, la democrazia, la convivenza civile, la speranza stessa di un futuro del pianeta.
La mia idea banale - forse perché lavoro con i bambini- è che semplicemente riportando le persone al centro dell'attenzione, come per "miracolo" tutto potrebbe cambiare. E anche magari individuando e scegliendo un ambiente di discussione tra noi meno labile e dispersivo dei social network commerciali!

Riprendevo un post di Stefano Penge che scriveva, dopo aver ascoltato l'intervista a Claudio Ambrosini, Paolo Ferri e Paolo Legrenzi (su Fahreneit, Radio 3): Bella (e perduta) scrittura:
«Mi colpisce molto che la scrittura sia concepita e discussa nelle sue valenze motorie, estetiche, neurocognitive, e che l'opposizione centrale sia tra gli elementi frammentati (le lettere dello stampatello, o della tastiera) e gli elementi legati (il corsivo). E' vero, si parla di apprendimento della scrittura. Io avrei detto "apprendimento di una tecnica di scrittura": quella più diffusa nell'era dell'inchiostro e della carta. Prima, le tecniche erano altre. Dopo (oggi?) saranno e sono altre. La scrittura, però, a me ignorantone sembrava essere altro. Scrittura è un insieme di pratiche di fissazione, trasmissione, conservazione del pensiero linguistico. E' composta di tecniche, di azioni motorie, ma anche di azioni mentali, di ricordi, di proiezioni, di ipotesi, di ritorni all'indietro. Insomma uno scrive per comunicare, a se stessi o a qualcun altro, non per esercitare la mano (altrimenti, disegna scarabocchi). E la cosa difficile, visto che si impara a parlare prima che a scrivere, è scoprire come fare: come tradurre pensieri in parole (nomi? verbi?), come adattarle (declinare, coniugare), come ordinare le parole per arrivare a esprimere qualcosa che, mentre la si mette in parole, cambia; e tutto questo per arrivare a qualcosa che sia accettabile e comprensibile all'esterno.
Ora mi sarebbe piaciuto che nel dibattito ci si fosse chiesti: ma usare un software (non un computer o un telefono), cioè un ambiente inventato apposta per supportare tutte queste operazioni - con correttori, dizionari, suggerimenti, e poi font, stili, dimensioni, impaginazioni - facilita l'apprendimento della scrittura, o no?
(…) Che impatto cognitivo ed emotivo ad, ad esempio, la possibilità di correggere, o quella di riprendere un testo a distanza di tempo e adattarlo, o quella di rimpaginarlo per un uso diverso? O ancora, la possibilità di lavorare in più persone sullo stesso testo, magari a distanza? E' meglio, è peggio, e soprattutto, cosa cambia?
Ci saranno stati, in passato, dei serissimi studi inglesi in proposito. Che andrebbero ripetuti man mano che cambiano gli strumenti, i modelli, i contesti. Oggi però - dall'intervista agli articoli Ambrosini, Belardelli e altri questo mi pare di poter dire - ci si concentra solo su corsivo e smartphone. Mah.»

Intanto, da molti anni e tutto sommato senza troppo rumore, gli aggeggi digitali e il software vengono spesso utilizzati come utili strumenti per una didattica inclusiva”, in soccorso a difficoltà di vario genere nella lettura e la scrittura, dalla dislessia alla cecità, per i soggetti direttamente coinvolti e per chi, come educatori e genitori, ha a che fare con loro.

photo credit: *maya* <a href="http://www.flickr.com/photos/12663367@N00/15431261013">Fushimi Inari Taisha</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>

sabato 13 gennaio 2018

Giocooperiamo!

Giocooperiamo il titolo di una percorso Coop di educazione al consumo nelle scuole, ed è diventato anche il titolo del piccolo documentario, quasi interamente girato dai ragazzi, con cui lo svolgimento di questo percorso è stato raccontato in una primaria e una media di Brescia.
Io sono arrivato lì solo alla fine, un paio d'ore per classe, portando una videocamera, con cavalletto, microfono direzionale e cuffie. Ho dato gli strumenti in mano a bambini e ho detto semplicemente "fate!".
Non serve un "corso", con gli strumenti di oggi, per ottenere riprese subito "perfette". Non ne hanno bisogno più di tanto le generazioni – i bambini come gli adulti – cresciute guardando la televisione. Basta che ognuno richiami alla mente l'immensa cultura audiovisiva latente che tutti abbiamo e non si cerchi di fare le cose che ancora non sappiamo fare. Se non si è sicuri di muovere bene la videocamera, basta tenerla ferma.
Poi, dopo qualche panoramica ben fatta con un cavalletto dalla testa fluida, si capisce come funziona e si faranno bene le cose anche a mano. Riprese brevi però, mi raccomando, con un inizio e una fine, staccare! E alla prossima inquadratura cambiare il punto di vista. Queste cose i bambini lo capiscono subito, non perché siano "nativi digitali" o pinzillacchere del genere, ma semplicemente perché sono bambini e la convinzione nefasta di "non essere capaci" non prevale ancora sulla curiosità di provare, come invece accade a molti adulti, per fortuna non tutti!
Alcuni insegnanti, che magari fino al giorno prima pensavano che "fare un film" fosse una cosa solo per professionisti, si accorgono che in realtà, almeno per quanto riguarda le riprese, può essere invece molto facile: osservano i propri alunni all'opera e semplicemente colgono l'evidenza dei fatti, credono ai proprio occhi, invece che solo a quello che si racconta in giro e a forza di sentirlo ripetere crediamo che sia la verità
I bambini poi, se gli dai la responsabilità di fare un film "vero" – per questo una videocamera e un cavalletto servono, almeno all'inizio, perché con il telefonino non sembra una cosa seria! (anche se poi cambia anche il modo in cui usano il telefonino, altro che se cambia!) – ci mettono un impegno e una serietà incredibili. Non per un voto, non per un premio, ma perché gli interessa e soprattutto perché vedono che quello che fanno interessa anche agli adulti che sono lì con loro. La formuletta magica che con nulla eliminerebbe la metà dei problemi della scuola, ma probabilmente sarebbe troppo facile e comunque è un altro discorso.


Il video Giocooperiamo, insieme con altri girati allo stesso modo dai ragazzi, sono un po' il punto di partenza per di un progetto internazionale che stiamo lanciando, e di cui presto racconteremo meglio, qui è altrove. Riprese di bambini, con anche più telecamere o altri dispositivi e, quando sia possibile, anche un po' di taglia e incolla, titoli, suoni e musiche, qualche effetto speciale. Salvo casi eccezionali però, l'edizione finale rimane affidata ad adulti, perché il montaggio vero è una cosa difficile, che si impara soprattutto con l'esperienza, ed è importante che il prodotto sia di qualità. La troppa facilità dei mezzi non deve diventare un alibi – come purtroppo molto spesso succede - per riempire il web di cose orrende che deprimono il livello globale dell'informazione nel pianeta, ma piuttosto l'occasione per impegnarsi anche nel nostro piccolo – che ormai, nell'era dei social media, così piccolo non è detto che sia! - a fare le cose per bene, collaborando ragazzi ed adulti, che tutti hanno da guadagnarci.
Perché anche questo succede, che il professionista anche bravo rischia di imparare un sacco di cose. Pescando nella propria comunque vastissima esperienza di telespettatori e giocando come sanno, ho visto bambini e ragazzi preadolescenti – stiamo parlando di scuola dell'obbligo – trovare a volte tagli di inquadratura e perfino effetti di montaggio molto originali e espressivi, che a un adulto non verrebbero in mente mai. Questo non significa affatto che “ne sappiano più di noi”, ma che il modo con cui un bambino si accosta alla tecnologia, così come a un gioco di costruzioni o alla bolle di sapone, è naturalmente e semplicemente diverso da quello dei suoi insegnanti, genitori o nonni.

mercoledì 10 gennaio 2018

I bambini, le immagini, la consapevolezza e la paura

Non so cosa sia successo in questi ultimi giorni, probabilmente qualcosa di brutto connesso alla pubblicazione incauta di fotografie di bambini in rete. Magari andrò a vedere, ma non smetterei di considerare miopi e controproducenti le argomentazioni con cui alcune maestre su facebook affermano - se non ho capito male, e comunque sono discorsi che spesso si sentono - che mai si dovrebbero pubblicare immagini di bambini da dentro la scuola e che le colleghe che lo fanno, "liberatorie" o no, sono delle incoscienti, e cose del genere. Allibisco e, francamente, ho paura!
Nel mondo i pericoli sono ovunque, per tutti. Ma nessuno si sogna di dire che va abolita la circolazione stradale perché un bambino è andato sotto una macchina, né ci sono crociate contro le settimane bianche, perché dei "minori" sono finiti sepolti da una valanga. Si insegna ai bambini e agli adulti che ne hanno responsabilità il modo corretto di attraversare la strada, così come le regole di comportamento in montagna, e si accetta in definitiva, come società nel suo complesso, che in certi casi la prudenza e l'insegnamento possano non bastare, perché qualcuno sbaglia, o succedono cose che per una ragione o l'altra sfuggono al controllo. Conseguenze non sempre positive del mondo fisico, mentale, naturale e sociale in cui viviamo.

Perché allora questo accanimento proprio contro le immagini, come se da lì venisse il pericolo più grande per nostri piccoli? Che è tanto più curioso tra l'altro, in tempi in cui le telecamere di sorveglianza sono ovunque e addirittura qualcuno propone di metterle in tutte le aule scolastiche, dopo i noti casi di maltrattamenti di bambini da parte di alcune maestre.
Viviamo in una "società dell'immagine" in cui proprio la scuola, che in certi casi pretende di "difendere" i propri alunni rendendoli invisibili (divieto assoluto di fotografare, filmare, ritrarre a matita o a carboncino, perché chissà cosa potrebbe succedere!), ha la grossa, enorme responsabilità di non avere educato intere generazioni al consumo, gestione, produzione dell'immagine, che da decenni è l'alfabeto universale del pianeta. Per cui moltissimi tra quelli che ogni giorno inondano i social network con miliardi di fotografie e di video, protagonisti analfabeti della società dell'informazione, lo fanno con lo stesso atteggiamento inconsapevole e naif di chi negli anni Settanta mostrava rullini da 36 pose o filmini super 8 ad amici e parenti, improvvisando, senza avere ricevuto nemmeno un minimo delle basi culturali necessarie. Perché tutti invece oggi siamo produttori di informazione, di fronte virtualmente al mondo intero, e la trasciniamo ai livelli più bassi, l'informazione, girando video sistematicamente verticali, non accorgendoci quando sono trasmessi nel formato sbagliato, pubblicando su youtube anche porcherie immonde (qualitativamente parlando) senza prima non solo averle montate, ma spesso nemmeno guardate!
E che tutto questo non c'entri niente con l'imbarbarimento generale nella politica e nella cultura, con il "potere" sempre più in mano agli analfabeti, andate a raccontarlo a qualcun altro. In questo cresciamo e viviamo, e questo alla fine produciamo!

Un video in cui i bambini sono protagonisti, ma non si vedono!
La mia idea è che non di nascondere i nostri bambini avremmo bisogno, ma viceversa proprio di vedere e conoscere molto di più, come opinione pubblica, le loro facce vere, i loro sorrisi, le loro emozioni autentiche, la loro capacità magari di proporre alternative al mondo falso e ipocrita a cui ci stiamo tristemente assuefacendo, oltre gli stereotipi avvilenti tipo “nativi digitali” e la ben più triste realtà di cuccioli di consumatori che crescono soli in un contesto asociale di incertezza e paura, di fuga sistematica, spesso attraverso un irrigidimento burocratico improvvisato e ottuso, dalle responsabilità vere, senza più sistemi di valori, e dove anche la tanto decantata “tecnologia”, invece di cambiarci la vita, è per i più soltanto un insieme senza senso di oggetti di consumo sconnessi e scollegati tra di loro (i video che si girano con i telefonini non si guardano nel televisore!), da esibire senza bisogno capire. Mentre ci roviniamo la vita costruendoci paure su problemi che magari esistono, ma che presi ognuno fuori da un contesto globale, diventano incubi e paranoie devastanti: gli immigrati, i pedofili, l'euro!
Così succede che i ragazzi fino a 14 anni devono per legge essere accompagnati e “ritirati” da scuola, e a 14 anni e un giorno gli si compra la scooter! E in quanto “minori” vengono rigorosamente ritenuti da “proteggere” dalle loro immagini, salvo poi scoprire con sconcerto che tra gli adolescenti non pochi fotografano, filmano e diffondono in rete foto e video di se stessi nudi o addirittura mentre fanno sesso.
Come i ragazzi sono e sanno non può essere sempre raccontato da altri
Posto che nessuno ha una ricetta valida per tutto, io personalmente credo che vada incoraggiato l'uso consapevole dei mezzi audiovisivi da parte dei bambini e dei ragazzi in prima persona, anche nella scuola, senza diffondere immagini di se stessi allegramente sempre e ovunque, ma imparando a capire, facendolo, come si producono le immagini e che senso ha pubblicarle, sapendo che ci sono pericoli nella rete così come ci sono nella città reale e nella strada, e intanto però partecipando da protagonisti veri alla società dell'informazione, con una presenza viva che può fare solo bene, oltre il fatto di essere considerati “minori” che non avrebbero comunque nulla di significativo da dire, e oltre le paranoie di adulti che ancora si illudono che i pericoli si possano evitare costruendoci attorno dei “muri”.